Partito Comunista Internazionale

La proprietà è… un’astrazione

Categorie: Fascism, Italy, Opportunism, State Capitalism

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È l’ultima definizione in ordine di tempo della più sacra istituzione borghese, già «diritto naturale», addirittura fondato su quello «divino» per i più timorati di Dio: ne è stato autore un «grand commis» del calibro di Giuseppe Petrilli, presidente dell’I.R.I., in occasione di un convegno dove si sono incontrati i più solleciti tecnocrati che ha a disposizione la borghesia italiana.

Ma i proletari non hanno niente da rallegrarsi: nel camaleontismo imperante anche il concetto di proprietà, baluardo del sistema di produzione capitalistico tende ad essere «eliminato», quasi ci si vergognasse di riaffermarlo proprio quando ci si lamenta di una crisi di depressione economica gravissima, la più profonda dopo quella del 1929. Ci si aspetterebbe, contro i pur timidi attacchi proletari contro questo diritto «inalienabile», la difesa intransigente e di principio. Niente di tutto questo: semmai alla bisogna ci pensano gli opportunisti alla P.C.I., tutti schierati alla protezione della piccola e media impresa. I Petrilli e gli Agnelli, dopo la lunga «indigestione» da «boom» ormai lontano ricordo, hanno a cuore tutt’altro, e particolarmente la «gestione» dell’economia.

La borghesia ed i suoi rappresentanti più sottili hanno interesse a mettere il silenziatore alla questione proprietà, in quanto nei momenti di grave crisi fondamentalmente la contraddizione consiste nell’urto tra le forze produttive e i rapporti di produzione, che in sistema capitalistico sono per l’appunto i rapporti di proprietà.

È la detenzione «privata» (non importa se statale, signori staliniani!) degli strumenti di produzione (e dei prodotti!) a impedire alle forze produttive gonfiate dal capitale di essere contenute nei vecchi rapporti sociali di produzione e a provocare le tensioni sociali fondamentali tra «proprietari» e nullatenenti, che specie nei periodi di crisi si vedono sbarrare l’accesso ai mezzi di sussistenza. Altro che «astrazione» di cui parla il professore!

Ma il regime borghese non da ora ha pensato a ben mimetizzare i rapporti di proprietà: già alla fine dell’ottocento, mano a mano che andava esplodendo la cosiddetta «questione sociale» andò declinando l’affermazione aperta e sprezzante del diritto «privato» alla proprietà. La pressione del movimento operaio, che era in grado, allora, di «vedere» direttamente con gli occhi i suoi sfruttatori, spingeva i più abili gestori del sistema a escogitare gli «escamotages» più adatti: sono ancora una volta, per la «saggezza» e lo spirito provvidente, le chiese, ormai passate all’appoggio aperto dell’assoluto liberalismo, a fornire la formula ante-litteram agnostico-corporativa della proprietà in «funzione sociale», o come si ama dire oggi, partecipata.

Al mito piccolo-borghese proudhoniano del superamento della proprietà attraverso l’autonomia e la federazione delle iniziative economiche contro il «furto» del lavoro proletario, si risponde con una proposta apparentemente opposta ma sostanzialmente identica: col moralismo!

L’equo salario, la carità e la «giusta proprietà» potranno salvare la società e l’economia capitalistica. Nel frattempo, nonostante le prediche il capitale sta diventando imperialistico, si vanno formando i trust, i cartelli, i monopoli, il cui sbocco non poteva che essere, secondo le previsioni del marxismo rivoluzionario, l’acuirsi della lotta di classe e la concorrenza tra gli Stati tale da sfociare o nella guerra tra nazioni o nella guerra civile.

La grande prova interimperialistica sfociata in un macello senza precedenti consiglia infine al capitale di arginare l’attacco del proletariato non solo alla «gestione» economica ma allo Stato politico; di riesumare gli «ideali» dello Stato etico, superindividualistico e totalitario, non solo moralisticamente dedito alla ginnastica di «garante del libero scontro delle forze sociali», ma capace di intervenire per «arbitrare» d’imperio la lotta di classe, se necessario anche contro i plutocrati-democratici. Ma in ultima istanza, nonostante la voce grossa, «il fascismo» – è questo il nome preso dal partito totalizzante e di massa nella fase imperialistica del capitale – lungi dal realizzare la tanto conclamata «terza via» fra liberalismo e comunismo, non si dimostra capace se non di rafforzare la borghesia ordinandone le scompaginate falangi e battendo duramente in testa al proletariato insorto.

E di che cosa è stato per l’appunto autore il regime fascista se non di mettere in piedi proprio quell’I.R.I. di cui il professor Petrilli è degno presidente?

La sigla, come è noto, significa «Istituto per la Ricostruzione Industriale», ossia organismo che stabilisce i modi di partecipazione dello Stato (Stato del capitale e solo del capitale, è bene sottolinearlo) al salvataggio delle imprese in crisi, delle gestioni sbilanciate o deficitarie che corrono il rischio di gonfiare la vecchia «questione sociale», termine col quale si tenta di camuffare l’ormai irrefrenabile e moderna lotta di classe.

Le aziende in crisi non sono semplicemente agli occhi dei «grands commis» un dato economico, per quanto grave, ma soprattutto una minaccia al regime politico della borghesia: il potenziale sociale di «rivoluzione» del proletariato messo sul lastrico è ben noto alla buona memoria dei capitalisti, ed allora è d’obbligo l’intervento della cosiddetta «collettività» e dei «pubblici poteri» per arginare il pericolo. Questo a prova che lo stesso regime fascista, contro la politica rinunciataria e traditrice dell’opportunismo socialdemocratico e staliniano, pur approntando un apparato di repressione, concentrato e terrificante, non rinuncia al metodo «riformista» per accattivarsi «consenso» e «pace sociale».

Il regime post-fascista eredita senza batter ciglio le conquiste del fascismo, compreso l’I.R.I., oggi esaltato nella sua funzione di salvataggio della economia in crisi, nella sua opera di mistificazione dei veri rapporti sociali borghesi, che come non mai poggiano sull’ordine «proprietario», anche quando quest’ordine ha rinunciato allo sfacciato e provocatorio principio del diritto romano del ius utendi et abutendi.

D’altro canto il marxismo rivoluzionario aveva da oltre un secolo previsto l’istituzione ante-litteram fascista del capitale, aveva enucleato la natura totalitaria e imperialistica del capitale descrivendo perfino le forme di questo processo. Contro gli increduli ed i mistificatori riproduciamo alcuni passi di Marx sulla «impersonalità del capitale»: «Le imprese per azioni, che si sviluppano per effetto del credito, sono sempre portate a fare del lavoro di amministrazione una funzione ben distinta dalla proprietà del capitale, preso a prestito o meno – A questo riguardo avviene ciò che accadde per le funzioni giudiziarie e amministrative che, sotto il regime feudale, competevano ai proprietari fondiari, mentre poi lo sviluppo borghese le ha separate! Oggi da una parte il semplice proprietario (titolare) del capitale, il capitalista finanziario, trova davanti a sé il capitalista in funzione (funzionale) che con lo sviluppo del credito lo stesso capitale denaro riveste un carattere sociale, si concentra nelle banche e non è nemmeno più anticipato dal suo immediato proprietario; d’altra parte il semplice direttore che non possiede capitale a nessun titolo, è incaricato di tutte le effettive funzioni che competono al capitalista funzionale: sopravvive dunque soltanto il funzionario, e il capitalista, divenuto oramai un personaggio superfluo, sparisce dal processo di produzione». (Il Capitale, libro III cap. XXIII).

Il prof. Petrilli ne sa qualcosa, ed ecco il suo riferimento alla proprietà come «questione astratta» e la sua attenzione alla funzione della saggia amministrazione e della «gestione» del capitale.

Non vogliamo continuare con dotte citazioni, anche se il «decrepito» Capitale, in specie il libro III, ne è pieno.

Rimane la lezione, oggi più che mai attuale e da ribattere con vigore, che lo Stato è il «proprietario» ed il garante dei rapporti proprietari e capitalistici di produzione e di distribuzione, contro il quale deve concentrarsi il potenziale attuale e futuro (ben più grande) di lotta del salariato, contro le fuorvianti tesi democratiche, fasciste ed opportuniste che al contrario si appellano alla capacità di intervento dello Stato stesso come se questo potesse trascendere gli interessi della classe dominante e non invece interpretarli e assecondarli in funzione anti-operaia e anti-proletaria.