Partito Comunista Internazionale

Polonia: emergenza nazionale o lotta di classe

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La nomina del generale Jaruzelski a primo ministro in Polonia ha avuto finora il successo sperato. Il generale, a quanto pare, gode del favore popolare essendosi distinto nelle giornate di agosto per scongiurare l’intervento dell’esercito contro gli operai in sciopero. La nomina va viceversa interpretata come il primo passo verso la «normalizzazione» della situazione polacca. Del resto lo stesso Allende era il generale di fiducia di Pinochet ed ebbe buon gioco a eliminare la corrente riformista dopo aver ricevuto nelle proprie mani da Allende stesso il totale disarmo degli operai cileni.
«Sarà forse possibile evitare l’aiuto» russo al «socialismo» polacco, ma ben difficilmente la normalizzazione interna potrà avvenire senza una sanguinosa repressione: l’attuale acquiescenza di Solidarietà al nuovo corso del governo polacco lo fa ben prevedere. Alle dichiarazioni di Jaruzelski al momento della sua nomina, al suo esplicito invito al «patriottismo e al senso di responsabilità di tutta la popolazione polacca» unito alla altrettanto esplicita minaccia che «lo stato possiede la forza sufficiente per recuperare la piena fiducia della società», ha fatto eco la seguente dichiarazione della direzione di Solidarietà:
«D’ora in avanti ogni sciopero dovrà essere proclamato dopo un accordo preventivo con la Commissione Nazionale. Se la regola non sarà rispettata dalle organizzazioni locali Solidarietà si dissocerà da azioni che intaccano l’unità del sindacato» (Corriere della Sera 14. 2.81).

​Jaruzelski ha anche chiesto 3 mesi di cessazione degli scioperi e certo la direzione di Solidarietà non poteva spingersi fino ad una esplicita accettazione dell’invito senza smascherarsi completamente di fronte alla base operaia che non tutta è disposta a cedere sui compromessi di Walesa calcati come una goccia d’acqua sul metodo usato nei paesi occidentali dalle direzioni sindacali per sacrificare immancabilmente gli interessi proletari sull’altare delle esigenze dell’economia nazionale. Ma che la direzione di Solidarietà spinga verso la rapida evoluzione dei «sindacati liberi» polacchi verso i modelli nazionali-corporativi dell’Occidente è ormai innegabile: del resto già uno sciopero generale era stato revocato nel novembre scorso, quando era stato minacciato nel caso in cui la Corte Suprema non avesse tolto dallo statuto di Solidarietà alcune clausole aggiunte unilateralmente dal governo agli accordi di Danzica. Già in quella occasione la Corte Suprema accolse il ricorso di Solidarietà, lo sciopero generale fu revocato e l’avvenimento fu festeggiato con canti e balli come una grande festa nazionale. Perfino negli accordi di Danzica uno dei punti più importanti era costituito dalla dichiarazione che «la riforma economica deve basarsi sull’autonomia, fondamentalmente aumentata, delle aziende… per promuovere e realizzare il programma del riassetto della nostra economia».
Era già dunque chiaro che la direzione politica del movimento che ha prodotto Solidarietà era orientata verso rivendicazioni di tipo schiettamente nazionalista, come poi la vicenda felicemente conclusasi della organizzazione contadina Solidarietà Rurale dimostra ancora più chiaramente. Alcuni dati sulla vicenda trattati da Le Monde del 13.1.81: le rivendicazioni essenziali sono contenute in 12 capitoli con 68 punti, in cui si indicano dettagliatamente le misure grazie alle quali sono discriminati i coltivatori privati; il 75% della terra coltivabile è tutt’oggi assegnata a privati e secondo i piccoli contadini il settore collettivizzato dissipa capitali e forza-lavoro mentre nel settore privato non si riesce ad investire nemmeno quanto si è guadagnato perché gli interventi statali sono favorevoli alla collettivizzazione; gli umori dei contadini che protestavano per la mancata registrazione della loro organizzazione erano ben evidenziati nella seguente dichiarazione: «se quest’anno non guadagneremo nulla non produrremo più per tutti ma solo per noi stessi; è per questo che gli operai debbono sostenerci».
Dati più che sufficienti per permetterci di ricordare come il contadiname sia sempre stato legato alle prospettive di sviluppo nazionale e come la posizione classista sia sempre stata caratterizzata dalla autonoma organizzazione dei salariati agricoli contro eventuali organizzazioni anche di piccoli contadini proprietari, perfino nelle condizioni di doppia rivoluzione in cui gli stessi contadini poveri e senza terra potevano svolgere una autonoma funzione rivoluzionaria accanto al proletariato agricolo e industriale.
Nonostante ciò la spinta poderosa della base operaia polacca non manca e sicuramente agiscono nella stessa Solidarietà forze genuinamente classiste, come ci dimostrano i numerosi scioperi spontanei alcuni dei quali sconfessati da Solidarietà stessa, come ci dimostra la dichiarazione della direzione di Solidarietà sopra riportata, come ci dimostrano le accuse di anarco-sindacalismo contenute nel giornale delle forze armate polacche del 17.1 scorso. E’ per questo che sosteniamo che, a differenza dell’occidente in cui le direzioni pienamente borghesi dei sindacati operai si sono consolidate ormai in un arco ultracinquantennale di tradimenti delle aspirazioni proletarie, in Solidarietà polacca, pur essendosi finora affermata una direzione politica (quella legata alla chiesa cattolica) non meno borghese di quelle occidentali, la partita non è ancora chiusa. Riusciranno Walesa e soci a imporre alla classe operaia polacca i 3 mesi di tregua richiesti dal generale capo del governo? Tutti — ad occidente come ad oriente — fanno a gara negli ultimi tempi ad «aiutare» la Polonia, ma se ciò può contribuire ad allontanare nuove esplosioni sociali, certo non risolverà la questione della difesa delle condizioni di vita del proletariato polacco, sul quale anzi nel prossimo futuro peserà anche il gioco di dover restituire gli «aiuti» con adeguati interessi. In Polonia, come dappertutto, il proletariato ha di fronte a sé l’unica via dello smascheramento di tutti i falsi dirigenti e della ricostituzione dei suoi sindacati di classe.
Gli avvenimenti successivi agli scioperi d’agosto hanno clamorosamente smentito quanti sostengono (nei vari campi sedicenti rivoluzionari) che sia prevedibile un brusco salto di qualità dalla ripresa della lotta di classe alla lotta politica rivoluzionaria. Confermano viceversa le posizioni classiche del marxismo rivoluzionario e sempre sostenute dalla Sinistra — oggi più che mai ridotta ai minimi termini — che le lotte di classe, perché abbiano un peso sociale di segno proletario, devono essere condotte da organizzazioni di classe. I proletari devono essere organizzati almeno nella loro organizzazione economica di classe. Altrimenti le lotte stesse prendono indirizzi e vie diametralmente opposte a quella della immediata difesa delle condizioni di vita del proletariato e della futura rivoluzione comunista della fine di una lunga traiettoria che ha appunto come base di partenza la rinascita di sindacati veramente classisti. In Polonia sta prevalendo il nazionalismo come ben dimostrano l’egemonia cattolica e la vicenda di Solidarietà Rurale. Nei paesi occidentali ogni lotta proletaria viene ricondotta nell’alveo dell’enorme potenziale che ancora resiste — anche se tutti gli indicatori ci dicono fortunatamente ancora per poco — della suddivisione delle briciole imperialistiche attraverso il metodo pervasante delle contrattazioni corporative. Noi sosteniamo che il sindacato di classe, l’organizzazione di classe di tutti coloro che hanno necessità di vendere per sopravvivere le proprie capacità di lavoro indipendentemente dal contenuto del lavoro che sono costretti a fare ed indipendentemente dal l’essere momentaneamente occupati o disoccupati, è sempre più urgentemente una necessità vitale. E’ tuttavia da prevedere che proprio perciò una tale riorganizzazione incontrerà notevoli difficoltà per risorgere ed affermarsi e tutte le altre soluzioni verranno imposte al proletariato con amore o per forza, ma essa risorgerà per necessità materiali insopprimibili, come è possibile riscontrare anche nelle lotte della classe operaia polacca, nonostante i risultati non ancora espliciti in tale senso. E’ possibile riscontrare tali necessità anche nelle lotte di varie categorie di lavoratori salariati dei paesi europei occidentali, dove il consolidamento della rinata organizzazione economica di classe sconta l’estrema difficoltà di dover necessariamente risorgere fuori e contro gli attuali sindacati di regime. E’ una difficoltà che è il riflesso della mancata disponibilità alla lotta da parte della generalità della classe, riflesso a sua volta delle non ancora esaurite riserve accumulate per grazia concessione imperialistica nella sua passata fase di sviluppo sfrenato. Che tale fase è però ormai chiusa lo dimostrano meglio di ogni dato «specialistico» (ma solo per chi vuol far quattrini) le recenti misure «antisociali» del nuovo governo USA che si ripercuoteranno come bombe atomiche in tutto il mondo capitalistico. Dobbiamo dunque aspettarci nel prossimo futuro nuove e potenti lotte di classe in ogni paese. Ma quanto più queste saranno estese — e tanto più quanto più interesseranno il cuore del proletariato, cioè le vaste concentrazioni di operai delle grandi industrie — tanto più le sirene dell’emergenza nazionale si faranno sentire. A queste sirene, di qualunque colore saranno vestite, che proclamino la violenza o la pace sociale, il proletariato dovrà rispondere con la sua riorganizzazione, ponendosi fuori e contro soprattutto ogni nazionalismo. E sarebbe anch’esso un vano risultato se non si accompagnasse al rafforzamento del Partito di classe, al rafforzamento e alla estensione della nostra organizzazione, perché la rinascita del Sindacato di classe perfino alla scala mondiale non risolve di per sé la questione centrale che
è e resta quella della conquista del potere e dell’esercizio della dittatura proletaria, impossibile senza che alla direzione dell’organizzazione proletaria si trovi saldamente e organicamente il Partito Comunista Internazionale.