L'”articolazione” sulla pelle dei metalmeccanici
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L’infame politica della frammentazione degli scioperi, e della firma di accordi separati azienda per azienda nel corso di essi, ha portato ai metalmeccanici i frutti amari da noi sempre previsti e denunziati.
Dopo lunghi mesi di un’agitazione pur ricca di episodi di lotta compatta ed imponente i padroni sono ora più che mai in condizione di respingere ogni sia pur limitata richiesta operaia e di tirare in lungo una trattativa divenuta interminabile. E, ora che il guasto è fatto, i sindacati non hanno di meglio da deliberare che la raccolta di un obolo da amministrarsi in comune, e quattro ore di sciopero in tutta l’industria con esclusione dei servizi essenziali, proprio quelli che, se mai, bisognava interrompere. Il danno e la beffa!
Non si dica che gli operai non erano disposti a battersi, o che respingano la strada battuta proprio in questo periodo il 7 febbraio!) della lotta ad oltranza e della sua massima estensione. Come a Torino in luglio, così a Bergamo in gennaio, lavoratori hanno pur ritrovato per istinto la via che, superando confini maledetti dell’azienda, unisce tutti i proletari in un solo fronte di combattimento, sul quale cessano le distinzioni di categoria, di reparto, di salario di qualifica. Le centrali del tradimento si sono precipitate a sconfessarli, ma non è certo privo di significato che la FIOM si sia per la prima volta decisa a riconoscere (l’Unità del 15-1) l’esistenza di operai che invocano scioperi ad oltranza, generali, senza tregua, e abbia sentito la necessità di… convincerli a mettere giudizio!
Quei proletari hanno, in realtà, tirato le somme di una terribile lezione: la loro protesta lascerà la sua traccia indelebile nella memoria collettiva della classe.
Invero, solo questa è solidarietà di lotta: che non getta ai fratelli l’elemosina mercantile di una giornata di lavoro per mettersi a posto la coscienza e crearsi un alibi per il tradimento commesso non scioperando; che non interrompe il lavoro per quattro miserabili ore, ma affronta virilmente tutti gli oneri e tutti i rischi di una battaglia generale e campale. Ma possono dare ordini diversi, quei sindacati che antepongono gli interessi della «nazione» a quelli della classe, e non attendono di meglio che di sedersi allo stesso tavolo col padrone, o di inviare loro rappresentanti in seno a un governo «più democratico», quindi più abile nel truffare gli operai?
Essi sono quel che sono; fanno quello che è inevitabile che facciano. I metalmeccanici più di tutti ne hanno avuto la prova sulla loro pelle!
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La nostra battaglia continua: perché risorga e si affermi nel sindacato tradizionale, e col tempo ne afferri le leve di comando, la corrente rivoluzionaria marxista, la sola decisa a battersi per rivendicazioni comuni a tutta la classe e atte ad unirla, non a spezzettarla, coi metodi della lotta di classe aperta e dello sciopero il più possibile esteso ed unitario, proclamato senza preavviso e senza limiti di tempo, nella più stretta solidarietà fra tutti gli sfruttati e fuori da ogni codarda osservanza di una «unità sindacale» fatta solo per legarli ai sindacati gialli e bianchi e quindi al padrone, fuori da ogni rispetto delle convenzioni democratiche, parlamentari e patriottiche, per la rivoluzione proletaria, per la vittoria del comunismo internazionale ed internazionalista!