Partito Comunista Internazionale

Per una vera solidarietà proletaria

Categorie: CGIL, Union Activity, Union Question

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Qualche operaio, sentendoci condannare aspramente gli scioperi articolati, gli accordi aziendali, settoriali e locali, la differenziazione del salario per categorie e per zone, i premi di produzione, gli incentivi, il cottimo, il lavoro straordinario; insomma, tutte le formule che rappresentano ormai il bagaglio di ogni dirigente sindacale alto e basso, grande e piccolo, di ogni «amico del popolo», e che, attraverso quaranta anni di ristagno della lotta aperta e di tradimento dei principii marxisti, sono penetrate fin nel sangue del sindacato tradizionale, la CGIL, trasformandolo lentamente ma inesorabilmente nel fanalino di coda delle organizzazioni sindacali gialle e bianche, qualche operaio ci chiede: Perché, dunque, questa accanita battaglia?

Ed ecco la risposta. Il capitalismo, scrive Marx, nel suo processo di sviluppo crea da un lato una sempre maggior associazione fra proletari, e dall’altro una sempre maggior concorrenza fra operaio e operaio. Questa concorrenza noi la possiamo quotidianamente riscontrare nella vita del proletariato: esempio classico «l’esercito di riserva» dei disoccupati che, con il peso della loro presenza sul mercato, fanno scendere il prezzo della forza-lavoro o, che è lo stesso, lo spingono verso il suo livello minimo, rappresentato dal costo dei mezzi di sussistenza strettamente necessari per vivere e riprodursi; oppure l’immigrazione della manodopera contadina scacciata dalla terra verso i grandi centri industriali, che rende disponibile una gran massa di lavoratori costretti ad accettare un sottosalario, e quindi mette in difficoltà le già precarie condizioni di vita dell’operaio locale. Ma la concorrenza più forte e, nello stesso tempo, più rovinosa si svolge fra i singoli operai delle singole fabbriche, dove il capitale si crea la propria cerchia di servi fra i lavoratori meglio retribuiti e mantiene sotto una cappa di piombo la gran massa dei manovali comuni, dei non-specializzati, dei semi-qualificati, delle donne, dei ragazzi.

Non solo il processo tecnologico ha creato decine e decine di categorie diversamente retribuite, ma il capitale è intervenuto con tutti i mezzi che gli derivano dal suo potere, e ha introdotto nuove divisioni, prima fra tutte quella in diverse e contrastanti zone salariali, grazie alle quali riesce non solo ad opporre l’operaio milanese all’operaio siciliano, ma a realizzare l’utile maggiore possibile sfruttando all’estremo la forza-lavoro delle cosiddette aree depresse. All’interno delle singole aziende, poi, non solo l’intensificazione del ritmo di lavoro dovuto all’introduzione di macchine nuove e più moderne, ma il lavoro a cottimo, il lavoro straordinario, premi di produzione, di operosità, di rendimento, di collaborazione ecc., e tutte le altre forme di incentivo, mirano nello stesso tempo a spremere fino all’ultima goccia le energie dei proletari a mettere un lavoratore contro l’altro, a creare fra gli stessi compagni di lavoro una massa di crumiri e di leccapiedi del padrone contro la massa dei proletari decisi a non lasciarsi calpestare.

Questo insieme di fatti (e abbiamo citato solo i più caratteristici) formano quel fenomeno che Marx, più di cento anni fa, chiamò «concorrenza crescente fra operai». Gli opportunisti che, come si sa, si vantano di basarsi su fatti concreti e dispongono di statistiche esatte per risolvere «qualunque problema», hanno dimenticato quella concorrenza crescente che anche l’ultimo dei proletari conosce, perché la vive quotidianamente nell’officina e nei campi, nelle grandi fabbriche del Nord e nelle aziende agricole del Sud. Hanno «dimenticato», essi che si autodefiniscono i capi della classe operaia mentre ne sono gli aguzzini, un piccolo fatto: che nel sistema capitalistico la forza-lavoro è una merce e come tale è sottoposta, fra le altre cose, alle leggi della concorrenza.

Compito del partito rivoluzionario è di lottare contro una concorrenza fra operai che distrugge l’arma possente rappresentata dalla forza elementare del proletariato unito, cioè schierato in classe contrapposta alla classe avversa e decisa ad abbatterla: quella concorrenza che i borghesi proclamano necessaria ed ineliminabile e che gli opportunisti di tutti i colori intensificano ed esaltano, teorizzando i premi di produzione, il cottimo e le virtù degli incentivi, elevando a sistema il metodo delle lotte articolate e degli accordi aziendali e settoriali, spezzettando il potenziale di lotta dei lavoratori confinandoli nell’orizzonte angusto dell’azienda, della categoria e della zona, e infine separando la lotta per gli obiettivi economici immediati dalla lotta politica finale per la presa violenta del potere e l’instaurazione della dittatura proletaria. La missione storica della classe operaia è così venduta per il piatto di lenticchie di un «benessere» fasullo, di uno schifoso «miracolo economico» equamente distribuito fra proletari e padroni, di una democrazia e di una libertà di cui gli operai, in fabbrica e fuori, assaggiano quotidianamente le delizie.

Noi restiamo tenacemente ancorati all’insegnamento di tutto il movimento comunista, marciamo verso quella che la tradizione marxista ha sempre indicato come la meta della classe operaia: l’abbattimento violento del potere borghese, la dittatura degli sfruttati sugli sfruttatori, la società socialista. Da questo punto di vista, ci muoviamo nella realtà borghese non per raccogliere le briciole cadute dalle tavole dei padroni, o per rendere meno ripugnante la prigione dorata in cui tengono i proletari, ma per abbatterne il dominio: il nostro lavoro è quindi inseparabilmente sindacale e politico. Sappiamo che solo la gran massa dei lavoratori uniti al disopra dei confini delle aziende, delle categorie, dei settori e, infine, delle patrie, può distruggere il giogo del dominio borghese, e ci poniamo come primo compito quello di spingere i lavoratori ad opporsi allo smembramento al quale vengono sottoposti dal capitale, e dai suoi lacché. Per questo lanciamo la parola d’ordine dello sciopero il più possibile esteso e di rivendicazioni comuni a tutti gli operai come l’aumento generale del salario-base e la diminuzione dell’orario di lavoro. Non si tratta di adorazione metafisica dello sciopero generale, non si tratta di esaltazione della violenza per la violenza. Si tratta della coscienza dei compiti che la classe operaia è chiamata dalla storia ad assolvere, e della preparazione dei mezzi necessari per assolverli.

Dove l’opportunismo protetto dietro le quinte dello schieramento politico ed economico padronale vorrebbe impantanare il proletariato nel fango delle «questioni particolari» e della divisione fabbrica per fabbrica, noi gridiamo: SOLIDARIETÀ OPERANTE DI CLASSE FRA GLI SFRUTTATI DI TUTTE LE AZIENDE, DI TUTTE LE CATEGORIE, DI TUTTE LE REGIONI!