Partito Comunista Internazionale

La situazione dell’industria tessile e lotte operaie

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L’industria tessile italiana è una delle branche industriali più colpite dalla cosiddetta «riorganizzazione». In che cosa questa consista tutti gli operai lo sanno bene: licenziamenti massicci, intensificazione dei ritmi di lavoro, taglio dei tempi di cottimo, ecc. ecc., cioè peggioramento netto delle condizioni degli operai non solo dal punto di vista dei salari ma anche soprattutto dal punto di vista del logorio fisico e nervoso a cui essi sono sottoposti.

È una situazione non particolare del settore tessile, ma comune a tutta l’industria italiana dove il «Capitale» cerca di ridurre i costi di produzione per renderli concorrenziali sul mercato mondiale attraverso il metodo classico dell’aumento della produttività del lavoro cioè spremendo all’operaio fino all’ultima goccia della sua energia vitale.

Se dunque ci troviamo di nuovo a parlare dei lavoratori tessili e della terribile situazione in cui sono costretti a lavorare, non è tanto per descrivere un processo che tutti gli operai conoscono per propria esperienza, ma per lanciare ancora una volta ai proletari la nostra parola d’ordine di lotta generale e per dimostrare sulla base dei fatti e delle battaglie condotte in questi ultimi anni, l’inconsistenza delle rivendicazioni per le quali i bonzi della sempre più unita trinità sindacale hanno chiamato e chiamano tuttora i lavoratori alla lotta.

GLI OBBIETTIVI POSTI DAI SINDACATI

Fin dalla firma del contratto nazionale di categoria nel giugno dell’anno scorso si nota l’inconcludenza delle rivendicazioni poste dai tre sindacati le quali non sfiorano neppure il problema cruciale della riduzione dell’orario di lavoro e del carico di lavoro, ma tendono solo a coprire con aumenti salariali irrisori la vera situazione della categoria. Si nota in realtà la spiccata tendenza dei bonzi a cedere sulle questioni più importanti e a mascherare questo cedimento con l’elargizione di pochi spiccioli che sfuggono subito dalle mani degli operai in seguito all’intensificazione dei ritmi di lavoro ed ai licenziamenti o alla declassificazione. Per quanto riguarda l’orario di lavoro i bonzi calarono subito le brache promettendo agli operai imbestialiti di riparlarne in sede di lotta articolata aziendale (invece delle 40 ore inizialmente rivendicate si accettò la riduzione da 45 a 44 ore con decorrenza dal primo giugno 1968). Sui cottimi nessuno ha mai parlato di lottare contro questo metodo bestiale di supersfruttamento, ma anzi i sindacati ne rivendicano la contrattazione, cioè se la cavano con aumenti in generale, anche miseri, delle percentuali di cottimo, in realtà poche migliaia di lire di aumento pagate a caro prezzo dagli operai. Per quanto riguarda il carico di lavoro, cioè l’attribuzione del macchinario ad ogni singolo operaio, anche qui nulla di preciso viene detto ma viene posta la generica rivendicazione di «contrattare» il macchinario azienda per azienda e dell’istituzione a questo scopo di appositi comitati paritetici i quali, dove sono stati installati e funzionano, dimostrano abbondantemente di non riuscire a «contrattare» nulla di serio che possa migliorare la situazione degli operai, ma servono semmai ad impedire che operai e padronato si affrontino sul piano della lotta aperta, ed a smorzare le spinte della base attraverso pacifiche trattative. Tutto questo, unito all’accettazione aperta del lavoro straordinario e dei premi di produzione ha fatto sì che la ristrutturazione, cioè l’offensiva del padronato contro i lavoratori, proseguisse senza intoppi nonostante la combattività estrema dimostrata dai lavoratori in ogni occasione, il cui ultimo esempio è la violentissima lotta degli operai della Marzotto a Valdagno.

INGANNO DELL’ARTICOLAZIONE E DELLA «CONTRATTAZIONE AZIENDALE»

Quando gli operai nel giugno scorso si pronunciarono con durezza contro il contratto nazionale firmato, i bonzi si difesero dicendo che la lotta sarebbe proseguita in maniera articolata azienda per azienda e che quello che non si era strappato ai padroni con il contratto nazionale sarebbe stato strappato con la contrattazione aziendale.

In realtà è successo che le lotte aziendali e relativi accordi firmati non hanno fatto altro che confermare i risultati già acquisiti sulla carta con il contratto, ma che il padronato, forte della divisione degli operai, rifiutava di applicare nella realtà ed eludeva in mille maniere. In ogni modo in nessuno degli accordi aziendali firmati in quest’ultimo anno è stata affrontata la questione della riduzione dell’orario di lavoro e ci si è invece soffermati soprattutto sulla «contrattazione» dei cottimi realizzando così, in pieno accordo col padronato, il disegno bestiale che rende possibile al padrone di licenziare una parte degli operai sicuro che coloro che rimangono al lavoro in cambio di poche lire di aumento sul cottimo o sullo straordinario o sul premio di produzione, svolgeranno anche il lavoro dei licenziati; in questo modo, mentre gli operai diminuiscono, la produzione aumenta ed aumenta pure l’inferno dei ritmi insostenibili per gli operai rimasti alla produzione.

In realtà l’articolazione delle lotte è stato un bellissimo regalo fatto dai bonzi sindacali al padronato tessile il quale si trova a trattare con gli operai da una posizione di forza. Quando gli operai si trovano a combattere fabbrica per fabbrica basta il più piccolo elemento di perturbazione a rendere insostenibile la loro lotta, e basta, ad esempio, la minaccia di smantellare lo stabilimento per mettere subito gli operai in condizioni di inferiorità. Inoltre si permette a padroni come Marzotto di rendere nulla la pressione operaia semplicemente spostando la produzione da uno stabilimento in sciopero ad un altro in cui invece gli operai, «conquistato» il loro accordo aziendale, fanno i cottimi e gli straordinari. Non è vero signori bonzi? L’offensiva padronale è dunque passata e continua a passare (migliaia di licenziamenti sono ancora previsti nel settore tessile per il prossimo futuro) proprio perché la volontà di lotta degli operai è stata spezzata dai bonzi sindacali e dai partiti cosiddetti operai i quali ormai incamminati sul terreno della democrazia parlamentare e della difesa dell’industria nazionale non hanno saputo far altro che proporre al Parlamento la legge di cui abbiamo già parlato su Spartaco e che in realtà sancisce la riorganizzazione indorando solo la pillola per farla digerire agli operai. Presi ormai nel vortice del cretinismo parlamentare essi non hanno altra pretesa che di presentare e far votare una legge dimenticando che gli operai hanno dei diritti solo in quanto possiedono la forza organizzata e la fanno valere in faccia ai padroni. Ma se questa forza viene spezzata non saranno certo i tribunali borghesi che salveranno i lavoratori tessili dal licenziamento, dalla fame.

Il padronato, dicevamo, può proseguire impunemente per la sua strada solo perché proprio coloro che dovrebbero guidare la lotta operaia affiancano il padronato nei suoi disegni frammentando le lotte azienda per azienda, mantenendo le rivendicazioni entro limiti sopportabili dai padroni e anzi rendendole tali che esse (come è per il cottimo e per lo straordinario) favoriscono i padroni stessi nel loro tentativo di cacciare il maggior numero possibile di operai dalla produzione.

LE LOTTE OPERAIE

È in questo quadro generale, che vede da una parte l’estrema divisione delle lotte operaie e dall’altra il perfetto accordo delle tre centrali sindacali, che ogni giorno levano inni alla loro unità di vedute, che, nonostante tutto, gli operai hanno ingaggiato magnifiche e violente battaglie culminate con la lotta della Marzotto di Valdagno, terribile impennata proletaria di cui bisogna parlare. Dopo mesi di lotte articolate e di scioperi al contagocce che non riuscivano certo a bloccare lo stillicidio continuo dei licenziamenti e l’aumento insopportabile dei tempi di cottimo la collera degli operai è esplosa il 19 aprile in maniera irrefrenabile abbattendo il clima di lattemiele in cui continuavano a barcamenarsi sindacati e padroni. Gli operai si sono battuti con eroismo contro la polizia, sempre e dovunque al servizio del padronato, ma sono stati lasciati nel pieno isolamento. Né le altre aziende del gruppo, né tantomeno il resto della categoria è stato chiamato ad un atto di reale solidarietà in omaggio alla tattica dell’articolazione che vuole che gli operai in ogni fabbrica pensino per sé. Nello stabilimento di Pisa di fronte alla collera degli operai i tre sindacati proclamano uno sciopero di… un’ora per turno! E questo è tutto. I sindacati continuano con la tattica dell’articolazione, mentre 47 operai si trovano in galera e finalmente gli operai… vincono. Ma che cosa ottengono? Un nuovo sistema di cottimo che consentirà ad un operaio di «normale operosità» di guadagnare fino al 33 per cento della paga base (tutti sanno bene che cosa significhi la «normale operosità» per il padronato) – aumento del punto di cottimo del 15 per cento – premio una tantum di 31.000 lire. Marzotto «si impegna» a non procedere ad altre sospensioni ed esprime «massima comprensione» alla richiesta di riammettere al lavoro gli operai arrestati che erano stati sospesi. Inoltre, per finire in bellezza, una promessa politica che giustifica la repressione poliziesca contro gli operai, subito accettata da C.I.S.L. ed U.I.L., mentre la C.G.I.L. ha espresso «la sua indignazione» confermando però di accettare in blocco l’accordo.

E questa i bonzi la chiamano una vittoria degli operai di Valdagno, ma è invece la più pesante delle sconfitte in tutti i sensi. Dal punto di vista economico perché a parte le profferte di buona volontà non restano nelle mani degli operai che un pugno di miseri soldi che non risolvono certo la loro situazione. Marzotto «si è impegnato» a non attuare nuove sospensioni ma tutti sanno che cosa significhi in realtà questo impegno. Istruito dalle reazioni degli operai, invece di sospenderli in massa ricorrerà alla tattica dei cosiddetti «licenziamenti silenziosi» che vengono attuati senza nessuna reazione da parte sindacale in migliaia di aziende e il risultato alla fine sarà lo stesso di un licenziamento in massa per gli operai. Il carico di lavoro sarà controllato dai sindacati, così come i tempi di cottimo, ma anche nella ipotesi che il controllo sia effettivo (e noi non ci crediamo) si parte dalla premessa che essi restino come prima, mentre gli operai erano scesi in lotta proprio per ridurli, poiché erano già insopportabili.

Ma la bestialità dell’articolazione risalta da un altro fatto: la lotta finisce a Valdagno e comincia nello stabilimento Marzotto di Pisa dove gli operai sono ridotti a 24 ore di lavoro settimanali e un intero reparto è minacciato di smobilitazione. Nessun tentativo da parte sindacale è stato fatto per unificare la lotta almeno in questi due stabilimenti, anzi si è dirottata la giusta collera degli operai per i fatti accaduti a Valdagno in uno sciopero di un’ora per reparto come abbiamo ricordato sopra. La lotta a Pisa viene condotta dai bonzi con lo stesso metodo che a Valdagno. Scioperi a singhiozzo seguiti da lunghe e inconcludenti trattative, nessuna seria rivendicazione (gli operai rivendicano la riduzione dell’orario di lavoro a 40 ore, ma la C.I. si barcamena tra un incontro e l’altro). Intanto la direzione annuncia la sua intenzione di chiudere la fabbrica per un mese.

Nessuna visione generale e di prospettiva viene da questi «dirigenti» i quali si limitano a subire la spinta degli operai e sugli operai cadono i colpi dell’offensiva padronale senza che essi se li aspettino. Esempio: era chiaro fin dall’inizio per chiunque avesse una visione generale della situazione dell’industria tessile, che Marzotto avrebbe chiuso lo stabilimento di Pisa, ma i bonzi non hanno mai, fino all’ultimo, indirizzato gli operai in questa prospettiva ed anzi si sono vantati di avere ottenuto una chiusura fino al 22 giugno, invece di quella preannunciata per un mese.

Si tratta di un gioco di bussolotti per confondere gli operai, i quali, messi di fronte ad una prospettiva di chiusura definitiva dello stabilimento, avrebbero certo deciso la lotta a oltranza.

L’unica forma di solidarietà offerta agli operai della Marzotto, sono stati due scioperi «cittadini» che hanno mosso gli operai delle industrie pisane per 24 ore; dunque inconsistenti dal punto di vista pratico, anche se importanti perché hanno dimostrato che gli operai erano decisi a muoversi in difesa dei loro compagni e che perciò sarebbe stato possibile unificare le varie lotte aziendali in una lotta unica senza limiti di tempo. Invece i bonzi hanno legato la lotta alla difesa della «economia cittadina» formula bastarda che significa l’unione degli operai con i bottegai, le «autorità», i «preti», ecc. Chiusa nel cerchio di ferro dell’azienda la lotta doveva necessariamente fallire, ed è infatti fallita.

Marzotto ha chiuso la fabbrica di Pisa ed attualmente i bonzi non fanno che recitare gli ultimi atti di una schifosa commedia che dovrebbe servire a far rassegnare gli operai: requisizione (ma naturalmente non riapertura!) della fabbrica da parte del consiglio comunale di Pisa, incontri col Governo, mozioni, dichiarazioni, striscioni più o meno caratteristici, ecc., ed infine la «marcia del lavoro» che dovrebbe portare gli operai a Roma per influire direttamente sul governo. E mentre a Pisa la battaglia viene in questo modo insabbiata, a Valdagno la vantata «vittoria» viene cancellata con un colpo di spugna dal padrone il quale non rispetta l’accordo firmato a suo tempo. Gli operai sono costretti a riprendere la lotta dal punto di partenza. La vittoria era stata dunque, come dicevamo sopra, di Marzotto, non degli operai.

CONCLUSIONI

Perché la classe operaia italiana, la quale dimostra una grande combattività ed unità non riesce a battere il padronato? Perché essa è diretta da partiti ed organizzazioni sindacali che seguono una politica di divisione delle forze operaie. Questi partiti cosiddetti di sinistra ed operai non vogliono unificare e generalizzare le lotte operaie, perché il loro unico scopo è quello di difendere l’economia nazionale, cioè l’economia capitalistica: ed essi impongono la politica delle lotte articolate, degli scioperi a singhiozzo, della contrattazione aziendale, ecc., che è contraria agli interessi anche immediati della classe operaia. Gli operai devono rendersi conto di questo; devono abbandonare i partiti traditori e stringersi intorno al Partito rivoluzionario e devono cacciare dalla direzione delle loro organizzazioni di classe coloro che con la loro politica rendono possibile la sconfitta operaia ed aprono la strada all’offensiva padronale. Mentre la lotta divampa in tutte le fabbriche di tutte le categorie, non si può dire che manchino le condizioni oggettive per vincere. Ma la classe operaia vincerà ad un solo patto: se riuscirà, eliminando le direzioni sindacali riformiste e ridando al sindacato il suo carattere di organizzazione di battaglia, ad unificare tutte le sparse lotte in un unico e possente movimento per un decisivo aumento di salari e per la riduzione massiccia dell’orario di lavoro.