La dittatura del proletariato e il « rinnegato Breznev » Pt.1
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Rivoluzione violenta, distruzione dello Stato borghese, dittatura del proletariato. Ribadiamo come sempre questi nostri vecchi chiodi di fronte alle fetenti posizioni dell’opportunismo, cogliendo questa volta lo spunto da una polemica (sarebbe meglio dire «battibecco» per riportarci a livello delle galline) fra i grandi dottori del PCUS e i figli dei partiti nazional-comunisti d’occidente, prole ormai abbastanza esperta nel «far politica», cioè nel fottere il proletariato, tanto da poter contestare l’autorità paterna. Era inevitabile che prima o poi questi giovanotti scalpitanti decidessero di far di testa propria: «vogliamo le mani libere per fare la nostra vita, il monolitismo del partito guida è finito da tempo; e poi le nostre giovani spose, le nostre rispettive patrie nazionali, non sopporterebbero la vostra ingerenza, dobbiamo rispettare i loro bisogni».
Non ci aspettiamo però tuoni e fulmini da questo litigio, in fondo padri e figli sono sempre della stessa famiglia e non mancherà l’abbraccio finale… alla faccia del proletariato rivoluzionario.
L’antefatto: un articolo dell’illustre Konstantin Zardov in occasione del 70º anniversario del saggio di Lenin «Le due tattiche della socialdemocrazia», dove si ribadisce (leggiamo dall’Espresso) il principio della dittatura del proletariato e si condannano certi comunisti che inseguono l’unità a tutti i costi con le forze di sinistra, ribadendo la priorità del concetto di maggioranza rivoluzionaria su quello socialdemocratico di maggioranza aritmetica.
Risposta dell’Unità: «la pretesa di dettare regole rigide generali è infondata perché il monolitismo è finito da tempo e perché sarebbe assurdo, sul piano teorico, non tener conto della varietà delle situazioni». Reazione del tutto giustificata. Ma scherziamo davvero? Da stalinisti, per sostenere la vostra politica di coesistenza e di non ingerenza negli affari degli altri paesi, avete dichiarato che la lotta per il comunismo non debba necessariamente passare per la guerra civile, l’uso della violenza, della dittatura proletaria, e che possano esservi vie diverse da quella e diverse da paese a paese. Sempre voi, da destalinizzatori, avete sostenuto che potesse esservi anche la via della maggioranza parlamentare e che i partiti dovessero utilizzare in questa lotta non solo l’appoggio dei lavoratori salariati, ma l’alleanza di questi con le classi medie, il consenso del popolo e di tutti gli uomini colti e di buona volontà. E dopo tutto questo pretendete di richiamarci a codesti rigidi principi? Insieme vi abbiamo messo una grossa pietra sopra e noi oggi dobbiamo dimostrarlo a chiare lettere all’industriale, al prete, all’intellettuale e al bottegaio.
Sulla polemica «scottante» si precipita, taccuino alla mano, il «politicologo» dell’Espresso. L’intervista è a Rumjancev, altro pezzo grosso del PCUS il quale si dichiara disposto a parlare alla condizione che ciò che dirà «non deve essere considerato come una indebita interferenza nelle questioni degli altri partiti comunisti». Per carità! Si figuri signor Rumjancev prosegua pure in nome dell’internazionalismo «rispettoso della non ingerenza».
Che differenza: ieri partivano da Mosca direttive uniche e vincolanti per tutti i partiti dell’Internazionale Comunista, costretti, anche i più reticenti, a denominarsi semplici sezioni del Partito unico mondiale; oggi invece ci arrivano i pecoreschi belati sulla non ingerenza reciproca del tipo dell’ipocrita riservatezza dei galantuomini borghesi gelosi della propria «privacy».
Bene, prosegue Rumjancev, ognuno si faccia gli affari suoi, ma «non si deve dimenticare che il fine ultimo della nostra lotta comune è la dittatura proletaria, cioè la forma più alta di democrazia». Ritorneremo in altra occasione sulla democrazia, per ora un semplice appunto. È assolutamente falso per un comunista affermare che il fine ultimo è la dittatura proletaria. Il fine ultimo è il comunismo, società senza classi e senza Stato, dove non avrà più senso parlare di democrazia. La Dittatura del Proletariato è invece un periodo transitorio che comprende tutta la fase di trasformazione rivoluzionaria nel quale lo Stato si estingue a misura che le classi sociali scompaiono. Crediamo che non sia una svista casuale: sarebbe difficile ed anche pericoloso infatti affermare che lo Stato russo, in quanto si dice «dittatura proletaria», tende ad estinguersi, e non potendo riconoscere la sua natura di dittatura capitalistica che tende a potenziarsi piuttosto che a svuotarsi, non resta altro a Rumjancev che dichiararlo come «fine ultimo» e quindi inesauribile.
Andiamo avanti: «noi rispettiamo» ripete Rumjancev «le opinioni dei singoli partiti comunisti, ma ribadiamo che la dittatura proletaria è e rimane il principio basilare che ci accumuna». Vecchio bastardo! Una sola cosa vi accumuna: il rinnegamento di questo e di tutti i principi basilari del marxismo.
Ricordiamo la vecchia polemica fra Lenin e Kautsky il quale disse che tutta la questione della dittatura viene da una «parolina» che una volta scrisse Marx. Con una serie ruffiana di citazioni si tentava di svuotare il peso fondamentale di questo concetto in Marx, riducendolo ad una scelta infelice nel lessico. «Chiamare ‘parolina’ questa celebre illazione di Marx, che costituisce la somma di tutta la sua dottrina rivoluzionaria, significa farsi beffe del marxismo, significa rinnegarlo completamente. Non si deve dimenticare che Kautsky conosce Marx quasi a memoria; che, a giudicare da tutte le sue pubblicazioni, egli ha nel suo scrittoio o nella sua testa tutto uno schedario nel quale gli scritti di Marx sono accuratamente classificati, nel modo più comodo per citarli. Kautsky non può non sapere che tanto Marx quanto Engels parlarono ripetutamente della dittatura del proletariato… che tale formula è l’esposizione più completa e scientificamente più esatta del compito del proletariato di spezzare la macchina statale borghese, del quale compito Marx ed Engels parlarono, tenendo conto delle rivoluzioni del 1848 e del 1871, dal 1852 al 1891, per ben quaranta anni».
Probabilmente Rumjancev possiede uno schedario di Lenin migliore di quello di Kautsky per Marx, magari elettronico (supponemmo nel «Dialogato con i morti»), ma la «parolina» di Marx rimane per lui tanto «parolina» che può essere di colpo cancellata: «so bene che questa parola spaventa molta gente. Allora diciamo meglio: la direzione del proletariato e della sua teoria». Vedete? Non c’era da preoccuparsi: basta cambiare una parolina, «dittatura» con «direzione», e le cose si rimettono a posto, noi continueremo a parlare di dittatura del proletariato quando vorremo far credere ai lavoratori che lo Stato russo è il loro Stato, voi continuerete a parlare di «democrazia pluralistica», di «governo di sinistra», di «compromesso storico» o di tutte le altre canagliate che in seguito deciderete di propinare ai proletari.
E siamo così giunti alla riconciliazione finale. Conclude Rumjancev: «che vuol dire impedire al PCI o al PCF di andare al governo? Vuol dire contrastare le aspirazioni della classe lavoratrice». Eccoci così nuovamente d’accordo: che il PCI vada al governo in nome della «creatività marxista».
Certamente un po’ deluso, il nostro «politicologo» in cerca della scottante notizia, se ne torna a Roma, deciso a rinfocolare la polemica. L’intervista è a Pajetta il quale esordisce ricordando che: «l’essenziale del pensiero di Marx e di quello di Lenin è stato lo svolgersi dialettico teso a comprendere la dialettica dei processi storici, per intervenire con un’azione politica efficace». È una bella frase, una vera e propria sintesi dell’opportunismo, senz’altro da aggiungere a quella famosa di Bernstein: «il movimento è tutto il fine è nulla».
La teoria è sempre stata una camicia troppo stretta per l’opportunismo e quando ha potuto ha sempre cercato di liberarsene in nome delle «rivendicazioni realistiche» adattate alle «possibilità concrete» e invocando la libertà di critica, di aggiornamento e di revisione in base alle «nuove situazioni» o alle «particolarità locali». Proprio contro la libertà di critica si scaglia Lenin nel «Che fare?», accusato lui stesso, guarda caso, di dogmatismo. Egli ricorda che Marx nella «Critica al Programma di Gotha» condanna l’eclettismo nella enunciazione dei principi. «Se è necessario unirsi», scriveva Marx ai capi del partito, «fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio di principi e non fate ‘concessioni’ teoriche». «Senza teoria rivoluzionaria», conclude Lenin, «non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dalla esaltazione delle forme più anguste di azione pratica».
Pajetta, con la sua affermazione, respinge invece la teoria marxista riducendola a «metodo di analisi dei processi storici» e Marx e Lenin divengono due liberali borghesi intenti a comprendere i «fatti» per «intervenirvi efficacemente». No signori! il marxismo è molto di più: comprende il materialismo dialettico, cioè lo strumento con il quale il marxismo ha analizzato i processi storici nell’arco di millenni di storia umana (non certo come fate voi che al massimo vi rifate a due giorni appresso); sulla base di questo studio scientifico una concezione generale del mondo e della storia, su cui infine si fonda il sistema di formulazioni programmatiche (i nostri «principi») che costituiscono il tracciato storico e politico della emancipazione della classe operaia mondiale.
Uno di questi principi, il fondamentale, è appunto la dittatura del proletariato. Citiamo Marx nella sua lettera a Weydemeyer, in data del 5 marzo 1852: «per quel che mi riguarda, non ho né il merito di avere scoperta l’esistenza delle classi nella società contemporanea, né quello di avere scoperta la lotta delle classi tra loro. Storici borghesi avevano esposto molto prima di me lo sviluppo storico della lotta delle classi, e alcuni economisti borghesi l’anatomia economica delle classi (soltanto a questo ridurrebbero il marxismo i nostri impostori) ciò che io ho fatto di nuovo è di aver dimostrato: 1) che l’esistenza delle classi si riferisce solo a certe fasi storiche dello sviluppo della produzione (tesi che concerne la non eternità delle classi: vi sono state e vi saranno forme di società umana senza classi); 2) che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3) che questa stessa dittatura non è se non la transizione alla soppressione di tutte le classi e alla società senza classi…». L’affermazione della dittatura del proletariato è dunque il dato essenziale per il marxismo tanto che Lenin ne fa la «pietra d’assaggio» per la comprensione e il riconoscimento effettivo del marxismo: «non è marxista se non chi estende il riconoscimento della lotta di classe fino al riconoscimento della dittatura del proletariato». È evidente che tutte le vie di preteso passaggio al socialismo che non estendono il riconoscimento della lotta di classe a quello della dittatura, caratterizzano l’opportunismo contro il quale si svolse la battaglia teorica e materiale di Lenin, in quegli anni, ma è principio base che vale per tutti i tempi e per tutte le rivoluzioni.
Ma ritorniamo a Pajetta: «quando si parla di ‘dittatura del proletariato’ in Marx ed in Lenin va intanto tenuto presente che il termine che si accompagna e si contrappone a quello di ‘dittatura della borghesia’ (come se oggi non si fosse in regime di dittatura borghese) ha il significato di guida e di determinante influenza politica che si esercita da parte di una classe la quale assume una funzione dirigente attraverso un profondo rivolgimento sociale». Kautsky parlava di «stato di dominio della classe operaia» e Lenin così lo sferzava ne «La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky»: «A Kautsky occorre interpretare la dittatura come ‘stato di dominio’ perché così scompare la violenza rivoluzionaria, scompare la rivoluzione violenta. Lo ‘stato di dominio’ è uno stato nel quale si ha una qualsiasi maggioranza in regime di…’democrazia’! con simile trucco truffaldino la rivoluzione scompare felicemente.
Ma la truffa è troppo grossolana e non salva Kautsky. Che la dittatura presupponga e significhi uno stato di violenza rivoluzionaria di una classe contro l’altra, sgradevole per i rinnegati, è cosa che non si può nascondere. L’assurdità della distinzione tra ‘stato di cose’ e ‘forma di governo’ viene alla luce. Parlare qui di forma di governo è cosa tre volte sciocca, giacché qualsiasi bambino sa che monarchia e repubblica sono forme di governo diverse. Si deve dimostrare al signor Kautsky che ambedue le forme di governo, come in generale tutte le ‘forme di governo’ transitorie sotto il capitalismo, non sono in fondo che degli aspetti dello Stato borghese cioè della dittatura della borghesia».
«Infine parlare di forme di governo è una falsificazione non solo sciocca ma anche grossolana, del pensiero di Marx, il quale parla con chiarezza lampante della forma o tipo di Stato e non della forma di governo. La rivoluzione proletaria è impossibile senza la distruzione violenta della macchina statale borghese e la sua sostituzione con una nuova che, secondo Engels non è più uno Stato, nel senso proprio della parola».
Pajetta qui parla, ancora peggio, di «determinante influenza politica e di funzione dirigente», perché vuole rinnegare in un sol blocco i tre principi fondamentali del marxismo rivoluzionario: la rivoluzione violenta, la distruzione dell’apparato statale borghese, la dittatura del proletariato.
Vediamolo nel prosieguo: «il termine di ‘dittatura’, in un caso o nell’altro, non si confonde con l’adozione di metodi terroristici o anche solo autoritari e amministrativi nella gestione del potere». Come mettere queste citazioni accanto a quelle di Lenin: «La dittatura è un potere che si appoggia direttamente sulla violenza, non vincolato da nessuna legge. La dittatura rivoluzionaria del proletariato è un potere conquistato e sostenuto dalla violenza del proletariato contro la borghesia, un potere non vincolato da alcuna legge». O a quelle di Engels a commento dei fatti della Comune di Parigi: «Il partito vittorioso, se non vuole avere combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi… Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente»?
Ma «perché ci vuole la dittatura del proletariato dal momento che si ha la maggioranza»? si chiede Kautsky. Marx ed Engels spiegano: per spezzare la resistenza della borghesia, per incutere terrore ai reazionari, per assicurare l’autorità del popolo in armi contro la borghesia, perché il proletariato possa schiacciare con la forza i propri nemici. «Il passaggio del capitalismo al comunismo abbraccia una intera epoca storica» spiega Lenin, «finché essa non sia terminata gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza di una restaurazione e questa speranza si traduce in tentativi di restaurazione. Anche dopo la prima disfatta seria, gli sfruttatori rovesciati, che non si aspettavano di esserlo, che non ci credevano, che non ne ammettevano neanche l’idea, si gettavano nella battaglia con energia decuplicata, con furiosa passione, con odio cento volte più intenso per riconquistare il ‘paradiso’ perduto alle loro famiglie, che vivevano una vita così dolce e che la ‘canaglia popolare’ condanna ora alla rovina e alla miseria (o a un lavoro ‘ordinario’…). E a rimorchio dei capitalisti sfruttatori si trascina la grande massa della ‘piccola borghesia’ la quale, come attestano decenni di esperienza storica in tutti i paesi, oscilla ed esita, oggi marcia al seguito del proletariato, domani si spaventa delle difficoltà della rivoluzione, è presa dal panico alla prima sconfitta o al primo smacco degli operai, cade in preda al nervosismo, non sa dove batter la testa, piagnucola, passa da un campo all’altro… In una situazione simile, in un’epoca di guerra disperata, accanita, nella quale la storia ha messo all’ordine del giorno l’esistenza o meno di privilegi secolari e millenari, parlare di maggioranza e di minoranza, di democrazia pura, dell’inutilità della dittatura, di uguaglianza fra sfruttatori e sfruttati! Quale abisso di stoltezza, quale voragine di filisteismo sono necessari per giungere a ciò». E peggio, aggiungiamo noi, sostenere che (citiamo Pajetta) «la classe operaia deve essere in grado di avere il sostegno del suffragio elettorale e di sottoporre al confronto della lotta politica e al giudizio degli elettori il suo modo di gestione» il che significa: «pluralità dei partiti e la loro piena libertà di esplicarsi attraverso le forme parlamentari ed elettive e gli istituti che ne possono rappresentare uno sviluppo».
Dunque la classe operaia dovrebbe chiedere il parere alle altre classi sociali sul suo modo di gestione? È evidente che Pajetta non parla di una trasformazione rivoluzionaria della società, ma di un tipo di gestione dello Stato e dell’economia capitalistica. Inoltre essa dovrebbe reprimere i suoi sfruttatori, cioè la borghesia capitalistica, insieme alle ruffiane mezze classi, salvaguardando però la loro piena libertà di organizzarsi ed esplicarsi, ed anzi favorendo lo sviluppo di queste organizzazioni. L’unico sviluppo che un partito borghese può conoscere è in senso reazionario, cioè diventa strumento più potente ed efficace per la conservazione sociale. La classe operaia dovrebbe dunque non reprimere, ma anzi favorire questa possibilità! È altrettanto evidente che non può essere così e che voi non avete nessuna intenzione di abbattere la borghesia e il regime capitalistico.
Sappiamo che il proletariato rivoluzionario non potrà distruggere di un sol colpo la borghesia; essa continuerà a sopravvivere anche a lungo nella struttura economica e sociale, così come la sua ideologia, la sua mentalità, le sue abitudini richiederanno molto tempo per esaurirsi. Ma ciò che è indispensabile premessa della trasformazione rivoluzionaria della società è la repressione violenta, terroristica, metodicamente applicata di ogni tentativo da parte borghese di riorganizzarsi sotto qualsiasi forma. Altro che pluralismo, nessun diritto politico alle classi sfruttatrici!
Sciorinato un altro inno alla libertà individuale, al pluralismo e alle libere organizzazioni, Pajetta ci offre poi una perla di raro splendore: «superamento», invoca, di una concezione ideologica dello Stato che possa essere considerata come una sorta di confessionalismo imposto dall’alto». Che lurido tentativo di far passare la più volgare e sciatta filosofia borghese che ammonisce gli operai: che è questa idea dello Stato che opprime? superiamo questa mentalità, dobbiamo sentirci tutti ‘parte’ dello Stato. No cari signori. Lo Stato è precisamente una «sorta di confessionalismo imposto dall’alto» e anche qualche cosa di più: è una macchina equipaggiata di tutto punto per opprimere la classe sfruttata, l’organo del dominio di classe. Come ricorda Engels ciò è vero per qualsiasi Stato anche per quello di dittatura proletaria: «non essendo lo Stato altro che una istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione per tenere soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno ‘Stato popolare libero’ è pura assurdità: finché il proletariato ha bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere». Lo Stato è sinonimo di oppressione di classe, di violenza organizzata, di repressione e, se volete… di «confessionalismo imposto dall’alto», all’opposto ci sta il termine libertà. L’affermazione di Pajetta è addirittura al di sotto dell’idea che dello Stato hanno molti ideologi borghesi i quali riconoscono che esso è il prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi, anche se «correggono» Marx in modo tale che lo Stato appare come l’organo della conciliazione tra le classi anziché l’organo di dominio di una classe sull’altra.
Prosegue Pajetta: «noi pensiamo che per i paesi dell’Europa occidentale un approccio democratico al socialismo sia possibile».
Particolarmente rivoltante questa idea dell’«approccio» o, detto in gergo «pomiciata» con il socialismo. «Indietro, sporchi pomicioni della rivoluzione! Essa è scontro, urto, esplosione feconda sanguinosa breccia nella storia»! vi gridammo in faccia nel «Dialogato con i morti» «Anzi riteniamo che solo (sottolineato da noi) una via democratica possa portare qui al socialismo, con la difesa delle istituzioni democratiche e con il loro sviluppo, con l’accresciuta partecipazione e l’effettivo esercizio del controllo». Questo perché, continuiamo noi, in Europa disponiamo di «democrazie di tipo nuovo» che non rappresentano la dittatura di nessuna classe in particolare, ma, a parte alcune incrostazioni, la volontà del popolo e quindi sono suscettibili di divenire strumenti idonei alla «costruzione del socialismo».
Come si vede da tutta la sua polemica contro la «democrazia pura» o «democrazia in generale» di Kautsky, Lenin conosceva già in anticipo, prima che emergesse dal baratro della controrivoluzione, la vostra «repubblica democratica uscita dalla resistenza», che egli chiama «democrazia pre-socialista»: «Kautsky pone la questione dal punto di vista di un liberale, cioè come una questione di democrazia in generale e non di democrazia borghese; egli rifugge perfino da questo concetto esatto, classista e cerca di parlare di ‘democrazia pre-socialista’». Kautsky cercava allora soltanto di parlarne, voi non solo ci avete sproloquiato per trent’anni sulla democrazia pre-socialista, ma l’avete difesa praticamente e la difendereste anche con la violenza contro, non tanto il fascismo, quanto il proletariato rivoluzionario. Ma proseguiamo con Lenin: «È naturale che un liberale parli di ‘democrazia in generale’» afferma in un altro passo «ma un marxista non dimenticherà mai di porre la domanda: per quale classe? Tutti sanno per esempio – e lo sa lo storiografo Kautsky – che le rivolte o anche soltanto il grande fermento tra gli schiavi dell’antichità resero subito manifesto che l’essenza dell’antico Stato era la dittatura sul proletariato di schiavi. Distruggeva tale dittatura la democrazia tra i proprietari di schiavi per i proprietari di schiavi? È noto a tutti che così non era. Il ‘Marxista’ Kautsky ha detto una cosa così mostruosamente assurda e una menzogna, perché ha ‘dimenticato’ la lotta di classe».
Più oltre Lenin ribadisce questo concetto: «il dotto signor Kautsky ha con tutta probabilità ‘dimenticato’, casualmente ‘dimenticato’, questa ‘inezia’: che il partito dominante della democrazia borghese garantisce la tutela della minoranza (cioè la democrazia) unicamente ad un altro partito borghese; al proletariato invece in ogni questione seria, profonda, fondamentale, in luogo della ‘tutela della minoranza’ si regala lo stato di assedio o i ‘pogrom’. Quanto più è sviluppata la democrazia tanto più, in ogni profondo contrasto politico che minacci la borghesia, diventano imminenti i pogrom e la guerra civile». Dal momento che viviamo in regime di classe dunque la democrazia non può che significare democrazia per la classe dominante («finché esistono le classi si può parlare unicamente di democrazia di classe» – Lenin). Il fatto che il nostro movimento oggi, dopo aver assistito alla tremenda degenerazione opportunistica dei partiti comunisti abbia abbandonato il termine di «democrazia proletaria» usato da Lenin per definire la dittatura del proletariato è un’altra questione, che non intacca comunque il senso delle parole di Lenin.
Concludiamo con la limpida affermazione di Engels: «Lo Stato non è che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra e ciò nella repubblica democratica non meno che nella monarchia». Dunque, contro la repubblica democratica, non meno che contro la monarchia e il fascismo, rivoluzione violenta, distruzione dello Stato borghese, dittatura del proletariato!
Ma ci sono delle eccezioni, risponderà Pajetta così come obiettava Kautsky, anche Marx ed Engels avrebbero fatto un’eccezione per l’Inghilterra e l’America fino al decennio 1870-1880. La risposta di Lenin è fondamentale. La necessità della violenza e della dittatura è particolarmente dovuta alla esistenza del militarismo e della burocrazia «ma nell’epoca in cui Marx faceva questo rilievo, in Inghilterra e in America appunto, e appunto nel decennio 1870-1880, queste istituzioni non esistevano. Oggi invece esistono tanto in Inghilterra quanto in America». Abbiamo nel 1975 notizia che tali forme siano nei due paesi scomparse di nuovo? «Lo storiografo Kautsky, spiega più oltre Lenin, «falsifica in modo così spudorato la storia da dimenticare l’essenziale: che il capitalismo ‘pre-monopolistico’ – il quale raggiunge il suo apogeo nel decennio 1870-1880 – si distingueva in forza dei suoi tratti economici essenziali, manifestatisi in modo tipico particolarmente in Inghilterra e in America, per un amore della pace e della libertà relativamente grande. L’imperialismo invece, cioè il capitalismo monopolistico maturato definitivamente solo nel secolo ventesimo, si distingue, in forza dei suoi tratti economici essenziali, per il minimo amore della pace e della libertà e per il massimo ed universale sviluppo del militarismo. Non notare questo nell’esaminare fino a che punto sia verosimile o tipico un rivolgimento pacifico o un rivolgimento violento, vuol dire scendere al livello del più volgare lacché della borghesia».
Ma c’è di più, Marx ed Engels avevano fatto del rivolgimento pacifico solo una ipotesi per l’Inghilterra e l’America del 1870, voi, carognoni, lo affermate come unica possibilità nell’Europa del 1975.
Ne abbiamo più che a sufficienza per rigettarvi, tutti insieme, Russi e Occidentali, padri e figli, nel campo borghese!