I comunisti e l’organizzazione di classe Pt.1
Categorie: CGIL, CUB, Italy, Union Question
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Nel numero precedente, sotto il titolo «Per ricostruire l’organizzazione di classe», abbiamo esposto sommariamente, sulla scorta dell’esperienza del movimento operaio internazionale, l’inderogabile necessità della rinascita di organismi economici proletari, la cui organizzazione sia libera e non coatta, aperta a tutti i lavoratori salariati di qualsiasi partito o gruppo politico e di nessun partito, e la cui azione poggi esclusivamente sul metodo della lotta di classe e dell’azione diretta.
Esistono oggi diversi nuclei operai, con svariate denominazioni, come i CUB, i CUDL, ecc., che si sforzano di contrapporsi alle Centrali sindacali ufficiali, in pratica privi di effettivi collegamenti tra di loro e restii a confluire in un’unica organizzazione su base economica. Non siamo in presenza ancora di un movimento sindacale vero e proprio, tale, cioè, da contrapporsi ai sindacati ufficiali e da imporre una propria alternativa classista che influenzi le masse proletarie.
Occorre ribadire alcuni punti elementari a proposito di questi gruppi agenti fuori dalle Organizzazioni confederali. Ritenere di classe un organismo operaio che si pone fuori e contro i sindacati ufficiali senza proclamare di agire coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta, è erroneo. L’esistenza dei sindacati cosiddetti autonomi ne è la prova. Questi si differenziano dalle Confederazioni soltanto per ragioni di bottega, ma si identificano con queste per perseguire una politica di collaborazione di classe, di pacifismo sociale, di nazional-sindacalismo, in breve, una autonomia dagli interessi reali della classe operaia. Altra erronea posizione è quella che pretende di tendere alla riorganizzazione di classe contrapponendo operai organizzati dalle Centrali a quelli fuori, o gli operai di un gruppo agli operai di un altro gruppo. Lo scopo di un movimento di classe, piccolo o poco esteso, o grande e diffuso, è quello di sottrarre le forze lavoratrici invischiate nei sindacati pacifisti, alla influenza della politica collaborazionista, rappresentata dai dirigenti confederali, funzionari mestieranti prezzolati dal nemico borghese.
Un vero organismo economico di classe, alieno da pregiudiziali partitiche e ideologiche, aspira all’unità sindacale dei salariati, sulla base di azioni rivendicative comuni a tutti i proletari, sentite da tutti i salariati.
Lo stato attuale della classe operaia, inchiodata all’impotenza dalla politica collaborazionista dei Sindacati ufficiali di ogni paese, che abbia subito o meno la dittatura fascista (e ciò dimostra che quando il proletariato abbandona la lotta di classe, automaticamente cade sotto l’influenza del totalitarismo capitalistico, più o meno mediato dall’opportunismo, fenomeno, questo, mondiale per effetto della disfatta internazionale della rivoluzione sociale), lascia prevedere che il risorgere di una potente organizzazione di classe non si manifesterà come un armonico e crescente movimento di opposizione, ma piuttosto come una serie di tentativi concrescenti dialetticamente con la ripresa generale e delle lotte rivendicative degli operai, vero motore del ritorno della classe alla battaglia diretta contro la borghesia e le sue impalcature politiche e statali. Questo processo, il cui andamento esteriore potrà variare da paese a paese e da località a località, per effetto del contemporaneo ed opposto processo di smantellamento delle posizioni oggi tenute dalle forze opportuniste in seno ai sindacati, la cui resistenza non è mai omogenea, rischierebbe di non sfociare in un unico e potente circuito organizzativo centralizzato se non persegue obiettivi unitari e non si svolge nel senso di collegare tutti i gruppi operai; circuito che garantisca l’unità di movimento, come si conviene ad un esercito sul campo di battaglia, indipendentemente dalle sue dimensioni.
Stante l’assenza di una ripresa generale e radicale delle lotte rivendicative gli attuali tentativi sporadici e circoscritti di svincolarsi dalla presa delle direzioni traditrici dei sindacati possono essere soffocati per la loro stessa limitatezza aziendale locale ed anche corporativa, nel senso di chiudersi in una sorta di autonomia territoriale e professionale, erroneamente ritenuta come garanzia protettiva dalle pressioni congiunte del regime borghese e della bestiale politica del sindacalismo tricolore, che poggia proprio sulla separazione dei vari reparti della classe operaia e su tutti gli elementi di divisione, economici, salariali, normativi, ecc. Le «gloriose Camere del Lavoro» del primo dopoguerra, assolvevano egregiamente al compito di amalgamare le forze proletarie, dando loro una visione d’insieme degli interessi generali della classe operaia. Oggi, come si sa, sono diventate piuttosto dei centri amministrativi di carattere giuridico-assistenziale. S’impone, quindi, una oculata valutazione di ogni azione da intraprendere, in stretta relazione agli effetti che potrebbe produrre sull’estensione, sul potenziamento dell’organizzazione, tenendo sempre presente che il risultato più importante è il raggiungimento della saldezza organizzativa e l’unità di movimento. Non si devono svalutare, né tanto meno screditare o biasimare le lotte proletarie per la difesa economica e sociale, svincolate dalla disciplina sindacale o contro le disposizioni delle Centrali, ma si deve valutare seriamente che la frammentazione delle lotte operaie nella attuale fase storica non favorisce la riconquista della funzione sindacale di classe da parte dei lavoratori salariati.
In sintesi le condizioni del movimento sindacale operaio si possono riassumere così: 1) Confederazioni ufficiali CGIL, CISL, UIL; 2) Comitati o gruppi operai fuori dalle Confederazioni.
Qual è la posizione dei comunisti rivoluzionari?
I lavoratori comunisti rivoluzionari, organizzati in gruppi sui posti di lavoro, operano anche nel campo sindacale con una caratteristica politica di classe che li distingue da tutti gli altri raggruppamenti politici in seno al movimento sindacale ufficiale o meno. L’indirizzo generale, in base al quale i gruppi comunisti si muovono è quello della «ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe», o comunque della «rinascita» di una rete associativa di classe a sfondo economico con le stesse finalità e attribuzioni, nella quale entrino «lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito». Sulla base di questo indirizzo, i lavoratori comunisti favoriscono e sostengono ogni azione di classe e, in condizioni favorevoli, la promuovono e la dirigono nel duplice intento di difesa degli interessi immediati dei lavoratori e della «ricostruzione» della organizzazione di classe, consapevoli «che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato» e che «ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad essi il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini del miglioramento economico immediato, e strumenti passivi degli interessi del padronato».
Di fronte alle Confederazioni ufficiali, sorte tra «gruppi di gerarchie di cricche extra-proletarie», eredi del sindacalismo fascista, il partito incita «i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione». A questo fine i lavoratori comunisti hanno respinto, sin dall’inizio, l’adesione al sindacato per delega ed invitano tutti i salariati a seguire il loro esempio che costituisce, appunto, un atto che, per l’esiguo numero dei proletari ribelli, può sembrare solo simbolico, di aperta indisciplina e di incitamento «a rovesciare tale opportunistica impalcatura», in assenza di un movimento radicale di lotte di classe decisivo per spazzar via la direzione reazionaria della organizzazione operaia.
I gruppi comunisti, quindi, operano all’interno del movimento ufficiale, in quanto sia possibile il loro inquadramento, in aperto contrasto con le dirigenze e la politica delle Centrali, sforzandosi di organizzare le forze operaie intorno ad una «opposizione sindacale di classe», la quale operi anche dall’esterno dei sindacati ufficiali, in stretto collegamento con gli organismi spontanei degli operai, con lo scopo preciso di strappare l’iniziativa e la direzione delle lotte operaie alle bande dei dirigenti sindacali tricolori senza, per questo, sabotare gli scioperi promossi da questi messeri, pur criticandone ferocemente le intenzioni e gli scopi anticlassisti.
Di fronte ai Comitati o organismi operai dissidenti fuori dalle Confederazioni il partito indirizza i suoi militanti a lavorare dentro quelli «aperti», che non siano, cioè, emanazioni dirette di partiti o gruppi politici, in grado quindi di non porre condizioni politiche di partito o di setta e di organizzare in principio ogni lavoratore, consentendo ai comunisti libertà di organizzazione e di diffusione del loro programma. In essi i comunisti si organizzano in gruppi, ovvero lavorano in gruppi contemporaneamente operanti nei sindacati ufficiali con lo scopo di prenderne la direzione, conducono una intensa propaganda e assumono atteggiamenti per promuovere e facilitare il collegamento tra i diversi organismi operai operanti sul terreno della lotta di classe, per la loro unificazione in una unica ed unitaria organizzazione su più vasto territorio.
Il partito non lavora con gruppi organizzati all’interno di altri organismi chiusi, nei quali gli sia impedito di esplicare la sua attività e sviluppare l’organizzazione dei suoi gruppi operai comunisti. Non partecipa in assoluto a organismi in cui confluiscano elementi di più classi e semi-classi, come comitati di quartiere, comitati «per l’autoriduzione», organi collegiali della scuola, consulte amministrative aziendali, ecc., né ad iniziative promosse da altri partiti «operai» anche se enunciano pretese azioni sindacali con organi interpartitici.
L’azione dei comunisti si sforzerà sempre di essere un coefficiente di attrazione delle forze proletarie, comunque siano politicamente e sindacalmente dislocate, su un terreno di classe al fine della rinascita di una organizzazione veramente proletaria e combattente con i mezzi della lotta di classe e dell’azione diretta, opponendo a tutte le iniziative centrifughe ed eccentriche rispetto all’unità di movimento l’azione coordinata e centralizzata degli operai in lotta per difendere i loro interessi economici immediati.