Partito Comunista Internazionale

“Giovinezza! Giovinezza!” al congresso della F.G.C.I.

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Da quanto si può ricavare dal recente congresso della FGCI, è assai problematico stabilire se per il PCI esiste veramente la «gioventù proletaria». Non parliamo poi di «giovani proletari rivoluzionari», essendo ormai bandita da tempo anche, in quella che dovrebbe essere l’organizzazione di avanguardia di un partito che si definisce «comunista», la parola rivoluzione. Infatti il Congresso non ha fatto altro che parlare di «giovani», di «gioventù», di «nuove generazioni», categoria sociale inesistente, come potrebbe essere quella dei «vecchi» e delle «donne», degli «uomini», dell’«umanità», o, se volete, degli «utenti delle ferrovie». Certamente è significativo questo linguaggio, perché ripropone, con una forza che altri gruppi politici non hanno, la stessa tematica popolaresca del partito adulto e degli sgangherati gruppetti «radicali». Per tutti questi, ivi compresi FGCI e PCI, gli «operai» sono una categoria accanto a quelle sopra enumerate, categorie il cui insieme formerebbe il popolo; un popolo particolarmente inteso nelle «nuove» accezioni politiche, un popolo «mobile», cioè costituito non da classi ben identificate sul terreno dei rapporti di produzione e di proprietà, ma da gruppi di uomini, magari gli stessi, che di volta in volta si manifestano come operai, come utenti, oggi dei servizi elettrici, domani del gas, poi dell’autostrada, ecc.; come giovani, come vecchi, ecc. Un guazzabuglio, insomma, come si conviene alla corretta definizione di popolo.

Ebbene, il PCI chiama tutti i giovani, tutti, anche quelli borghesi, anche «i ragazzi suggestionati e attratti dai gruppi neofascisti», anche gli studenti, e, perché no, anche e finalmente i giovani operai, come sopra intesi, ad unirsi non per «alzare steccati tra i giovani sulla base di pregiudiziali ideologiche», ma per salvare il paese dalla crisi, per ricomporne l’unità nazionale, e via discorrendo con tutti gli accenti «ideali», «sociali», «sentimentali», tipici dell’idillio democratico, cioè di convivenza civile tra le classi. A costoro non è passato nemmeno per l’anticamera del cervello che anche tra la gioventù passa il fossato di classe, tra giovani operai e giovani borghesi, la cui divisione di classe si manifesta proprio anche in forme ideologiche diverse, contrastanti, opposte. Per cui un cosiddetto movimento giovanile, o femminile o studentesco, altro non è che movimento non di classe, in cui dovrebbero convivere con gli stessi interessi individui delle classi antagoniste. Questo rimescolio puzza lontano un miglio di Gioventù Italiana del Littorio che aveva le stesse pretese. Lo scopo è il medesimo, anche se la sigla è diversa.

Il comunismo, autentico, rivoluzionario marxista, assegna da sempre un posto d’avanguardia nella trincea della lotta di classe alla gioventù proletaria, nella lotta contro la borghesia e il capitalismo, lo Stato, la Chiesa, le suggestioni religiose, il dispotismo aziendale, il totalitarismo economico, sociale, politico, amministrativo, militare e poliziesco dello Stato dei padroni grandi e piccoli; assegna un ruolo di punta nella lotta rivoluzionaria contro i traditori e gli imbroglioni, i partiti opportunisti e le bonzerie sindacali, contro tutti i servitori del capitalismo, contro i corifei del regime borghese, gli ideologi, la scuola, e l’attrezzatura oppressiva delle classi ricche e possidenti. Ecco il posto della gioventù proletaria, accanto a tutti gli operai.

Il PCI, che fa finta di scandalizzarsi della droga che «distrugge» la gioventù, è esso stesso, assieme alla banda del politicantume democratico e neofascista, la droga per eccellenza che tenta di distruggere i più profondi sentimenti di solidarietà fraterna tra i proletari e di odio irriducibile verso la società divisa in classi e dominata dagli interessi antiproletari.