Partito Comunista Internazionale

Il governo borghese inventa miliardi per stordire i proletari

Categorie: Government budget, Italy, Public debt

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Finalmente il governo demo-popolare della borghesia italiana ha varato il piano «a medio termine» per il rilancio dell’economia. Cifre astronomiche volano da un capitolo all’altro: 16.000 miliardi in 5 anni! Ce n’è per tutti i gusti, per il Mezzogiorno, il Centro e il Nord, per la Fiat a patto che «salvi» la Leyland-Innocenti (e poi anche senza Leyland!), per la Montedison a condizione che non chiuda gli stabilimenti di Vercelli, Verbania-Pallanza e Val di Susa, ma si «limiti» (!!) a mandare a casa solo 1.500 operai in pre-pensione per i quali il «piano» prevede fondi, per tutti i complessi industriali, insomma, che vogliono «riconvertire» la loro attività, per la «ricerca scientifica». Ma è previsto pure il salario «garantito» per gli operai e impiegati che fossero licenziati a causa di ristrutturazione, riorganizzazione e riconversione industriale, per la durata di ben 36 mesi con corresponsione anche degli assegni familiari. Una vera pacchia per chi avrà la «fortuna» di essere «privilegiato» di disoccupazione, perché senza colpo ferire avrà un salario pari all’80% di quello attuale senza lavorare e col vantaggio di poter recuperare l’altro 20% mancante «arrangiandosi», cioè lavorando sotto costo presso le piccole e medie aziende direttamente e a favore delle grandi indirettamente.

I giornali della borghesia industriale e finanziaria parlano già di «clima da seconda ricostruzione nazionale». È quanto basta per capire subito, anche senza essere economisti, come si svolgeranno e come andranno a finire i piani e contropiani economici. Infatti, gli stessi giornali borghesi enunciano chiaramente che uno degli scopi principali di questo programma massiccio di investimenti è quello di raggiungere la «pace sociale», anche se a noi fautori della guerra sociale non sembra che sia mai venuta meno questa «pace», e il «senso di responsabilità». «Pace sociale», allora vuol dire che la borghesia è disposta a sacrificare i quattrini dello Stato, cioè a impiegare una parte del lavoro non pagato agli operai sotto forma di tasse, in particolare sui salari; è disposta a questo «sacrificio» per il nobile intento di poter continuare tranquillamente cioè con la «pace sociale» nelle fabbriche e nella società a sfruttare il lavoro salariato. «Senso di responsabilità», che la borghesia richiede ai sindacati come se fino ad oggi i sindacati non fossero stati «responsabili», cioè coscienti che la «pace sociale» sarebbe impossibile senza la loro politica di freno e di sottomissione degli interessi operai al «bene della Nazione».

La «corsa» ad arraffare un pezzetto della gigantesca torta di 15 mila miliardi è però già principiata da un pezzo, innanzitutto perché il finanziamento andrà per la maggior parte a pagare i colossali debiti privati e pubblici, in prima linea degli Istituti mutualistici e previdenziali che ammontano a circa 5.000 miliardi, ad un terzo degli stanziamenti totali. Non viene detto da dove verranno fuori tutti i miliardi programmati. È certo che vi contribuirà l’aumento del debito pubblico, come è sempre avvenuto, e cioè l’indebitamento dello Stato, che tradotto in termini politici significa la subordinazione dello Stato al capitale finanziario sia nazionale che estero. Tra non molto verrà fuori di nuovo il grido angoscioso dei La Malfa, magari, stavolta associato a quello degli altamente «responsabili» partiti di «sinistra», per il bilancio statale in crescente e preoccupante deficit.

Noi, modestamente, ci azzardiamo a fare una proposta, che è molto semplice ma anche molto efficace: azzerare il debito pubblico, depennare tutti i debiti che lo Stato ha verso i terzi! È il solo modo di riequilibrare i conti di bilancio e di rimettere in piedi sia la baracca dell’economia che quella dell’amministrazione centrale. È ovvio che sarebbe un’operazione altamente economica, utile, efficace, che «rilancerebbe» la produzione. Ci rendiamo conto che solo i comunisti rivoluzionari possono osare di fare certe proposte, perché vedono i problemi dal solo punto di vista proletario, dal solo punto di vista scientifico dell’economia, e non borghese. Questo provvedimento molto elementare, infatti, verrà preso dal potere proletario il giorno stesso che cadrà il potere borghese, mettendo pace tra i poveri e ponendo al servizio dei bisogni veramente sociali il lavoro umano. È chiaro che questo provvedimento audace, ma non per i comunisti, metterebbe in crisi la borghesia, ne distruggerebbe le basi economiche, speculative, farebbe saltare le banche, le grandi concentrazioni internazionali finanziarie, segnerebbe la fine del capitalismo. Ma questo conferma che il capitalismo non sta più in piedi, che la sua esistenza è possibile ancora ricorrendo ad artifici ingannevoli, alla demagogia più crassa.

La reazione sindacale e dei partiti di «sinistra» è stata subito «dura» contro il programma di investimenti governativi, perché non sarebbe indirizzato ad allargare la occupazione al Sud, e non sosterrebbe i piani di potenziamento produttivo di quelle aziende che si propongono il soddisfacimento di consumi sociali e non individuali. È questa una barzelletta ricorrente nell’alta strategia dei centri sindacali e politici cosiddetti operai, secondo cui in regime di profitto ci sarebbe una diversità sostanziale tra la produzione di autobus e quella di automobili, celando la verità che cioè il capitale si investe là dove ottiene la miglior remunerazione, il miglior profitto, col minor rischio, facendo finta di non sapere che i finanziamenti vengono erogati dalle banche e non dal governo che non è un’azienda di credito, ma solo un «consiglio di amministrazione» subordinato agli interessi del capitale finanziario, che queste erogazioni vengono fatte dalle banche alla condizione primaria che i piani di investimento aziendale dimostrino di essere produttivi, vale a dire produttivi di profitto. Siamo certi che queste «eccezioni» alla politica economica governativa verranno meno il giorno in cui il governo in carica sarà diverso da quello odierno, un governo tipo «compromesso storico».

Come sempre le proposte governative nella discussione in parlamento subiranno alcune modifiche, a maggior gloria dell’opposizione leale e legale dei partiti opportunisti e dei sindacati tricolore, e le solite concessioni diplomatico-strategiche verranno fatte, per esempio, quella di aprire dei cantieri di lavoro per disoccupati per non «umiliarli» col «salario garantito», e per rafforzare il «prestigio» forcaiolo che questi organi pseudo-operai hanno tra i salariati.

La borghesia vende demagogia, col favore delle centrali opportuniste politiche e sindacali, pur di fare i suoi disgustosi interessi. Riuscirà ad avere il tempo di consumare i 15.000 miliardi, o meglio quello che resta dei finanziamenti proposti? Noi pensiamo di no. Ma i proletari non abbocchino all’amo delle promesse della classe che li sfrutta. Sappiano che questi ingenti mezzi finanziari non andranno a sollevare le loro condizioni materiali, che non si ridurrà il costo della vita, che non diminuiranno gli affitti esosi delle case, che la vita è ancora tenuta in mano dal padronato per i suoi loschi interessi di bottega.