La classe a fette
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«L’Italia a fette» è lo slogan adottato dalla CGIL per indicare le suddivisioni salariali di zona che essi dicono di voler combattere e superare chiamando a raccolta la classe operaia del Nord e del Sud in una grande lotta unitaria che dovrà affermarsi tanto più in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. La idea è magnifica, non solo per il miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di operai delle zone meno sviluppate, ma anche perché l’unificazione salariale incepperebbe gravemente il meccanismo capitalistico che nell’impossibilità di armonizzare la sua struttura economica basata sulla concorrenza quindi sulla disuguaglianza, non reggerebbe di fronte all’imposizione di un reale livellamento salariale. I bonzi non hanno nessuna intenzione di accelerare i motivi di crisi contro il capitalismo, ma per timore di essere scavalcati dal crescente malcontento che serpeggia nella classe operaia innalzano un’ennesima falsa bandiera che gli permetta di controllare la situazione.
Del resto non è un problema nuovo per la cricca che dirige la CGIL perché già nel dopoguerra essi imposero al proletariato la discriminazione salariale come «sacrificio» necessario in nome dell’economia nazionale.
Su Rinascita n. 10 del 1951 Vittorio Foa affermerà che dalla soluzione che verrà data a questo problema dipenderà non solo il destino materiale di milioni di lavoratori, «ma la possibilità stessa che all’economia italiana nel suo complesso sia dato un impulso verso livelli più elevati, che il sistema economico oggi asfittico e stagnante sia rimesso in moto». Infatti si trattava proprio di scegliere: o a favore di milioni di operai affamati o a favore del sistema capitalistico che per risollevarsi dalla crisi del dopoguerra doveva ricreare zone e settori di basso salario per favorire la rinascita della piccola e media industria e dei ceti medi che sono la base di un’economia in sviluppo, come pure per creare mano d’opera a basso costo affinché fosse possibile, attraverso il ricatto economico, un più intenso sfruttamento degli operai delle grandi aziende monopolistiche.
Ecco in sintesi la chiara inequivocabile risposta che quei dirigenti sindacali – che oggi dicono di battersi contro le sperequazioni salariali – daranno non agli operai, ma al governo, circa la loro collaborazione:
«Non è in alcun modo vero che le richieste dei lavoratori siano indiscriminate… esse sono chiaramente discriminate… Una prima discriminazione si ha nel fatto che gli aumenti rivendicati non sono uguali in cifra per gli operai e per gli impiegati. Al contrario le richieste sono avanzate in percentuale allo scopo di mantenere in vita la proporzione fra le retribuzioni delle varie qualifiche operaie e impiegatizie stabilita lo scorso anno dopo la lotta sindacale per la rivalutazione, lotta che venne per l’appunto condotta per attenuare l’appiattimento dei salari… un aumento salariale in cifra fissa porterebbe ad un appiattimento delle retribuzioni, un aumento in percentuale invece mantiene inalterate le proporzioni. L’organizzazione sindacale unitaria non vuole l’appiattimento, anche se si rende conto che le categorie inferiori quelle cioè attualmente meno pagate, saranno quelle che riceveranno il minore aumento in lire…». Più avanti Vittorio Foa continuerà dichiarando anche che i sindacati di classe non lotteranno per la riduzione dei prezzi perché significherebbe lottare soprattutto contro i piccoli negozianti e bottegai, contro i piccoli e medi industriali, nonché contro piccoli e medi commercianti!
Così «l’Italia a fette» per i bonzi, ma per noi la classe operaia a fette, ossia la discriminazione salariale fra categorie e zone, verrà realizzata dagli stessi sindacati «di classe» che permetteranno al capitalismo di riprendere la sua marcia in avanti limitando le rivendicazioni salariali a seconda delle possibilità delle singole industrie o più in generale a secondo del livello di sviluppo delle varie zone industriali. Con questo criterio vengono stipulati gli attuali contratti di lavoro che non corrispondono alle necessità generali delle categorie interessate – si trovino esse a Nord come a Sud – ma sempre e comunque agli interessi, questi sì generali, di sviluppo e di conservazione capitalistica.
Oggi i dirigenti della CGIL gridano allo scandalo e dicono di voler lottare per il superamento delle zone salariali, ma, come è facile dimostrare, non si tratta di un ripensamento rispetto alle posizioni controrivoluzionarie del dopoguerra quando dichiaravano di «non volere il livellamento dei salari», bensì della stessa politica antioperaia tanto più nei confronti delle categorie peggio pagate.
Infatti l’impostazione che la CGIL dà all’attuale lotta contro le sperequazioni salariali non prevede l’annullamento del principio dei contratti di lavoro stipulati sulla base delle zone salariali, né tanto meno prevede lotte almeno di categoria per la perequazione salariale; Rassegna Sindacale del 14 luglio dichiara brutalmente – riportando il contenuto del documento programmatico a conclusione del Congresso della FILLEA del ’67 – che «la FILLEA punta anche al superamento di fatto delle sperequazioni salariali zonali liquidando fra l’altro le facili suggestioni di lotte generali e generalizzate a carattere perequativo che nel Congresso qualcuno aveva ventilato… La nostra linea – continua quella dell’iniziativa a livello di fabbrica e di cantiere… un’azione la quale investa il salario nei suoi molteplici aspetti (superminimi, cottimi, premi, etc.) quindi al di fuori di ogni obiettivo perequativo»!
Così i bonzi sindacali non fanno altro che appiccicare l’etichetta «contro le sperequazioni salariali» alla solita lotta articolata nel suo svolgersi materiale (per aziende) e superarticolata nelle centinaia di voci in cui è diviso il salario. Niente è cambiato e niente cambierà per i supersfruttati delle zone depresse: ieri queste categorie operaie vennero sacrificate per permettere all’economia dissestata di riprendere il suo corso; oggi si reclama il superamento delle zone salariali ben sapendo che la politica di concentrazione portata avanti dal capitalismo per ingigantire i suoi profitti tende sempre più ad eliminare la piccola produzione come ad accentuare il divario economico fra Nord e Sud, in quanto il capitale si investe dove i profitti saranno più elevati quindi nelle zone industriali più sviluppate.
Vincolare la lotta per il superamento delle zone salariali nei perimetri aziendali o al massimo regionali per aumenti salariali in percentuale significa non uscire da questa suddivisione, significa rendere nulla ogni possibilità dei settori peggio pagati di livellare il loro salario alle punte più alte, significa ancora una volta aiutare il capitalismo a mantenersi in vita.
«Lotta generale per l’aumento generale e radicale del salario base, proporzionalmente maggiore per le categorie peggio pagate!».
Questa è la parola d’ordine che la classe operaia dovrà impugnare per eliminare le sperequazioni salariali, per colpire contemporaneamente il capitalismo in un punto vitale e per rispondere alla vigliaccheria dei bonzi che accusano gli operai più coscienti «di facili suggestioni per lotte generali e generalizzate a carattere perequativo»!