Il fascismo è più vivo che mai
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Tutte le sfumature democratiche, nei «gloriosi» anni della resistenza, ripeterono fino alla nausea ad un proletariato prostrato dalla politica forcaiola di Baffone e C. che una volta loretizzato l’unico Rompiscatole non si sarebbe più parlato non solo di legnate, ma nemmeno di sgarbi e parolacce. L’alto onore di codificare questa idilliaca società fu demandato alla democratica Costituzione. Ora, dopo 30 anni, sono quegli stessi democratici che, ossessionati da golpe e trame nere, lanciano il grido di allarme (in senso figurato, si capisce!) contro il risorgere del mostro nero. Mostro nero che, guarda caso anche loro, a boccatorta, devono ammettere non è mai morto.
Nei primi giorni di dicembre i quotidiani di ogni bottega hanno deliziato e fatto partecipi noi poveri fessi, della «scoperta» fatta da 2 giornalisti… democratici (ti pareva!); il ministro Scelba, l’affossatore del fascismo, nel ’49 avrebbe creato un corpo speciale di polizia segreta anticomunista mettendo ai posti di comando degli ex agenti dell’Ovra. E che doveva metterci? La conferma di tanta «ignominia» viene niente popò di meno (cioè tanta di più) dal governo americano, il quale, inutile dirlo, dette il suo pieno appoggio. Chi avrebbe mai detto che questa giovane democrazia che, a fianco della gloriosa armata di don Giuseppe Stalin, tanto sangue versò per debellare definitivamente, dall’orbe terracqueo, la nera dittatura, sarebbe di lì a poco così degenerata? Nemmeno la lungimiranza del miope Togliatti era giunta a tanto!
Noi, nel 1945, dicemmo che il fascismo, sconfitto sul campo di battaglia, come metodo di conduzione politica ed economica, fu il vero vincitore. Ci sciupammo sopra anche una citazione latina: «Graecia capta ferum victorem cepit».
Se Scelba mise a capo del suo corpo speciale dei fascisti, o se, come lui afferma, ne arruolò soltanto uno, tra l’altro assolto dagli epuratori Scoccimarro e Nenni, a noi non interessa; possiamo solo dargli atto di aver ben servito il suo padrone il Capitale.
La Nazione, giornale anch’esso democratico, nota che «analoga scoperta i 2 autori avrebbero fatto per la Francia, essendo allora ministro dell’interno il socialista Jules Moch partigiano e padre di un partigiano ucciso dai nazisti!» E, anche peggio, aggiungiamo noi, fu fatto nel 1921 dal «socialista» e democratico Bonomi che organizzò e stipendiò le sgangherate squadracce fasciste.
Eccoci al dunque cari demo-progressisti! Se è vero quello che il vecchio Marx scrisse nel Manifesto (l’avete letto?), e cioè che il mondo è diviso in classi sempre in lotta fra loro, a niente valgono i piagnucolamenti moralistici sulla costruzione di un corpo di polizia dichiaratamente anticomunista o sui suoi aderenti. È nella logica del potere borghese, sotto qualsiasi bandiera o con qualsiasi forma di governo si rivesta (nera o rossa), quella di reprimere e (una volta tanto per far contento il PCI) prevenire ogni tentativo di assalto al cielo da parte del suo storico becchino, il proletariato.
Non vale, non è sufficiente avere al proprio servizio i partiti traditori della classe operaia, anche se ciò gioca un ruolo di primo piano; il capitalismo sa quanto noi comunisti che le masse lavoratrici sono frenate o messe in movimento dalle vili esigenze materiali; e sa bene quanto noi che quando parla di comunismo non parla del pastore Berlinguer, ma dello spettro che lo fa sobbalzare nel sonno: la Rivoluzione Sociale.
Se, da un lato, questo atteggiamento dello Stato può suonare come mancanza di fiducia al servitorame nazional-comunista, dall’altro è uno sgravio di incombenze come premio di fedeltà.
Lenin ci insegna che vi sono due sole vie: «O la dittatura dei proprietari fondiari e dei capitalisti o la dittatura della classe operaia. Non vi è via di mezzo. Sognano vanamente una via di mezzo i figli di papà, gli intellettuali, i piccoli signori che hanno studiato male su cattivi libri. In nessuna parte del mondo non vi è, né può esservi via di mezzo. O dittatura della borghesia o dittatura del proletariato». Sentito che manna? Noi fedeli e pedissequi discepoli, quando la borghesia getta la maschera (e l’ha gettata una volta per tutte nel 1922) e dal confetto democratico passa al bastone di classe, anche se ci rammarichiamo di non essere stati noi i primi a rompere il patto sociale ed a sferrare il colpo, ne traiamo la semplice conclusione che l’unico mezzo per l’emancipazione del proletariato è lo scontro frontale, lo schiacciamento fisico del nemico di classe. Questo perché eruditi dalle mille sconfitte della classe operaia, sappiamo che non può esistere legalità e coesistenza pacifica tra due classi storicamente nemiche e che il giudice che emetterà la sentenza ha un solo nome: la Forza.
I proletari mai sentiranno enunciare queste verità dal partitaccio stalinista né tanto meno dai suoi figli scavezzacollo perché hanno fatto mercato di tutti i principii, «hanno anche essi barato e speculato sullo slogan imbecille della lotta per la libertà ‘tout court’ ed oggi è la proverbiale biscia che morde il ciarlatano» (Battaglia Comunista n. 10-1949).
Per i marxisti rivoluzionari il principale successo del fascismo non fu quello di aver preso il potere e di averlo conservato per 20 anni spezzando le organizzazioni rosse che non furono capaci di raccogliere la sfida sullo stesso terreno (questo successo assieme al tradimento dei riformisti ed «ultra-rivoluzionari» porta la data dell’agosto 1922 e non dell’Ottobre, come credono i fessi); il successo del fascismo fu un altro. Fu, ed è ancora, il rinculo del movimento operaio su posizioni collaborazioniste ed interclassiste, la richiesta di libertà per tutti e il rispetto di tutte le «idee».
In pieno fascismo tracciavamo la tattica da adottare, come si direbbe ora, nelle varie realtà sociali: «Qualunque aspetto assuma nel suo evolversi e contro evolversi l’organizzazione politica borghese, essa non deporrà mai la sua funzione di impedire l’avanzata proletaria verso il comunismo. Molteplici potranno essere i suoi accorgimenti e le sue manovre, audaci le sue pieghevolezze fino a consegnare i poteri ai MacDonald e ai Vandervelde, crudamente ostentate le sue aperte brame di tirannide nelle dittature a tipo fascista; ugualmente inevitabile resta lo sbocco del conflitto… Il proletariato deve essere preparato a non temere, né disperare, della riscossa, nei momenti e nei paesi in cui la borghesia sfodera il suo atteggiamento più brutale e gli viene incontro alla più spietata offensiva; come a non dimenticare quando la borghesia stessa si ammanti, per coprire i momenti difficili della difensiva, dei paludamenti di generosità liberale, che questo renderà ugualmente necessario l’impiego senza riserve del solo argomento comprensibile per la canaglia capitalista: La forza materiale» (L’Unità 29-3-1924).
Solo quei comunisti che non sono mai andati ad attingere dottrina nella melma del campo nemico, che considerano la libertà borghese e la oppressione borghese come la medesima cosa in ogni situazione, solo loro, oggi e sempre, avranno il diritto di sputare in faccia sia alla fasulla libertà democratica, sia agli opportunisti loro complici-accusatori, attaccati come sono alla costituzione «questa astratta bagattella italica, il pezzo di carta».