Anche in Polonia i neonati “sindacati liberi” sabotano lo sciopero generale
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La sconfitta subita da Lech Walesa e dalla sua politica collaborazionista nella riunione che si è tenuta il 20-10 a Katowice dimostra a chiare lettere che gli operai polacchi non sono disposti a svendere la loro lunga lotta per un po’ di fumo patriottardo, anche se benedetto dal primate di Polonia in persona. I rappresentanti della base operaia, ed in particolare quelli di Danzica, cuore e motore dello sciopero di agosto, si sono pronunciati decisamente per lo sciopero generale, per rispondere con i fatti al tentativo di insabbiamento della procedura di riconoscimento del loro sindacato nato dalle recenti agitazioni. E’ evidente come gli operai polacchi vedano nell’azione diretta l’unica maniera per rispondere da pari loro, e su un terreno a loro congeniale, alle manovre bizantine nelle quali i burocrati di Varsavia sono maestri.
Ma tale reazione non è solo diretta contro le resistenze dell’apparato statale e di partito; anche la direzione di «Solidarietà», cioè il Comitato di Coordinamento ed il leader carismatico Lech Walesa, corrono il rischio di perdere il controllo finora esercitato sulla base operaia, dopo essersi per un po’ illusi di poter dare libero sfogo alla loro fregola collaborazionista. Lo stesso cardinale Wyszynski si era pronunciato in favore della moderazione sindacale, desideroso di non interrompere il processo di distensione fra Stato e Chiesa cattolica iniziatosi dopo le dimostrazioni di buona volontà patriottica di quella durante lo sciopero; e tale intervento avrebbe dovuto sostenere proprio le posizioni di Walesa.
Il compito del sindacato secondo il Comitato di Coordinamento è ben illustrato dalle dichiarazioni dei suoi capi, molti dei quali sono famosi intellettuali; uno di questi, Kuczynski, un economista,
ha dichiarato che il sindacato si troverà di fronte le richieste di milioni di singoli operai, cosa che finora è accaduta allo Stato, e che, se il sindacato stesso avrà a cuore le condizioni dell’economia nazionale, sarà esso a sobbarcarsi il compito di «frenare le aspirazioni popolari»; molto dipenderà da come le autorità tratteranno i sindacati, continua il dirigente del Comitato nel discorso riportato dal Financial Times del 16-10: più saranno i conflitti che si verificheranno in questo momento di autoorganizzazione dei sindacati, e maggiore sarà la spinta del sindacato a chiedere concessioni (tradotto, significa che gli operai in lotta chiedono di più e sono più intransigenti dei rappresentanti degli operai non in lotta, al tavolo delle trattative); se le autorità saranno tolleranti e rispetteranno l’indipendenza dei sindacati, continua il fetentone, allora emergerà una «leadership» sindacale che terrà conto delle realtà economiche. Insomma, cari borghesi, lasciateci lavorare. La conclusione non è nuova per noi occidentali: «C’è una grande possibilità di cooperazione con il governo per riuscire a portare il paese fuori dalla attuale crisi economica».
Non serve soffermarsi sul dettaglio delle discussioni intercorse tra governo (attraverso un tribunale) e sindacati: si tratta di riconoscimenti giuridici che qualsiasi mobilitazione operaia rende superflui, in quanto abbiamo visto in agosto come gli operai in sciopero «illegalmente» abbiano costretto un legalissimo rappresentante dello Stato a recarsi in fabbrica a trattare con loro direttamente, senza colloqui segreti e patteggiamenti equivoci (fra l’altro, che ne pensa il buon Lama di questa innovazione Baltica, reggerebbero all’esame operaio le transizioni più o meno lecite condotte sulla pelle degli operai della Fiat e di tutta l’
Italia?). Gli operai polacchi vogliono solo affermare la loro volontà di non essere presi in giro, vogliono affermare attraverso il riconoscimento legale fatto subito e bene la loro forza organizzativa, di fronte a tutta la Polonia e di fronte all’Europa, soprattutto dell’Est. E che le loro lotte hanno avuto un’eco lo dimostrano le lotte condotte nelle miniere della Cecoslovacchia dai locali minatori, dei quali per ora le poche notizie dicono solo che gli scioperi sono terminati una settimana fa e che i capi sono stati «duramente repressi».
Comunque in Polonia il potere ha tratto lezione da quanto vaticinato dal neobonzo summenzionato: la riunione non aveva potuto esprimere un voto perché Walesa («l’umile servitore di coloro che mi hanno dato la loro fiducia», come ama definirsi), forte ancora di un certo ascendente su molti delegati, aveva preferito lasciare la riunione piuttosto che accettare una votazione che l’avrebbe visto ufficialmente in minoranza; in tal modo ogni decisione è stata rinviata a lunedì prossimo. Ma nel frattempo, come per incanto, tutti gli ostacoli al riconoscimento sono scomparsi, e pare che venerdì prossimo avverrà la cerimonia della firma, durante la quale il bravo Walesa potrà sfoggiare qualche nuova penna, magari stavolta con sopra falce e martello, tanto per non fare parzialità.
Noi non possiamo che rallegrarci della combattività dei compagni operai di Polonia, esempio per gli operai di tutto il mondo, augurando loro di riuscire a sfuggire alle trappole della borghesia polacca e dei suoi servi, e di mantenersi estranei ai problemi riguardanti l’economia nazionale, economia degli sfruttatori, in attesa di unirsi al moto che ci auguriamo montante a breve scadenza degli oppressi di tuttii i paesi contro i loro oppressori.