Partito Comunista Internazionale

A Cinecittà la terra trema Pt.2

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Nella prima puntata, uscita sul numero precedente, sono ricordate le vicende della protezione statale all’industria cinematografica, della legge Andreotti e delle inquietudini – condivise insieme da grandi industriali e da uomini politici – sul suo prossimo decadere. Si è poi notato come, in attesa di una nuova legge, si profili da parte statale l’intenzione di condizionare la concessione di nuovi fondi ad un controllo sulla produzione.

Più avanti, Il Borghese rincarava la dose: «E allora (ecco la domanda) per qual motivo mai i produttori, alleati con i loro “sinistri” suggeritori, si ribellano quando si parla di censura? Vogliono piena libertà nei confronti dello Stato? È semplice: si mettano in grado di produrre senza bisogno del pubblico denaro. Ma fino a quando il cinema italiano dovrà basare, non diciamo la conquista degli altrui mercati, ma addirittura la sua vita, sulle sovvenzioni, certe discussioni ci sembrano ingiustificate. Le nostre tasse fanno vivere il cinematografo: il cinematografo non ha diritto di ribellarsi se noi non amiamo vedere “La Romana”. I cineasti sovietici non si preoccupano forse di fare “film d’amore”? Si contentino, i nostri, del fatto che da noi nessuno ancora si preoccupa di sindacare i loro guadagni».

Chiaro, perfettamente chiaro. Spogliata della solita demagogia, e mettendo la parola Stato al posto di «noi», il passo citato suona così: «È lo Stato che sovvenziona il cinematografo, deve essere lo Stato ad imporre a produttori e registi l’indirizzo artistico ed ideologico che giudica necessario».

Qualche giorno prima che Il Borghese saltasse su a chiamare le cose col loro nome, Il Popolo, organo della Democrazia Cristiana, pubblicava un articolo del suo esperto cinematografico, il quale proponeva praticamente di somministrare premi che dovrebbero costituire la garanzia che «il pubblico denaro è speso nel pubblico interesse», in maniera da impedire «che il pubblico denaro vada a premiare, anziché l’opera d’arte, il film di propaganda o la semplice speculazione commerciale».

Apriti cielo! La stampa di sinistra, l’Unità e l’Avanti! che ai primi colpi assestati dalla censura avevano elevato altissimo il grido: «Il cinema italiano all’indice?», replicarono all’articolo de Il Popolo con un pezzo trasudante sdegno e orrore. Il titolo parlava chiaro: «Un progetto paternalistico per legare le mani ai registi». Quali registi? Ma sì, di coloro che hanno diretto «Ladri di biciclette», «La terra trema», «Umberto D», «Miracolo a Milano», «Terza liceo», cioè i signori De Sica, Visconti, Emmer, ecc., lo stesso che dire: i santoni del neo-realismo. È noto che per l’Unità codesti terribili rivoluzionari mangiaborghesi costituiscono «la parte migliore del nostro cinema», coloro che lottano per mantenere al cinema italiano «il suo carattere di arte nazionale-popolare, legata alle migliori tradizioni storiche e culturali del nostro paese e alla vita del nostro popolo».

Non discutiamo se i registi neo-realisti sappiano fare il loro mestiere. A noi interessa qui una cosa molto meno eterea dell’arte, e cioè i rapporti che intercorrono tra la politica cinematografica del P.C.I. e gli interessi degli industriali del cinema. L’Unità non ci convince affatto di scegliere le sue simpatie tra registi e produttori in base a criteri artistici! Siamo troppo… realisti per abboccare all’amo.

La posizione del governo di fronte al cinema è abbastanza chiara: vuol farla da padrone perché è lui a fare pagare Pantalone a favore di Cinecittà. Ma che si ripromettono di ottenere gli industriali del cinema, con il loro codazzo ben pasciuto di soggettisti, registi, sceneggiatori, attori e ballerini, del governo? Sulle sovvenzioni sono tutti d’accordo, poveretti. D’accordo è anche il P.C.I. Come si alimenterebbe altrimenti il cinema neo-realista? Anzi, anzi, i produttori, guadagnati da Scelba alla umiltà cristiana, acconsentirebbero a ricevere meno contributi ma (mica sono fessi) a due condizioni: 1) che il minimo di programmazione obbligatoria dei films italiani sia portata da ottanta a centoventi giorni; 2) che la tassa sul doppiaggio dei films stranieri sia elevata da due milioni e mezzo a dieci milioni; 3) che sia accantonato un fondo speciale per dare grossi premi d’arte mediante una giuria formata da personalità della cultura. Molto semplice: i maggiori incassi compenserebbero a dismisura i taglietti alle sovvenzioni. Il P.C.I., pur di farci vedere meno film americani, ed imporci di sognare Marilyn Monroe meno volte che Silvana Pampanini, è pienamente d’accordo con i produttori. Come si disobbligano costoro nei riguardi del P.C.I.?

Il P.C.I. giustifica la sua politica cinematografica con la difesa della industria nazionale. Sfortunatamente per loro, gli aerei americani non trasportarono solo Palmiro Togliatti sul territorio italiano nel 1944, ma anche le primizie dei films di propaganda bellica di Hollywood, nei quali era celebrata la fraternità d’armi tra Stati Uniti e Russia. Ma, a prescindere da ciò, è interessante vedere in quante classi sociali si divide il cosiddetto «mondo del cinema». Ad esempio, dove li collochiamo i sigg. Ponti e De Laurentis che debbono piangere la perdita di 230 milioni per il sequestro di «Totò e Carolina» e che per «Ulisse» hanno speso la bazzecola di un miliardo e duecento milioni? Francamente, anche se sono i mecenati del «neo-realismo», di considerarli nostri fratelli di classe non ce la sentiamo. Bestemmiamo dicendo che lor signori fanno parte della plutocrazia capitalista, proprio come i fratelli Warner e Darryl Zanuck, per fare qualche nome?

Certamente molto inferiori agli utili dei produttori sono le entrate di soggettisti, registi ed attori, ma quanto astronomicamente lontane dai nostri miserabili salari di operai ed impiegati! Certi attori prendono 12 milioni «a posa». Zavattini, nume tutelare del cinema neo-realista, vendendo un soggetto guadagna in una sola volta cento volte il nostro miserrimo salario annuo. D’accordo, l’industria nazionale cinematografica comprende tutti quanti costoro. Si capisce benissimo che costoro lottino crudamente contro la concorrenza di Hollywood. Ma il P.C.I., facendosi portavoce nel parlamento e sulla stampa degli interessi della cinematografia nazionale, per chi lotta? La risposta degli ipocriti soloni dell’Unità urla quotidianamente dalle pagine: «Per il neo-realismo». Cioè, per un indirizzo artistico che poi è lontano le mille miglia dal pensiero rivoluzionario. Ma non vi pare per lo meno strano che il cinema neo-realista possa servire contemporaneamente il diavolo e l’acqua santa, la rivoluzione antiborghese e gli industriali del cinema maneggianti miliardi?

Se poi fosse vero che la borghesia italiana si sia divisa, nella questione delle sovvenzioni al cinema, in un’ala reazionaria legata al governo e al «sanfedismo» e in una altra rivoluzionaria, sbandierante le insegne del neo-realismo, allora la sarebbe finita per il marxismo. In realtà, il fatto che i grossi commendatori di Cinecittà e i parlamentari socialcomunisti mangino nello stesso piatto delle sovvenzioni statali, vuol dire soltanto che il P.C.I. è lo strumento dello strato più sciovinista e parassitario della classe dominante italiana.