Partito Comunista Internazionale

La classe operaia polacca fra il tradimento di Solidarietà e la repressione armata

Categorie: Europe, Union Question

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Ancora se le cifre che le varie fonti riportano sulla situazione economica, finanziaria ed alimentare della Polonia fossero artatamente gonfiate, non c’è dubbio che lo Stato polacco non pare più in grado di sopportare a lungo una situazione di conflitto così radicale e profonda, di instabilità sociale, di caduta della produzione. Il formidabile moto degli operai di Danzica, Stettino, scoppiato dieci anni fa, anche se per l’asprezza dello scontro e per la genuina conduzione classista più poderoso del presente, e i cui frutti, in bene ed in male sono oggi allo sguardo preoccupato del mondo, poté essere alla meno peggio riassorbito stante gli oggettivi margini che l’economia poteva allora avere; lo scontro di questi mesi invece, pur se sulla base dell’esperienza allora fatta è stato prontamente imbrigliato da una direzione piccolo borghese, cade, pur se di radicalità inferiore, cade su di un apparato produttivo vicino al collasso, su una struttura finanziaria sommersa dai debiti, con risorse alimentari drammaticamente condizionate dai piccoli produttori agricoli, uno dei pilastri su cui poggia lo stato «socialista» polacco, che non possono oltre aumentare, o si rifiutano di farlo, la produzione per la scarsissima remunerazione della agricoltura.
Nell’ottica di queste immediate considerazioni, la «gravità» del momento presente, per i governanti polacchi, è enormemente maggiore di quella di allora.
Non c’è dubbio sia stato offerto un aiuto importantissimo dal sindacato libero «Solidarietà», che, strutturandosi sull’onda dei comitati operai di allora, si è poi sviluppato con tutte le tare più infami dei modelli corporativi d’Occidente, e che in quest’ultima convulsa fase quasi tende a costituirsi quale «partito polacco del lavoro», cercando di fondare anche un partito dei piccoli proprietari contadini — la famigerata Solidarietà rurale — al quale poi subordinare, e per la difesa degli interessi del quale condurre le lotte degli operai. E, per inciso, di fronte ad una simile prospettiva, il governo polacco ha immediatamente opposto un deciso no — un partito contadino organizzato potrebbe mettere in ginocchio per la difesa della sua proprietà, l’economia peggio di uno sciopero di mesi.

Partito polacco del lavoro, se non contrapposto, almeno deciso interlocutore del POUP alla guida dello stato, forza politica autonoma a programma piccolo borghese che tenderebbe a spaccare il tradizionale monolitismo della conduzione statale nel blocco «socialista».
Solidarietà si è quindi assunta direttamente l’onere di operare da ammortizzatore della spinta sociale, per condurre con strumenti «tutti polacchi» l’opera di spegnimento col solito trucco della democratizzazione, della concordia nazionale, della salvezza dell’economia e dello stato, l’azione potente delle grandi masse operaie, i cui scioperi travalicano ormai l’ambito strettamente sindacale e si pongono anche se inconsciamente in
diretto antagonismo dello stato polacco, e per esso del POUP che ne è l’espressione politica.
In questo modo, per gli oggettivi successi iniziali dell’azione, Solidarietà e la sua truce direzione vestita da prete, è stata accettata dal governo, nel quale ha inizialmente prevalso l’ala incline al «compromesso» e malgrado il movimento non potesse essere arrestato del tutto, un accordo dopo l’altro ha tamponato le iniziative di lotta autonome degli operai.
Però alla fine è definitivamente saltata anche l’ultima faticata tregua di tre mesi — e si badi bene, proprio per un «incidente» causato dagli stessi operai che hanno occupato una prefettura — con una violentissima risposta della polizia che ha innescato una reazione a catena nel tutt’altro che calmo quadro sociale, che Solidarietà si è trovata suo malgrado a dover condurre anche alla radicale prospettiva dello sciopero generale — il che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che Solidarietà è ben lungi dall’avere il controllo totale sugli operai, ma è costretta in svolte critiche a seguire le spinte del movimento — e quest’ultima vicenda l’ha resa un interlocutore molto meno valido per il governo polacco, nel quale l’ala fedele a Mosca ha ripreso decisamente vigore.
Quindi lo stesso apparato statale si mostra diviso, ed oscilla tra la volontà aperta di repressione e la rottura netta con Solidarietà, in accordo con le insistenti pressioni della URSS, da una parte, e dall’altra nella ricerca di un nuovo accordo con il sindacato libero che si faccia garante di controllare le lotte e riportare la pace sociale, coadiuvato dall’opera mediatrice della Chiesa polacca. E’ degno di attenzione il fatto che questa ala «possibilista» accusi però la direzione Walesa del sindacato di essersi fatta scavalcare da gruppi estremisti miranti allo scardinamento dello stato, alla ricerca dello scontro in ogni modo. Il che sembrerebbe indicare, al di là di deboli giustificazioni del proprio operato verso l’alleato di Mosca per aver appoggiato l’operato di Solidarietà, dell’esistenza comunque in questo organismo (ci è difficile chiamarlo soltanto «sindacato libero») di frazioni con programmi di azione diversi; ma le notizie che si hanno sulle fonti di stampa dalla Polonia non portano niente in proposito e dobbiamo riferirci a Solidarietà per il solo programma condotto dal gruppo dirigente di Walesa.
Ed infine la stessa organizzazione di base del POUP si sta sfaldando sotto le contraddizioni indotte dall’ambiguità dei dirigenti e la forza stessa dello scontro in atto; il che provoca un ulteriore indebolimento nella possibilità di controllo nelle fabbriche ed in tutte le altre istanze della società che da parte di Mosca non può essere in alcun modo accettata.
In questo senso il sommarsi di azioni repressive ed accordi, di agitazioni che scoppiano d’improvviso in un punto o nell’altro, di iniziative autonome operaie, riducono drasticamente i margini della possibilità di accordo. Anche se l’ennesimo pateracchio di concordia nazionale sarà stipulato tra le parti, non è pensabile una sua lunga durata.
Alla data in cui scriviamo non sappiamo ancora quale strada avrà battuto l’ormai indilazionabile esigenza di normalizzazione della situazione polacca; se — ed è la speranza di tutti i filistei democratici d’occidente, dei preti d’ogni colore e delle banche presso cui la Polonia è esposta per circa 30 miliardi di dollari — potrà essere realizzata una tregua duratura che permetta di rimandare ad una fase meno socialmente calda l’intervento di repressione statale con mezzi solo polacchi; se l’ala dei «duri» nel POUP vorrà passare immediatamente all’offensiva contro gli operai, le truppe del patto di Varsavia — ed è l’ipotesi che pare la più debole perché allo stato attuale delle nostre conoscenze non pare che lo stato polacco abbia ora la forza di andare da solo ad uno scontro — anche se al presente la direzione del movimento è nelle mani di Solidarietà — o se infine il fraterno aiuto dei potenti vicini in armi
liquidi con la forza dell’occupazione militare lo scontro di classe insieme ai democratici di Walesa e compagnia.
Questa terza possibilità è quella di maggior «costo» per il blocco sovietico. Costi militari, per l’impiego di uomini e mezzi quando è ancora aperto il fronte afghano, costi economici perché dovrebbe la sola URSS accollarsi l’onere, pena la perdita di credibilità del Comecon esposto presso le banche internazionali per globalmente 70 miliardi di dollari, dell’intero debito con l’estero della Polonia, costi strategici per tutto il sistema di alleanze attuali e future, costi «alimentari» perché 40 milioni di bocche polacche peserebbero sulle scarse riserve alimentari della Russia, ed infine il costo della gravissima incognita dell’apertura di un fronte di resistenza interno della Polonia — ipotesi probabile, malgrado gli inviti alla non resistenza di Solidarietà in questo caso, dal momento che a differenza della Cecoslovacchia, dove la fognosa e piccolo borghese primavera di Praga cedette senza resistenza ai tanks sovietici nell’indifferenza della classe operaia, la matrice delle agitazioni sociali in Polonia è schiettamente operaia — fronte di resistenza che causerebbe uno sconvolgimento formidabile nel cuore d’Europa, ed i cui effetti non prevedibili potrebbero anche costituire la premessa per il terzo conflitto mondiale.

La cautela nei fatti, dimostrata dai dirigenti di Mosca, anche se la truculenza degli scritti contro Solidarietà ha raggiunto toni violentissimi, si comprende alla luce di questi pochi punti; per ora, pressione nemmeno tanto discreta, le truppe del patto di Varsavia hanno prolungato le loro manovre invernali in Polonia. E’ certo però che se «l’infezione» della rivolta operaia, fiamma facile ad attaccare ove non esista, come sciaguratamente esiste in questo marcio occidente, il tradimento organizzato e sistematico dei falsi partiti operai e dei sindacati di regime si diffondesse agli altri paesi del blocco dell’est, alla stessa URSS, che ha già cominciato a sperimentare timidi accenni di lotta operaia, oppure se il sistema imperiale sovietico in Europa dovesse veramente essere messo in crisi dalla semplice minaccia di un mutamento istituzionale della Polonia, tali costi vanificherebbero, e l’intervento sarebbe immediato, tornando veramente l’ordine a regnare a Varsavia sulle bocche dei cannoni.