Danzica e Torino. La lezione Polacca agli operai occidentali
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Nel numero precedente del nostro giornale avevamo temuto la peggiore soluzione possibile per lo sciopero degli operai polacchi del 2 agosto di quest’anno, cioè la soluzione cosiddetta democratica.
La fregatura democratica c’è stata ed è in pieno svolgimento la manovra complessiva di tutte le forze antioperaie, capeggiate dal binomio Stato-Chiesa, per ripulire i falsi «sindacati liberi», in via di costituzione, di quei proletari che hanno creduto sinceramente di acquisire la libertà della loro azione di classe, liberandosi, sotto la spinta poderosa dello sciopero, dalla dittatura del sindacato unico e del partito unico di Stato. Dialetticamente l’illusione degli operai polacchi potrà essere un formidabile incentivo per la creazione del vero partito politico di classe, il partito comunista rivoluzionario né nazionale né obbediente a Mosca, qualora dal proletariato si enuclei una analisi seria e oggettiva dello sciopero e delle forze politiche che ne sono state coinvolte. Allora, quella che non esitiamo a definire oggi una sconfitta politica degli operai polacchi, potrà costituire la base di partenza della riscossa operaia, domani.
LA LEZIONE POLACCA AGLI OPERAI OCCIDENTALI
In queste settimane di acuta offensiva capitalistica contro gli operai italiani, che ha preso le mosse dalla minacciata espulsione dalla produzione di decine di migliaia di operai della Fiat, i giornali di informazione, l’Unità compresa, riferiscono che sempre più spesso sulle bocche degli scioperanti italiani affiora, come una minaccia, la parola << Danzica», alludendo al movimento di lotta degli operai polacchi.
Gli operai italiani sembrano aver capito che per contrastare la pressione del capitalismo sia necessario un movimento di lotta, di azione, di sciopero potenti, appunto come quello polacco. Ne siamo convinti anche noi che, per frenare la minaccia borghese, sia necessaria la mobilitazione generale dei lavoratori. Ma, obbiettivamente, gli operai italiani e occidentali sono costretti ad opporsi alla democrazia, a lottare contro la falsa libertà di cui si ammanta la democrazia. Gli operai italiani guardino alla mobilitazione di « Danzica », ma saranno costretti ad andare oltre << Dan-zica », cioè oltre le illusioni democratiche, perché la <<< Danzica » in
Italia e in Occidente non può che equivalere alla lotta aperta e diretta contro lo Stato democratico, contro il regime democratico del capitalismo. In Occidente, in Italia, quindi, << oltre Danzica >> vuol dire oltre i sindacati di regime, le Centrali tricolore, oltre la sinistra democratica di regime, oltre i falsi partiti operai.
A Danzica come a Torino non sono in gioco il potere politico e il privilegio economico, ma l’assetto politico più confacente alla stabilità del capitalismo. Non capire queste elementari questioni significa perdere l’orientamento classista e sbandare nell’operaismo e nel sindacalismo, risorse di conservazione sociale, su cui contano le classi privilegiate, quando si accorgono di non poter padroneggiare direttamente il proletariato. I partiti cercano di utilizzare le lotte economiche operaie per premere sui governi, non certo per schierare in linea di battaglia i lavoratori contro il sistema capitalistico. Anche il vecchio PSI, dopo Livorno 1921, manovrava la CGdL, sindacato di classe, e gli scioperi come pressione per entrare nel governo borghese e se l’evento non ci fu lo si dovette all’opera e all’azione della Sinistra Comunista. Oggi è il turno del PCI, che mette nelle mani degli operai in sciopero la bandiera: « Il PCI al governo ».
Con questo non vogliamo affatto negare le rivendicazioni economiche dei lavoratori, la loro determinazione ad opporsi ai licenziamenti e a difendersi dalla pressione padronale. Ma va riconosciuto – e i fatti sono una chiara dimostrazione – che la chiave risolutiva sta nella direzione politica della potente energia espressa dalla classe operaia. Cioè, in termini attuali, le lotte operaie devono essere indirizzate a salvare la Fiat , ovvero la struttura capitalistica della produzione in generale, e a cambiarne la direzione politica, ovvero il governo centrale dello Stato; o, al contrario, devono essere indirizzate ad abbattere lo Stato politico della borghesia e qualsiasi governo lo rappresenti, per sostituirli con uno Stato e un governo operaio, di classe, col quale dare corso alla trasformazione economica per liberare il lavoro dal giogo del capitale, e i lavoratori dalla schiavitù capitalistica?
Sino a quando gli operai si faranno guidare dai sindacati di regime e dai partiti di regime, in particolare dai falsi partiti operai, non saranno mai in grado di mettere in discussione la questione del potere politico. Passeranno i goveni, i blocchi politici gli uomini illustri, ma la classe operaia resterà una classe sfruttata.
Il risultato positivo, duraturo delle lotte operaie sta nell’insegnamento che la classe acquisisce per attrezzarsi contro il potere capitalistico. Durante le grandi crisi economiche, tutte le « conquiste >> degli operai vengono messe in discussione, dal <<<< diritto >> al lavoro al salario alla pensione, dal << diritto >>> alla casa, alla salute alla sopravvivenza stessa dei proletari. Il sistema capitalistico dimostra così di non essere più in grado di sopravvivere e le proposte equivoche di un « nuovo modo di produrre », di una « riforma del salario », e sconcezze simili, non fanno che ritardare la soluzione del problema dei problemi: chi deve disporre del frutto del lavoro?
L’assenza del partito politico rivoluzionario di classe alla testa del proletariato è la condizione negativa, per cui gli operai cadono preda di mille illusioni per mezzo delle quali il capitalismo ne dirotta la direzione e la potenza. Ma non sarà facile né semplice per gli operai capire che il PCI al governo, che le Centrali sindacali tricolore assunte alla dignità della <<< programmazione economica», non li faranno avanzare di un solo centimetro verso la conquista del potere politico. Non basterà nemmeno che PCI e Centrali consumino le più colossali nequizie, per illuminare la classe operaia nella giusta direzione rivoluzionaria. Il compito dei comunisti veri è proprio quello di anticipare il percorso che sta davanti agli operai, di svelare la funzione e le finalità anti-operaie e anticomuniste dei falsi partiti e sindacati operai, del regime presente, perché prima che il grosso della classe si sposti sulla strada della rivoluzione anticapitalista, è indispensabile che un forte nucleo, una consistente avanguardia proletaria si rendano consapevoli della necessità di marciare verso l’abbattimento del potere delle classi privilegiate.
E’ in questo modo che ci si lega alle masse proletarie, e non tacendo la verità sul loro stato politico, sulla direzione antioperaia dei loro sindacati e dei loro partiti ufficiali. I comunisti devono svelare ciò che si nasconde dietro l’attitudine, ora di <<< destra >> ora di << sinistra », а volte persina << radicale » e « barricadiera », dei sindacati e dei partiti comunsocialisti. Svelare non solo con le parole, ma anche con l’attività e l’azione, la verità nuda e cruda, è il primo passo per legarsi alle masse. Tacere che il PCI utilizza le lotte operaie per premere sui partiti governativi col dichiarato scopo di affincarli nel governo dello Stato capitalista, onde mettere al servizio dello Stato la sua forza politica per svilire le lotte operaie, per riportare i lavoratori ad accettare « sacrifici », tali da tenere in vita il meccanismo di sfruttamento capitalistico; tacere questa verità lapalissiana per dei comunisti rivoluzionari significherebbe commettere un delitto. Va chiarito in ogni momento che il << nuovo governo », che il << nuovo assetto politico >> auspicati dal PCI e dai sindacati tricolore, non sono orientati verso, non diciamo la demolizione del potere politico delle classi superiori, ma nemmeno verso l’indebolimento del loro potere. Anche Walesa, il partito cattolico, il partito contadino, il famigerato KOR polacchi, hanno sputato sul partito unico e sul sindacato unico, sul governo totalitario, col risultato che il <<< nuovo >> ha irrobustito le vecchie catene della schiavitù capitalista sul proletariato polacco. Solo i comunisti rivoluzionari potevano svelare l’insidia velenosa che si nascondeva nelle direttive politiche dei < riformatori democratici ». Così, nelle mani dei < democratici >», un potente sciopero, che poteva essere assai più potente ed esteso, è stato fatto dirottare a bandiere spiegate nei meandri ministeriali, nel legalitarismo statale, nel << salvataggio »della << economia della patria ».
Constatato l’insuccesso politico del grande sciopero, va, però, rilevato il successo economico, almeno sulla carta, raggiunto dalla mobilitazione operaia. Non è da escludere che le promesse strappate al governo vengano realizzate, stanti le sovvenzioni finanziarie della solidadarietà degli Stati imperialistici dei due blocchi, il cui significato politico sorpassa il valore economico, significato di solidarietà sociale tra Stati dello stesso segno, cioè capitalistici, dinanzi alla minaccia potenziale degli operai. Questa solidarietà economica e sociale tra Stati e la manovra di diversione democratica attestano la capacità del capitalismo a controllare il proletariato, quando la classe operaia è priva della sua guida rivoluzionaria. Ciò implica che, in caso di pericolo per l’esistenza stessa del dominio capitalistico, gli Stati siano disposti ad abbandonare le rispettive giurisdizioni nazionali politiche e ideologiche per intervenire con la forza delle armi a sostegno dello Stato minacciato dalla sollevazione proletaria. Di converso, è d’uopo contrapporre alla solidarietà internazionale del capitalismo la solidarietà internazionale del proletariato, come è altrettanto necessaria la solidarietà nell’ambito nazionale di tutte le categorie operaie di fronte alla forza statale unitaria del capitalismo. Internazionalismo e solidarietà non tanto a parole, quanto e soprattutto nell’azione e nella organizzazione, sono lezioni per i proletari di sani nose di ogni paese, ribadite dallo sciopero polacco. Tanto più utili nell’Occidente industrializzato queste lezioni, quanto più i rispettivi stati occidentali dispongono di mezzi e di organizzazione superiori rispetto alla Polonia e paesi simili.