Posizioni cardine del Partito Comunista
Categorie: Organic Centralism, Party Doctrine
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«È certo che ormai quasi tutti vedono che i bolscevichi non si sarebbero mantenuti al potere, non dico due anni e mezzo, ma nemmeno due mesi e mezzo, se non fosse esistita una disciplina severissima, veramente ferrea nel nostro partito, se il partito non avesse avuto l’appoggio totale e pieno di abnegazione di tutta la massa della classe operaia, cioè di tutto quanto vi è in essa di pensante, di onesto, di devoto sino all’abnegazione, di influente e capace di condurre dietro di sé o attirare gli strati arretrati…
Ripeto: l’esperienza della vittoriosa dittatura del proletariato ha mostrato all’evidenza a coloro che non sanno pensare o non hanno mai dovuto meditare su questo problema, che una centralizzazione assoluta e la più severa disciplina del proletariato sono condizioni essenziali per la vittoria sulla borghesia… E innanzitutto, qui sorge la domanda: su che cosa si basa la disciplina del partito rivoluzionario del proletariato? in che modo viene messa alla prova? in che modo viene rafforzata? In primo luogo, mediante la coscienza dell’avanguardia proletaria e la sua devozione alla causa rivoluzionaria, mediante la sua fermezza, la sua abnegazione, il suo eroismo. In secondo luogo, mediante la capacità di questa avanguardia di collegarsi, di avvicinarsi e se volete, fino a un certo punto di fondersi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto, ma anche con le masse lavoratrici non proletarie. In terzo luogo, mediante la giustezza della direzione politica realizzata da quest’avanguardia, mediante la giustezza della sua strategia e della sua tattica politica e a condizione che le grandi masse si convincano per propria esperienza di questa giustezza. Senza queste condizioni, la disciplina di un partito rivoluzionario, realmente capace di essere il partito di una classe di avanguardia che deve rovesciare la borghesia e trasformare tutta la società, non è realizzabile. Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie. D’altra parte queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta, e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario. Se il bolscevismo, negli anni 1917-1920, in circostanze difficili quanto altre mai, poté creare ed attuare con pieno successo la più severa centralizzazione e una ferrea disciplina, ciò è dovuto semplicemente a un complesso di particolari caratteristiche storiche della Russia. Da un lato, il bolscevismo sorse nell’anno 1903 sulla base più salda, sulla base della teoria marxista. E la giustezza di questa teoria rivoluzionaria – e unicamente di questa – fu provata non soltanto dall’esperienza mondiale di tutto il secolo decimonono, ma anche e specialmente dall’esperienza dei brancolamenti, dei tentennamenti, degli errori e delle delusioni del pensiero rivoluzionario in Russia… Dall’altro lato, il bolscevismo, sorto su questa granitica base teorica, ha svolto una storia pratica di quindici anni (1903-1917) che non ha eguali al mondo per ricchezza di esperienze…» (Lenin: «Estremismo»).
Bastano queste brevi parole di Lenin a demolire l’idea falsa di un bolscevismo la cui forza sorgerebbe dal possesso di meccanismi organizzativi formali i quali dovrebbero, nel loro insieme, costituire un «modello» di organizzazione per il partito proletario. E basta questo a dividere Lenin da tutti coloro che hanno avuto il solo merito vergognoso, nella storia, di forgiare la «liturgia del leninismo». Chi facciamo rientrare fra questi? In primo luogo gli staliniani vecchi e nuovi, gli infiniti raggruppamenti piccolo borghesi che si rifanno alla falsificazione del 1924-1926, chiamata bolscevizzazione la quale pretese di rendere «più rivoluzionari» i partiti tentennanti e disorientati della III Internazionale, dotandoli di una formula organizzativa (l’organizzazione per cellule) considerata attrezzo preponderante e garanzia dell’indirizzo rivoluzionario bolscevico. Poi tutti i loro presunti nemici, gli epigoni di Trotski nelle mille etichette, i quali fanno di un’altra formula organizzativa il loro talismano ed hanno il coraggio di enunciare, nel nome di Lenin, che la deviazione staliniana consistette in una contravvenzione alla «democrazia interna di partito», al «centralismo democratico». Presunti nemici, fanno tutt’uno nella superstiziosa credenza che il partito si caratterizzi per la sua rispondenza ad un modello di organizzazione e non possono tutti e due fare a meno di ammiccare che, in fondo, i metodi di Stalin sono gli stessi usati da Lenin e che, in definitiva, tutto si riduce ad una esagerazione di «autoritarismo». È lo spettro comune a tutti i piccolo borghesi, eredi ideali della borghesia in lotta contro gli assolutismi feudali: il potere incontrollato, la disciplina cieca, il cervello all’ammasso, questi sono i pericoli e le cause dei disastri storici della classe operaia. Si proponga il proletario che vuol prendere coscienza dell’essenza degli schieramenti politici attuali di dare un’occhiata con questo metro a tutto quello che dicono e scrivono i mille raggruppamenti di «rivoluzionari» dal P.C.I. in giù; li troverà tutti unificati a questo minimo comun denominatore: democrazia interna, niente deleghe, niente capi, ecc. Chi più chi meno, tutti risponderanno all’appello!
CENTRALISMO ORGANICO, BASE ESSENZIALE DEL PARTITO
È il fatto che tutti quanti hanno una visione antimarxista non solo della funzione e dei compiti del partito, ma anche e soprattutto della dinamica della sua formazione e del suo sviluppo. Riprendiamo la viva voce di Lenin: «Severa centralizzazione, ferrea disciplina, centralizzazione assoluta» queste sono le armi che permisero al bolscevismo di vincere nel 1917 e di mantenersi al potere non per due mesi e mezzo, ma per due anni e mezzo all’epoca in cui Lenin scrive. Senza queste caratteristiche il partito rivoluzionario del proletariato è incapace di assolvere i suoi compiti e cadono perciò fuori del campo rivoluzionario tutti coloro che temono la «ferrea disciplina» o invocano ad essa dei correttivi, pretendendo inventare un Lenin di loro comodo.
Basi di questa ferrea disciplina: Lenin ci insegna! Essa è, prima di tutto, un risultato, non un elemento meccanico, il prodotto di un bel piano statutario. È il risultato, lo leggiamo di seguito: 1) Della coscienza dell’avanguardia proletaria, devozione alla causa rivoluzionaria, fermezza, abnegazione, eroismo. 2) Della capacità di questa avanguardia di collegarsi con le grandi masse dei lavoratori, dei proletari innanzi tutto… 3) Della giustezza della direzione politica realizzata da questa avanguardia, giustezza della sua strategia e della sua tattica politica… Dunque la disciplina organizzativa di ferro è il risultato della capacità del partito di muoversi sulla base della teoria ed in piena fedeltà ad essa, della sua capacità di intervenire nelle lotte fisiche che le masse lavoratrici intraprendono per i loro bisogni materiali, con una strategia ed una tattica giusta. Non la Sinistra dunque ha inventato il collegamento strettissimo fra teoria, principi, tattica ed organizzazione e non essa ha messo in rilievo che la saldezza organizzativa non deriva da formule statutarie, ma è in proporzione diretta della «coscienza» e dell’azione (tattica) del partito. Lenin dice di più. Egli afferma che questa disciplina incondizionata non può ottenersi di colpo, ma è il frutto di un processo: «D’altra parte queste condizioni non possono sorgere di colpo. Esse sono il risultato di un lungo lavoro, di una dura esperienza; la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta». Questo per Lenin crea le condizioni della disciplina di ferro di cui il partito ha bisogno. Una pratica di 15 anni di una formazione politica nata su basi marxiste dirà egli più oltre, cioè di una formazione politica che ha saputo reagire e leggere le complesse vicende di 15 anni sulla base della più assoluta fedeltà al marxismo, ecco il segreto del monolitismo bolscevico.
Lenin coerentemente aggiunge: «la loro elaborazione viene facilitata da una teoria rivoluzionaria giusta e questa, a sua volta, non è un dogma, ma si forma in modo definitivo solo in stretto legame con la pratica di un movimento veramente di massa e veramente rivoluzionario». La teoria facilita la formazione delle condizioni della disciplina, ma non basta; «non è un dogma». Quanti aggiornatori e rammendatori della teoria marxista si sentono a questo punto di cantare vittoria: «Per Lenin la teoria non è un dogma, perciò è variabile, mutevole, soggetta a miglioramenti di ogni genere». Lenin non dice questo, ma esprime una realtà che solo la Sinistra Italiana resterà a difendere negli anni successivi; il soggetto, il possessore della teoria è il partito, è la formazione militante, la quale può dire che la teoria le appartiene in quanto è capace di tradurla in azione pratica. L’affermazione che «la teoria non è un dogma» non significa che essa debba cambiare che non sia invariante, significa che essa è un’arma che viene impugnata, realizzata, praticata dal partito militante in ogni aspetto ed in ogni episodio della sua azione. Rivendichiamo pienamente al partito proletario mondiale la tesi qui ripresa da Lenin: «il marxismo non è un dogma, ma una guida per l’azione».
Piano aggiornatori! Non vi mettete a gioire! Questo non significa che si mette mano al rattoppo. Significa solo che la teoria, unica ed invariante, non serve e, come tale, non può essere capita dai «professori di marxismo» per quanto grande sia il loro cervello, significa che la sua comprensione è perduta per l’opportunismo che dichiara di aderire al marxismo, ma nell’azione si lascia guidare da tutt’altro che dalla teoria. Sapienti di marxismo ed opportunisti «conoscitori a memoria delle opere di Marx» abbiamo voluto mettere al tappeto con questa semplice formula: la teoria è del partito rivoluzionario di classe ed è sua in quanto determina, informa, definisce la sua azione, non in quanto sta come idea nella testa degli individui, ma sta alla base dell’azione pratica del partito.
Come si vede Lenin è un «seguace» del centralismo organico e la Sinistra non ha fatto altro che scolpire, dal 1923 in poi, le nozioni che già Lenin qui enuncia, in ordine ad una nuova serie di fatti che erano il processo degenerativo dell’Internazionale e l’incipiente vittoria dello stalinismo. Così «si forma» o aggiornatori la teoria, nel senso marxista e leninista. Non perché si fa una bella scoperta secondo la quale è necessario sostituire una parte od un capitolo di Marx o di Lenin che risulterebbero «invecchiati», ma perché il partito militante riconferma e scolpisce continuamente la teoria incasellandovi i dati e le esperienze della sua azione, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Lo abbiamo detto mille volte: se uno solo dei dati di cento anni di lotte proletarie alla scala mondiale non si lasciasse incasellare nella visione compiuta e globale del marxismo, tutto il marxismo cadrebbe ed a nulla varrebbe mettersi a sostituirne delle parti. Le vicende dell’Internazionale comunista non hanno fatto che riconfermare in negativo ciò che Lenin affermava nel 1920. La nozione dell’organicità del partito, propria della visione marxista, ne è uscita con contorni più netti e taglienti. Nulla di nuovo e nulla da cambiare: è il partito mondiale che per acquisire questa nozione come suo tratto caratteristico e determinante ha dovuto sbattere tragicamente la testa sulle sponde della controrivoluzione. La formazione rivoluzionaria militante che esce, decimata e sanguinante, dalla bufera del 1920-1926, non può che mettere al primo posto sulla sua bandiera la tesi sul centralismo organico. È la lezione dell’esperienza storica, non un’invenzione del cervello!
Nel 1926, al III congresso del P.C. d’Italia a Lione, la Sinistra si trovò da sola a difendere le idee di Lenin del 1920 contro il centro e la destra del partito che intendevano ottenere la «disciplina ferrea» non attraverso la corretta definizione dell’indirizzo politico e delle norme tattiche del partito stesso, ma attraverso il meccanismo formale della obbedienza assoluta al centro dell’Internazionale. Lenin, avrebbe risposto a questi tentativi deformi che andavano sotto il nome di bolscevizzazione, con le sue parole del 1920: «Senza queste condizioni, i tentativi di creare una disciplina si trasformano inevitabilmente in bolle di sapone, in frasi, in commedie». La Sinistra rispose: «Un altro aspetto della parola bolscevizzazione è quello di far consistere la sicura garanzia della efficienza del partito in un completo accentramento disciplinare e nel severo divieto del frazionismo. L’ultima istanza per tutte le questioni controverse è l’organo centrale internazionale, nel quale si attribuisce, se non gerarchicamente, almeno politicamente una egemonia al partito comunista russo. Questa garanzia in realtà non esiste, e tutta l’impostazione del problema è inadeguata. In linea di fatto non si è evitato l’imperversare del frazionismo nell’Internazionale, ma se ne sono incoraggiate invece forme dissimulate ed ipocrite. Dal punto di vista storico poi il superamento delle frazioni nel partito russo non è stato un espediente né una ricetta ad effetti magici applicata sul terreno statutario, ma è stato il risultato e l’espressione della felice impostazione dei problemi di dottrina e di azione politica. Le sanzioni disciplinari sono uno degli elementi che garantiscono contro le degenerazioni, ma a patto che la loro applicazione resti nei limiti dei casi eccezionali, e non divenga la normalità e quasi l’ideale del funzionamento del partito. La soluzione come non sta in una esasperazione a vuoto dell’autoritarismo gerarchico (a cui la investitura iniziale viene a mancare, sia nella incompletezza delle pur grandiose esperienze storiche russe, sia perché nella stessa vecchia guardia, custode delle tradizioni bolsceviche, sorgono di fatto dissensi la cui soluzione non va ritenuta a priori come la migliore) così non sta in una applicazione sistematica dei principi della democrazia formale, che nel marxismo non hanno altro posto che quello di una pratica organizzativa suscettibile di essere comoda. I partiti comunisti devono realizzare un centralismo organico che, col massimo compatibile di consultazione della base, assicuri la spontanea eliminazione di ogni raggruppamento tendente a differenziarsi. Questo non si ottiene con prescrizioni gerarchiche formali e meccaniche, ma, come dice Lenin, colla giusta politica rivoluzionaria. La repressione del frazionismo non è un aspetto fondamentale della evoluzione del partito, bensì lo è la prevenzione di esso… Uno degli aspetti negativi della cosiddetta bolscevizzazione consiste nel sostituire alla elaborazione politica completa e cosciente nel seno del partito, che corrisponde ad effettivo progresso verso il centralismo più compatto, una agitazione esteriore e clamorosa delle formule meccaniche dell’unità per l’unità e della disciplina per la disciplina. I risultati di questo metodo danneggiano il partito ed il proletariato e ritardano il raggiungimento del ‘vero’ partito comunista. Questo metodo applicato in molte sezioni dell’Internazionale, è di per se stesso un grave sintomo di un latente opportunismo…» (Tesi di Lione-5 – Disciplina e frazioni).
Alla base della concezione nostra e di Lenin dell’organicità della disciplina del partito, cioè del nesso strettissimo intercorrente fra teoria, tattica, organizzazione nel quale è la coscienza del partito che si traduce in «giusta politica rivoluzionaria» e produce il risultato, in un lungo e difficile lavoro, di rafforzare la centralizzazione organizzativa, sta la concezione marxista del partito stesso che è organo collettivo di combattimento e non accolta di sapienti o di perfetti conoscitori individuali della dottrina di classe. Scrivemmo nel nostro «Natura, funzione e tattica del partito comunista» (1945): «I principi e le dottrine non esistono di per sé come un fondamento sorto e stabilito prima dell’azione; sia questa che quelli si formano in un processo parallelo. Sono gli interessi materiali concorrenti che spingono i gruppi sociali praticamente nella lotta, e dall’azione suscitata da tali materiali interessi si forma la teoria che diviene patrimonio caratteristico del partito. Spostati i rapporti di interessi, gli incentivi all’azione e gli indirizzi pratici di questa, si sposta e si deforma la dottrina del partito. Pensare che questa possa essere diventata sacra ed intangibile per la sua codificazione in un testo programmatico e per una stretta inquadratura organizzativa e disciplinare dell’organismo di partito e che quindi ci si possa consentire svariati e molteplici indirizzi e manovre nell’azione tattica, significa non scorgere marxisticamente qual è il vero problema da risolvere per giungere alla scelta dei metodi dell’azione».
E nelle nostre «Tesi caratteristiche» del 1951 abbiamo dato l’altro cardine della nostra concezione del partito: «Il partito non solo non comprende nelle sue file tutti gli individui che compongono la classe proletaria, ma nemmeno la maggioranza, bensì quella minoranza che acquista la preparazione e maturità collettiva teorica e di azione corrispondente alla visione generale e finale del movimento storico, in tutto il mondo ed in tutto il corso che va dal formarsi del proletariato alla sua vittoria rivoluzionaria. La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito. Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti, di illuminati o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti ed in tutte le complesse fasi». La teoria del partito non si presenta dunque come un insieme di nozioni che devono essere imparate a memoria da ciascun militante o che possono essere patrimonio di un singolo cervello, ma come una visione generale del corso storico nella quale si inseriscono le esperienze del movimento proletario fin dal suo sorgere e che fornisce la base alla azione del partito. Il partito impara le nozioni del marxismo in quanto collettività operante e combattente, cioè «apprende» collettivamente e nell’azione. È la capacità del partito di impostare la sua azione in maniera coerente alle sue posizioni di dottrina e di programma che permette il collettivo impadronirsi di queste stesse, il loro chiarimento, la loro sempre più netta demarcazione.
La storia della III Internazionale ci ha riproposto dinanzi agli occhi proprio questa lezione: non basta codificare in un corpo di tesi le posizioni del partito, né tantomeno richiedere la garanzia della conoscenza intellettuale di esse e della loro accettazione a ciascun singolo militante. Se l’azione che il partito conduce e perciò la sua tattica, la sua organizzazione, il suo modo di lavorare non corrispondono a queste posizioni si deforma e si falsifica la stessa possibilità di acquisizione teorica. Dunque il rapporto fra l’organismo militante di partito e la sua teoria non consiste nella coscienza individuale di tutti i suoi membri e nemmeno dei «più dotati» fra essi, ma nella capacità collettiva di svolgere nella realtà della lotta di classe un’azione che, partendo dalla accettazione di quelle posizioni ad esse si uniformi. Il partito militante ha perciò sempre il compito non solo di difendere l’invarianza e la necessità delle posizioni che formano il patrimonio dell’esperienza storica del proletariato contro ogni tentativo di deformazione. Ha il compito di tracciare continuamente, nella sua azione pratica, nel suo lavoro, il filo di congiunzione che lega le enunciazioni del passato all’azione presente e futura, che fa discendere l’azione dalle definizioni teoriche, che collega l’agire dei comunisti di oggi a quello dei comunisti del passato. Non parliamo perciò mai soltanto di continuità di concezioni teoriche, ma di continuità di teoria e di azione, di posizioni e di comportamenti che nella storia hanno lasciato una traccia ben delimitata. È in questo sforzo quotidiano di mantenersi con la sua azione, in tutti i campi, all’altezza di una tradizione e di una esperienza che sono armi di battaglia, che il partito si abilita collettivamente allo svolgimento delle sue funzioni e si disciplina fino a raggiungere il monolitismo di cui parla Lenin.
È su questa strada faticosa, ma necessaria, che il partito traccia dinanzi alla classe, dinanzi ai proletari che combattono spinti dai propri bisogni materiali, non una demarcazione di nozioni teoriche, ma una linea di pratica azione riconoscibile da tutti come diversa e contrapposta a tutte le altre; riconoscibile sia dall’analfabeta che dal «dotto» che ad essa aderiscono in blocco, magari senza conoscere le posizioni del partito, ma riconoscendo la fisionomia del partito, il solco che esso è riuscito a tracciare, di idee, di posizioni, di tattica, di atteggiamenti, di metodi.
Si realizza così il ricongiungimento della classe proletaria con il suo partito, ricongiungimento che non sarà dovuto ad individuale acquisizione da parte dei migliori proletari delle nozioni marxiste, ma al fatto che di fronte ai loro occhi, al loro istinto, al loro cuore di combattenti brillerà come un faro la linea di teoria e di prassi che la falange marxista avrà saputo tracciare e mantenere. «Tutti sappiamo che, quando la situazione si radicalizzerà, elementi innumeri si schiereranno con noi, in una via immediata, istintiva e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche».