Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.8
Categorie: German Revolution, Germany, KPD, Party Doctrine, SPD, Third International, Union Question
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Bloccati al numero di settembre riprendiamo la trattazione della complessa e delicata materia, con l’auspicio di concludere senza soste, dovute peraltro agli impegni molteplici che il nostro giornale-rivista deve assolvere negli angusti limiti di spazio tipografico e di forze limitate.
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Con l’ottobre 1923 si esaurisce una situazione di lotte acute e sanguinose in Europa e segnatamente in Germania. Da allora, sebbene non siano mancati cataclismi economici, come la crisi del ’29, e disastri sociali come la sconfitta della rivoluzione cinese e la II guerra imperialistica, il proletariato non è più stato il protagonista storico attivo sulla scena della lotta di classe. Similmente è venuto a mancare anche l’organo essenziale della classe, il partito politico comunista rivoluzionario.
L’ottobre tedesco è stato, quindi, l’ultimo slancio di classe del proletariato nei paesi capitalistici sviluppati, e precisamente nel cuore dell’Europa, nell’epicentro dello scontro frontale tra le classi.
L’epilogo nazista è stato la diretta conseguenza della sconfitta del proletariato, e la democrazia il prologo. Questa è stata affossata dalla stessa borghesia e non, purtroppo, dalla classe operaia che, in gran parte inquadrata dall’opportunismo socialdemocratico, non è riuscita a sconfiggerla sul campo, dopo averla sconfitta sul terreno teorico e programmatico. Di conseguenza se il fascismo rappresenta il modo più avanzato e moderno del dominio dittatoriale del capitalismo sul proletariato, in relazione all’avanzato sviluppo delle forze produttive, alla concentrazione e centralizzazione del capitale nella sua ultima metamorfosi in capitale finanziario, la democrazia, con tutte le sue suggestioni popolaresche rinverdite dall’opportunismo ieri socialdemocratico ed oggi «comunista» dei partiti ufficiali richiamantisi anche se sempre più blandamente a Mosca o alla Cina, resta il pericoloso nemico che abbiamo sempre dovuto combattere e che, nelle giornate gloriose dell’altro ottobre vittorioso, quello russo, eravamo certi di dover sconfiggere definitivamente con il potere armato nelle mani proletarie, in una lotta lunga ma sicura a quella che Lenin chiamava l’«abitudine» il costume fallace e menzognero della democrazia, dell’individualismo, portato dal piccolo commercio, dalle mezze classi.
La seconda guerra imperiale ci ha regalato la soluzione meno favorevole alle sorti della rivoluzione, alla ripresa rivoluzionaria proletaria, perché ha ridato prestigio alle pratiche ruffiane del democratismo celando la sostanza del reale movimento storico del capitalismo fatto di totalitarismo statale capitalistico, per invischiare le classi diseredate, impedendo al proletariato di Occidente di scattare verso la sua univoca vittoria e alle classi subalterne dei paesi coloniali e arretrati di marciare risolutamente verso le premesse del socialismo.
Lo schema-Germania e lo schema-Italia, come vedremo, soprattutto ci forniscono l’esperienza storica della moderna lotta di classe, in cui i mezzi tattici che il nemico impiega contro il proletariato, sin tanto che il suo fronte non sarà sfondato in uno dei punti nevralgici e strategici, sono una mescolanza di mistificazioni democratiche e di terrorismo statale e parastatale, la cui copertura più efficace è rappresentata dall’opportunismo dei partiti «operai». In altri e precedenti articoli del nostro giornale, abbiamo appositamente messo in evidenza il passaggio indolore in Grecia dalla democrazia al fascismo dei colonnelli e viceversa, e ora in Ispagna dal franchismo all’antifranchismo, magari con una breve sosta nell’anodino post-franchismo perché i ruffiani possano tirare le fila del loro sporco gioco antiproletario e antirivoluzionario; gioco che sarebbe impossibile senza la presenza alla testa della classe operaia di partiti venduti al nemico.
Da qui scaturisce il tema centrale della tattica comunista rivoluzionaria: come spostare le forze operaie, imprigionate nella politica opportunista, nel campo della rivoluzione comunista, come attrarle nell’orbita dell’influenza del partito? Questo tema tattico fu sollevato nel III congresso dell’I.C., ma non fu risolto in maniera soddisfacente e corretta. L’I.C. capì che non bastava il possesso della sana dottrina e dell’integrale programma e capì anche che bisognava «conquistare le masse» per assicurarsi la vittoria.
È vero che in Germania il partito si mobilitò per penetrare in ogni fessura aperta dalle contraddizioni che affliggevano il nemico, che dispiegò un’alacre iniziativa per collegarsi con le masse, imprigionate o influenzate dalla politica traditrice della socialdemocrazia; ed è pur vero che importanti successi furono ottenuti soprattutto nel campo dell’organizzazione sindacale e dei Consigli di fabbrica. Tuttavia la linea direttrice per il collegamento col proletariato passava dalla ricerca quasi morbosa di un’alleanza tra il partito comunista tedesco, il KPD, la socialdemocrazia maggioritaria l’SPD, e il partito dei socialdemocratici indipendenti, l’USPD. Questa ricerca di alleanza fu la forma che prese il «fronte unico», la tattica che l’I.C. adottò per sottrarre le forze proletarie alla presa dei partiti opportunisti e trasportarle sotto l’influenza del partito comunista rivoluzionario. Questo modo di realizzare il fronte unico non consentì di raggiungere lo scopo prefissato, e per conseguenza indebolì il partito aprendolo ad infiltrazioni opportunistiche, che, nel maturare di eventi sfavorevoli alla rivoluzione, grandeggiarono nel partito tedesco e nella Internazionale Comunista stessa per sfociare nella totale distruzione del partito comunista mondiale.
Sul modo in cui fu realizzato il fronte unico non sarà mai sufficiente dedicare continui e approfonditi studi, perché fu il leit motiv della tattica comunista dell’I.C. e perché è probabile che lo sia per il prossimo avvenire. La storia ha confermato la giustezza dell’interpretazione «sindacale» data dalla Sinistra al fronte unico, che consisteva, appunto, nell’alleanza di tutte le frazioni sindacali del proletariato e del proletariato in generale in un unico organismo di classe di tipo sindacale sulla base di un’azione difensiva degli interessi immediati della classe operaia; organismo nel quale i partiti «operai» potevano far valere i loro indirizzi politici in dialettico rapporto con i reali interessi materiali dei lavoratori. Quindi, non alleanza, nemmeno per interessi economici, tra partiti, né tra partiti e sindacati. Il fronte unico «dal basso» realizzava così l’unità sindacale, cioè il terreno idoneo per far prevalere l’indirizzo politico del partito. La storia dei conflitti di classe in Germania conferma la fallacia dei tentativi frontisti tra partiti. Il fronte unico tra KPD, partito rivoluzionario, antilegalitario e antidemocratico, con la socialdemocrazia maggioritaria e indipendente, legava le mani al KPD, cosicché ogni qual volta che un accordo veniva siglato tra i partiti, diveniva impossibile realizzarlo per il sistematico sabotaggio opportunista e il KPD si trovava impotente, non potendo rompere gli accordi per non essere accusato di spezzare il fronte. In questa situazione il KPD era costretto a far buon viso a cattiva sorte, e, preso nelle spire di questa alleanza abnorme, doveva rinunciare alla sua piena funzione e azione rivoluzionaria, involontariamente indebolendo se stesso e gli slanci eversivi del proletariato. A conti fatti, il fronte unico politico o tra partiti servì meglio alla controrivoluzione che alla rivoluzione, bloccò il processo rivoluzionario proletario anziché il piano tattico della reazione, permise alla borghesia di guadagnar tempo per prepararsi adeguatamente a lanciare l’offensiva contro la classe operaia.
IL COMITATO DI BERLINO
Il 27 giugno 1922 a Berlino si costituì un Comitato tra KPD, SPD, USPD, la Confederazione del Lavoro e la Federazione impiegati, con l’intento di svolgere un’azione comune contro la reazione, che imperversava in tutto il paese. Il programma che i comunisti proposero, e che contemplava rivendicazioni sociali ed economiche di classe, tra cui il disarmo e lo scioglimento delle molteplici formazioni armate controrivoluzionarie, lo scioglimento dell’esercito, la Reichswehr, da sostituire con milizie composte da operai organizzati nei sindacati, l’amnistia per coloro che erano stati condannati per reati compiuti in difesa della classe operaia, la difesa della giornata di otto ore e provvedimenti contro gli aggravi fiscali e il caroviveri; questo programma fu respinto dagli altri membri della coalizione, i quali dichiaravano apertamente di non voler inasprire la lotta. Per non compromettere le sorti dell’alleanza, il KPD accettò un programma che in definitiva si riduceva alla rivendicazione dell’amnistia e alla «difesa della Repubblica», che suonava dubbia e controproducente. Queste rivendicazioni staccate dal programma più generale di carattere economico e sociale, almeno, non costituivano un coefficiente di mobilitazione e unificazione della classe. Tuttavia, gli attacchi continui dei corpi franchi contro lo stesso governo di coalizione tra SPD e partiti borghesi, i frequenti assassinii anche di ministri borghesi come Rathenau, oltre agli attentati contro proletari e le loro organizzazioni, indussero maggioritari e indipendenti a consentire che il Comitato proclamasse il 4 luglio uno sciopero generale di dodici ore a Berlino, che si propagò anche alle principali città, dove non mancarono conflitti sanguinosi tra operai e polizia, come a Zwickau, Francoforte, Völpke e Mannheim. Il movimento di sciopero assumeva, ormai, un carattere indipendente sia dall’azione legale e parlamentare, sia dai «quadri della burocrazia sindacale», per cui la socialdemocrazia si accinse a rafforzare la sua azione contro il KPD, inasprendo una campagna di calunnie e di persecuzioni contro i comunisti mai cessata e lusingando i sempre oscillanti indipendenti con promesse di una loro assunzione al Governo, accampando l’ormai noto allora e notissimo oggi pretesto dell’allargamento a «sinistra» della base del «potere», senza dover ricorrere alla violenza e alla illegalità! Il 3 luglio, il giorno innanzi dello sciopero generale, il Comitato, su proposta dell’SPD, dei Sindacati e dell’USPD, decise di lanciare un manifesto in cui si invitavano gli operai a guardarsi dai «provocatori di violenze». Era palese che si voleva mettere gli operai contro i comunisti, che andavano proclamando un’azione fuori del parlamento e senza esclusione di colpi. Il KPD non sottoscrisse il manifesto e fu accusato di aver violato gli accordi di Berlino. Intanto l’USPD votava in parlamento la legge dell’imposta sul grano, chiaramente rivolta contro le classi povere, e la socialdemocrazia assumeva un atteggiamento apertamente favorevole ad una interpretazione della legge da poco varata «in difesa della Repubblica», in senso anticomunista. L’8 luglio, la socialdemocrazia, concordi Sindacati e USPD, propose un nuovo appello «contro le violenze», che il KPD respinse, e colse l’occasione per proclamare che con questo rifiuto i comunisti si erano posti fuori del Comitato.
La borghesia, dietro il governo di coalizione tra SPD, Centro cattolico e elementi «tecnici», sullo slancio dell’attacco socialdemocratico al KPD, vietava comizi operai, impediva l’uscita dei giornali comunisti sostenendo che offendevano i membri del «governo socialista tedesco»! E l’SPD passava allo scioglimento dei Comitati di controllo, sorti nella lotta in difesa degli operai, e degli stessi Consigli di fabbrica, e subdolamente invitava i funzionari di polizia a proteggere le azioni dei corpi franchi nazionalisti e monarchici a «difesa della Repubblica» contro l’eversione comunista.
Gli indipendenti dell’USPD confluirono di fatto nella socialdemocrazia maggioritaria, dietro la promessa di qualche ministero nel governo di coalizione. Il KPD si trovò solo dinanzi al fronte unico tra borghesia, socialdemocrazia, governo di coalizione, Reichswehr, corpi franchi e Centrali sindacali.
Il disegno tattico della controrivoluzione era o doveva essere ormai chiaro, dopo l’effettivo abbandono del Comitato di Berlino da parte della socialdemocrazia maggioritaria e indipendente e dei Sindacati, e lo scatenarsi della campagna di repressioni contro la classe operaia e il KPD da parte di tutte le formazioni politiche, sindacali, governative, militari e paramilitari. La borghesia era riuscita nella manovra di coagulare potenti forze contro l’azione comunista e contro il movimento radicale delle masse, azionando i partiti opportunisti e i quadri sindacali, al fine di riorganizzare le fila per una controffensiva totale e massiccia, che si verificherà dopo la sconfitta dell’Ottobre 1923 patita dal proletariato rivoluzionario e dal KPD.
L’azione tattica comunista, indipendentemente da ogni considerazione di carattere politico, non può svolgersi nel doppio senso, diplomatico per quanto riguarda il rapporto col nemico, e veritiero nei confronti della classe. Con il Comitato di Berlino, il KPD non solo illudeva se stesso sulle reali possibilità di riuscita e di efficacia rivoluzionaria del «fronte unico politico» con i partiti avversari, ma giungeva persino a formulare proposte di «governo operaio» con questi partiti, tanta era la convinzione che la manovra riuscisse. Così veniva rilasciata una patente di rivoluzionarismo a SPD e USPD, a partiti controrivoluzionari, facendo credere alle masse proletarie che questi partiti potessero confluire su un fronte con il KPD, il cui scopo reale era pur sempre di abbattere la borghesia, la democrazia e la legalità; partiti che partecipavano come maggioranza nel governo centrale, anticomunista e antiproletario, e che, come l’USPD lo sostenevano dandogli una vernice «rivoluzionaria» per renderlo ben accetto alle masse radicali. Come avrebbero potuto l’SPD e l’USPD, in quanto partiti, partecipare ad una alleanza politica che avrebbe dovuto distruggere la loro stessa esistenza, se non alla condizione di utilizzarlo ai loro fini reazionari e di usarlo per discreditare agli occhi dei lavoratori il KPD?
L’aspetto diplomatico della questione sta in questo, che il KPD era perfettamente cosciente del carattere controrivoluzionario della SPD, ma lasciava credere al proletario che con una politica, che veniva definita «souple», «agile» l’SPD si sarebbe fatto trascinare sul terreno rivoluzionario ovvero si sarebbe smascherato dinanzi ai suoi aderenti operai, che di conseguenza sarebbero passati sotto l’influenza del KPD. Ma la politica «agile» consisteva nell’accettare in definitiva le posizioni dell’SPD, come nel caso specifico del Comitato di Berlino in cui il KPD dovette rinunciare a tutto il suo programma, peraltro caratteristico di un partito rivoluzionario, e accordarsi su una rivendicazione limitata, quella dell’amnistia, e pur sempre dipendente da una sanzione legale e parlamentare di stretta competenza dei partiti parlamentari maggioritari e governativi, quindi suscettibile di invischiarsi nelle pratiche democratiche e ritardatrici.
In realtà, infatti, l’SPD non tradì i patti assunti a Berlino, perché non aveva preso altro impegno che quello dell’amnistia e quello famigerato della «difesa della Repubblica», e non aveva concordato un piano comune di azione in difesa delle condizioni materiali immediate della classe operaia. Queste rivendicazioni avrebbe potuto accettarle qualsiasi partito borghese, appena intelligente, ed infatti la borghesia in definitiva le aveva sottoscritte per mano della socialdemocrazia; mentre invece il programma proposto dal KPD lo avrebbe respinto qualsiasi partito, anche il più «radicale», ma non avrebbe potuto respingerlo l’organizzazione sindacale e dei Consigli, perché costituivano il proprio terreno di lotta, la ragione della loro stessa esistenza. Se i Sindacati e Consigli avessero respinto la proposta comunista, si fossero rifiutati, cioè, di ingaggiare la lotta per difendere il proletariato contro la disoccupazione, la miseria, i bassi salari, l’attentato alla giornata di otto ore, si sarebbero svalutati dinnanzi alla massa e indirettamente avrebbero contribuito a tagliare l’erba sotto i piedi della socialdemocrazia che influenzava e dirigeva i vertici sindacali. Gli operai inquadrati nei partiti opportunisti avrebbero toccato con mano, sperimentato direttamente sulla loro pelle, il tradimento sindacale, delle dirigenze socialdemocratiche delle Centrali sindacali, e si sarebbero, per forza di cose, avvicinati al partito. Il Sindacato a differenza dei partiti inquadra e organizza gli operai di tutti i partiti o di nessun partito e non può sottrarsi dall’azione per interessi comuni a tutti i lavoratori salariati, almeno di non correre l’alea di passare nel campo nemico e quindi farsi sostituire da altro organismo equivalente.
Come avrebbe potuto l’SPD giustificare di fronte agli operai inquadrati nella sua organizzazione di partito il rifiuto ad aderire al piano e all’azione rivendicativa promossa dal fronte unico dei Sindacati e dei Consigli di fabbrica e dei Comitati di controllo? Non le sarebbe rimasta altra strada che quella di dichiarare guerra aperta a tutta la classe operaia organizzata nel fronte unico, nell’unità dell’azione rivendicativa, facilitando il chiarimento di posizioni nel campo operaio, abbandonando le finzioni diplomatiche, accreditando, suo malgrado, con questo atteggiamento ostile agli interessi immediati ed elementari delle masse, presso il proletariato la politica rivoluzionaria del KPD.
Episodi di adesione e simpatia al KPD non mancarono da parte di gruppi operai più sensibili agli interessi proletari, ma non costituirono né una forza tale da spostare il rapporto di forze a favore della rivoluzione né il risultato di un piano tattico cosciente e preordinato su basi realistiche di classe. Il KPD e con esso e per esso l’Esecutivo di Mosca non afferrarono il significato profondo e illuminante dei fatti, tant’è che non abbandonarono né l’erronea tattica di fronte unico politico né quella conseguente e deteriore del «governo operaio».