Russia – antagonismo irriducibile tra programmazione e realtà economica
Categorie: Agrarian Question, Capitalist Crisis, Industrialization, State Capitalism, USSR
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Le recenti scarne dichiarazioni ufficiali sull’andamento dell’economia in Russia relative all’ultimo piano quinquennale ed al prossimo che inizia col 1976 mentre provano l’impossibilità, anche là, di imbrigliare la produzione di merci smentiscono la tesi universalmente accettata che coesisterebbero nel mondo due regimi sociali diversi, corrispondenti a due divergenti organizzazioni delle forze produttive: il primo risulterebbe regolato dai dettati della libera concorrenza e sarebbe mosso nelle sue scelte, impresa per impresa, dalla «legge del profitto»; l’altro, detto «di piano» o «socialista», si distinguerebbe in quanto le scelte, che in occidente spetterebbero ai consigli di amministrazione delle aziende, sarebbero decise centralmente dallo Stato, la legge del profitto si applicherebbe non al singolo investimento di capitale ma al totale del capitale nazionale (si invoca però ognora una «verifica di efficienza aziendale» basata proprio sul profitto). Ed alla nostra critica marxista negatrice di questa partizione corrispondente ad opposte tendenze, a diverso sviluppo sociale e politico, ma nessuna debordante dalla produzione di plusvalore e dalla dittatura del capitale, si opponevano, infatti, non teoria o richiami ai principi comunisti, bensì una realtà pratica, davanti alla quale ogni dottrina nostra e di Marx e di Lenin non si sarebbe «verificata nei fatti».
Questa granitica esperienza era che, mentre nei paesi occidentali la velocità dell’accumulazione rallentava continuamente, giungendo, come oggi, a paurosi regressi, nelle «Patrie del socialismo» il saggio di espansione produttiva sarebbe stato costante cioè crescita in ragione geometrica, e crisi economiche sconosciute. Il socialismo quindi, in economia, si identificherebbe con la pianificazione statale, si ridurrebbe a capitalismo pianificato, il «Capitalismo di Stato» di Lenin, forma che, almeno per la Russia non solo non era previsto superasse l’anarchia della produzione ma che ha rappresentato piuttosto una contabilizzazione centralizzata che una effettiva maturazione delle forze produttive.
In Marx l’anarchia della produzione capitalistica è oggettiva, non deriva banalmente dall’umore e dall’egoismo individuale del singolo imprenditore. Il capitalismo è anarchico in economia – tanto è ferrato in politica – in quanto la produzione di plusvalore non è disciplinabile nemmeno agli interessi dello stesso Stato e classe borghese, è anarchico ed imprevedibile perché permanentemente sconvolto e dittato dal mutevole saggio del profitto nei diversi investimenti. E questo fenomeno generale si manifesterebbe lo stesso, anzi forse in forma più rigida, anche quando tutta l’economia di una nazione fosse inquadrata da una sola azienda, con un sol padrone, o con un politburo fa lo stesso. L’anarchia l’incoercibile andamento ciclico, in Marx, è della produzione di plusvalore, è relativo al modo di produzione, non alla forma di conduzione.
Quindi se in Russia c’è crisi come c’è, significa che ivi si produce non socialismo, ma profitto (e del resto questo è riconosciuto anche dagli ex comunisti moscoviti) nell’unico modo storicamente possibile: il capitalismo.
Ma con ciò è falso che «lo stato capitalista non pianifica» e in Russia e in America e ovunque; il capitalismo lo deve: da un lato pianifica, istruito da millenni di oppressione, l’organizzazione delle forze per la repressione della classe sottomessa, dall’altro, se per pianificazione si intende l’organizzazione delle forze produttive storicamente date, giù il cappello davanti al vecchio capitalismo ottocentesco (segreto modello di tutti i pianificatori), tanto che ormai al socialismo, in questo senso tecnico, non resterà che tarparne gli eccessi e raccordarne gli squilibri. E questo merito storico non abbiamo mai negato ai pionieri del capitale, inglesi, americani, russi o cinesi che fossero. Ma gli è che ovunque, più che «pianificano» le forze produttive, più perdono il controllo sul «pianificato»: sotto forma di capitale si emancipa al punto di imporre le leggi bizzarre della propria mostruosa riproduzione ai poveri pianificatori. In tutti i paesi capitalistici, in questo senso, si pianifica, e tanto di più quanto più sono fradiciamente borghesi, ne siano di esempio i mostruosi accentramenti di capitale finanziario che arrivano a sottomettersi gli apparati statali.
Ma un organamento delle forze produttive che soddisfi gli interessi naturali umani è invece utopia in ogni regime basato sulla produzioni di merci – e in Russia e in America – e realizzabile solo sulla base del potere proletario, in negazione alla accumulazione del capitale sotto qualsiasi forma. Solo una volta disciplinata e vinta l’anarchia nella produzione sarà possibile in politica il nostro libero comunismo anarchico senza classi e senza Stato.
La prova e la confessione di impotenza viene dalle sale del congresso di Mosca: per l’agricoltura la situazione è particolarmente deficitaria, la produzione di cereali annua media dal 1971 al 1974 ammonterebbe a 191 milioni di tonnellate corrispondenti ad una media pro capite di 770 chilogrammi che nel 1975 si ridurrebbero, secondo stime occidentali, rispettivamente a circa 150 milioni di tonnellate e 590 kg. contro le previsioni del piano che comandavano 215 milioni di tonnellate e 850 kg. Nel settore, nel corso di tutto lo scorso piano quinquennale, si è realizzata una crescita globale di solo il 13% contro il 20-22% previsto, mentre le aspettative fino al 1980 si ridimensionano ulteriormente ad un modestissimo 14-17%.
Stesso quadro fallimentare per la pianificazione dell’industria: nel quinquennio incremento previsto 47%, realizzato 37%, che significa 6,5% annuo, solo il 4,3% nel 1975, minimo «storico» nella pianificazione sovietica, mentre per i prossimi cinque anni si «prevede» ancora soltanto il 35-39%.
Come sempre a fare le spese della crisi sono prevalentemente i consumi: il nuovo piano prevede per il 1976 l’incremento del 2,7% nella produzione di beni di consumo contro il 4,9% dell’industria pesante.
Risulta evidente la reale inesistenza di qualsiasi pianificazione non solo nel settore agricolo, giustificato con andamenti climatici sfavorevoli, ma anche nell’industria. Per quanto riguarda la prima osserviamo che il giudizio sulla ingovernabilità dell’agricoltura in Russia lo traemmo dal confronto dello stato attuale con le condizioni anche anteriori alla rivoluzione: la malattia è cronica ed è la forma di sfruttamento della terra che rende la produzione così vulnerabile dagli imprevisti climatici.
Quanto invece al declinare della velocità di crescita industriale notiamo intanto che questo è più brusco di quanto si sarebbe potuto prevedere per lo storico declino del tasso del profitto. Il 4,3 per cento sperato per il 1976, nelle serie dalla rivoluzione in poi, ricorda solo il 5,2% del 1933, anno, nel resto del mondo, immediatamente seguente la grande crisi. Oggi questo arresto nell’economia russa lo spieghiamo in un solo modo, crisi internazionale del capitalismo: troppi sono ormai i legami del capitale russo con il mercato e la finanza mondiale per non mostrarne gli stessi fenomeni. I dati frattanto dimostrano una accentuata tendenza russa a trovare rimedio ai suoi mali nella già fatiscente economia occidentale: nonostante l’attuale debito con l’estero di 10-15 miliardi di dollari, come dichiara la stampa, e la mancanza di mezzi di pagamento, prosciugati per l’acquisto di grano straniero, si prevede che nel prossimo quinquennio il commercio estero russo crescerà del 50% e si svolgerà prevalentemente verso i paesi «capitalistici»: dal 34% nel 1975 al 43% nel 1976, precipitandosi a capofitto nel vortice della crisi.
Il partito l’aveva previsto – anche per il gigante Russia – e da ciò attende il ritorno delle masse proletarie di oriente e d’occidente al loro unico inquadramento internazionale.