Lenin contro il PCI
Categorie: Opportunism, Partito Comunista Italiano
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Le lotte operaie non servono, secondo i traditori del P.C.I. che le premessa alle lotte di carta delle assemblee parlamentari dove tutte le questioni dovrebbero essere risolte. La forza della classe operaia è messa al servizio del bene supremo: la legalità parlamentare!
Se qualche operaio crede ancora che il P.C.I. voglia organizzare i proletari e le loro lotte in vista del rovesciamento e della distruzione dello Stato borghese si disillude. Il fine ultimo che il P.C.I. assegna agli scioperi e alle agitazioni proletarie è quello di stimolare la «battaglia parlamentare» cioè di permettere che alcune centinaia di perditempo discutano in una aula rancida la soluzione dei problemi operai. Le elezioni sono il mezzo e la maggioranza parlamentare il fine a cui tutto deve essere subordinato e se gli operai levano le loro potenti braccia non devono farlo per spezzare l’apparato capitalistico, ma per innalzare al seggio di deputati una massa sempre più grande di succhioni che del comunismo conservano solo il nome.
Questo il succo dell’editoriale dell’Unità del 28 luglio 1968 nel quale, dopo aver ricordato con tono epico le terribili battaglie a parole sostenute nel parlamento, che ora se ne va in vacanza, si afferma che le lotte operaie fanno parte del «lavoro preparatorio» di appoggio alla discussione in parlamento «dei problemi della fabbrica, della scuola, dell’agricoltura».
Molto tempo è passato da quando nel 1920 al II Congresso dell’Internazionale Comunista si discuteva se il parlamento doveva essere fatto saltare dall’interno o dall’esterno. Prevalse allora la tesi di Lenin che bisognava andare alle elezioni ed entrare nei parlamenti borghesi per dimostrare agli operai che questi erano solo «mulini di parole», organi creati dalla borghesia per opprimere ed ingannare la classe operaia e che la sola strada per l’emancipazione del proletariato passava attraverso la rivoluzione violenta, la distruzione dello Stato e del Parlamento e la instaurazione della dittatura proletaria. Oggi a cinquant’anni di distanza i cosiddetti comunisti italiani hanno completamente rovesciato la prospettiva di Lenin e giurano sull’eternità del parlamento e dello Stato borghese che hanno contribuito a ricostruire e che difendono con tutte le loro forze.
Tesi del 1920: il parlamento deve essere distrutto.
Tesi del 1968: il parlamento è il fine della lotta operaia. E poi hanno ancora il coraggio di chiamarsi comunisti e di citare Lenin.