Partito Comunista Internazionale

Il fantasma di Malthus

Categorie: Sexuality, Women's Question

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Non passa giorno che, nel clima di sfacelo della società borghese, la classe dominante ben assecondata dai suoi lacché opportunisti non organizzi incontri, simposi e assise internazionali nelle quali penosamente riafferma la sua pretesa di salvare l’umanità dal pericolo di ecatombe ecologica o dalla minaccia della sovrappopolazione del globo terrestre. Abbiamo a suo tempo commentato le stomachevoli conclusioni della conferenza mondiale di Bucarest dove si è assistito a strani (ma non tanto) connubi tra ipotesi solo apparentemente contrastanti: il Vaticano ha riconosciuto la ragionevolezza delle tesi cinesi e in qualche punto sovietiche in polemica con le preposte malthusiane e «consumistiche» degli occidentali, USA in testa.

Le elaborazioni ideologiche borghesi in rapporto alla questione risorse-popolazione evoca costantemente il fantasma di Malthus e la sua proposizione enunciata agli albori della borghesia industriale inglese, secondo la quale mentre le risorse crescono in ragione aritmetica la popolazione cresce in ragione geometrica. Non ci attarderemo in citazioni tratte da Marx ed Engels per dimostrare che questi presupposti non sono altro che categorie astratte funzionali alla difesa del modo di produzione capitalistico, altro non essendo le risorse e la popolazione che categorie abilmente elaborate per trascurare le contraddizioni di classe, l’analisi delle quali soltanto permette la loro demistificazione.

Il fatto è che nel 1975, nel colmo della crisi del capitale, non solo papa, vescovi e preti sono mobilitati alla moralistica predica di continenza e di repressione per i soliti proletari, ma anche una caterva di progressisti, illuminati o meno, di opportunisti terrorizzati dall’invadenza dei nuovi nati sempre più minacciosi seppur ancora incoscienti e poppanti, dove è possibile. Mano a mano che il capitalismo vede ergersi i suoi prodotti contro se stesso, trovando nel suo stesso sviluppo disordinato e anarchico il suo limite, anche il capitale variabile, la massa dei salariati, sul sangue dei quali si è ingigantito e accumulato, nel processo di mercificazione generale si erge come un ostacolo insormontabile e tutto peculiare perché, se in una certa misura gli oggetti inanimati possono essere distrutti in varie forme, la stessa cosa non può accadere pacificamente per la merce-lavoro, che ha appunto la particolarità di esser viva, capace di opporre resistenza e di proporsi come becchino degli sfruttatori.

In ultima istanza sta qui il nodo della società borghese: come superare la crisi senza che il rapporto vivente, sociale e storico, capitale/salario non venga abolito con la violenza, e cioè definitivamente. Sappiamo dall’esperienza di due carneficine mondiali che lo strumento risolutore di questo nodo gordiano è la spada, e cioè la guerra imperialistica; il suo unico e possibile antidoto è la guerra di classe, la guerra civile. Ma la borghesia e i suoi servitori non possono, se non in determinate condizioni, gridare in faccia e brutalmente tale verità al proletariato e così, mentre aguzza metodicamente il palo nelle sue varie scuole di guerra, dalla caserma «del popolo» ai corpi speciali segreti, innalza una cortina fumogena di lamenti schierando davanti alla bocca del cannone l’esercito interminabile dei suoi parassiti, intellettuali specializzati nelle più sofisticate scienze della manipolazione e della menzogna. E non c’è dubbio che i più stomachevoli sono ecologi e demografi, gli uni tutti protesi a sviare la classe operaia dal suo naturale terreno di battaglia tirando in ballo le sorti della «natura», gli altri a sbandierare meschini rimedi per limitare il consumo di ricchezza, come sempre a senso unico.

Sguaiatamente ci si illude di opporre alla storica e massiccia pressione del capitale sul salariato, che sta determinando le condizioni per una ripresa, di dimensioni impressionanti, della lotta di classe, la fatidica pillola, il confettino capace, secondo loro, di frenare la nascita di nuove bocche da sfamare e foriere di sempre più pericolose convulsioni sociali. Ora noi, è bene chiarirlo, non ci opponiamo alla indorata pillola per motivi di ordine astrattamente morale, né ci teniamo rigorosamente estranei alle manovre di referendum sull’aborto per un’ubbia di purismo, ma perché con questo atteggiamento intendiamo delimitarci nettamente da tutta quella interminabile e penosissima canea di piccolo-borghesi, intruppati in partiti e gruppetti dal facile verso rivoluzionario che in nome di «riforme contingenti» e del «dobbiamo pure fare qualcosa» permettono che passi senza colpo ferire la nefanda politica borghese di mistificazione e di impedimento al dislocarsi delle classi antagoniste sul terreno della guerra aperta e risolutrice.

Che «pillole» tipo divorzio e aborto non sono altro che palliativi insulsi nei confronti di una guerra sociale delle dimensioni planetarie è dimostrato dall’uso inevitabilmente ed esclusivamente borghese di queste «riforme».

Il proletario cacciato sul lastrico dalla disoccupazione di massa non può permettersi il lusso di aiutare la moglie ad abortire né con le 600.000 lire al colpo attuali quando non è in grado neppure di sfamarla, né con ipotetiche strutture sanitarie «adeguate», dal momento che la tanto strombazzata politica di riconversione della produzione o il nuovo modello di sviluppo non sono altro che un diversivo alla tragica realtà della cacciata dal posto di lavoro.

Abbiamo recentemente ribadito che siamo contro la politica delle riforme per la lapalissiana contestazione che la borghesia e l’opportunismo hanno da tempo consumato la loro possibilità di riformismo. Il riformismo è morto nel 1922 quando si è storicamente dimostrato che solo un regime forcaiolo e totalitario come quello fascista fu in grado di assumere nel suo programma il riformismo dei massimalisti e dei socialdemocratici.

È così che noi abbiamo il compito inderogabile di liberare, per quanto ci concerne, la testa degli operai e dei proletari dall’oppio seminato a piene mani non solo dalla tradizionale e sempre più impotente religione, ma dalle forme ben più sofisticate di cui i preti laici si dimostrano abili dispensieri.

Com’è possibile immaginare una politica di pianificazione delle nascite indipendentemente da un giudizio complessivo sull’attuale stato delle forze produttive e dei rapporti sociali di produzione, quando pianificazione nei programmi del capitale non può più significare che repressione delle più elementari esigenze di vita del proletariato?

Non riconosciamo alcuna capacità alla borghesia e all’opportunismo di saper «affrontare» piani di governo e di dominio delle contraddizioni sociali da oltre un secolo, come potremmo illuderci e illudere di essere in grado di garantire un «lusso» del tipo aborto garantito?

A questo punto è inutile che i più sofisticati citino, stralciando dal contesto, il pensiero di Lenin o la politica dei bolscevichi dopo la presa del potere! Effettivamente, nonostante che si trattasse di gettare le basi del socialismo «edificando il capitalismo» in Russia, non dimentichiamo che il partito comunista aveva saldamente il potere nelle proprie mani, e poteva intervenire dispoticamente a mettere il po’ d’ordine possibile nella desolata realtà di quel paese.

Neghiamo dunque decisamente le pietose giaculatorie e i facili isterismi radicaloidi oltreché la frase rivoluzionaria ad effetto tesi a conquistare la fiducia dei proletari e delle proletarie: solo la difesa reale, quotidiana, delle condizioni di vita dei proletari può permettere si imponga l’obiettivo dell’abolizione del capitalismo e del suo sfruttamento.

Questa è la nostra «teologia» integrista, contro le facili divulgazioni economiche e democratiche.

L’esperienza ci dice una sola certezza: le riforme sono morte, anche quelle che «non costano», costano troppo alla borghesia, figuriamoci cosa interessano al proletario!

A prova della nostra coerenza dottrinaria e di comportamento pratico su una questione che a tutti i costi ci si sforza di dimostrare e presentare come «attuale» – e soltanto attuale – come quella dell’aborto, riproduciamo dei passi dal nostro opuscolo su razza e nazione (Riproduzione della specie ed economia produttiva, inseparabili aspetti della base materiale del processo storico): «Il materialismo storico perde ogni senso, ove si consenta che come fattore estraneo al campo dell’economia sociale si introduca quello del preteso carattere individuale dell’appetito sessuale, che genererebbe derivazioni e costruzioni di origine extra-economica fino alle più evanescenti e spirituali». Pensate un momento agli isterismi femministi che predicano l’«autogestione» del proprio corpo. Non parliamo poi del «libero arbitrio» cattolicante che affermato nel dogma non riesce neanche per un momento a trovare verifica nella pratica, se non a costo di assoluzioni in confessionale e prediche alla padre Zapata!

«È chiaro che fideisti ed idealisti, istituendo nella spiegazione della natura gerarchie di valori, tendono a sollevare i problemi del sesso e dell’amore in una sfera e in un grado che di molto sovrasta quello dell’economia, volgarmente intesa come campo della soddisfazione dei bisogni alimentari e affini. Se l’elemento che solleva e discrimina la specie ‘homo sapiens’ dalle altre animali davvero venisse non dal fisico effetto di una lunga evoluzione in un complesso ambiente di fattori materiali, ma scendesse dall’immissione di una particola di uno spirito cosmico non riducibile alla materia, sarebbe chiaro che nella riproduzione di un essere da un altro, di un cervello pensante da un altro, deve occorrere un rapporto più nobile che il semplice riempimento quotidiano dello stomaco. Se anche senza dipingere questo spirito-persona immateriale, si ammette che comunque nella dinamica dell’umano pensiero sia insita una virtù e una potenza che preesiste o extra-esiste alla materia, resta anche evidente che si deve sollevare in un campo più arcano il meccanismo che surroga l’io generante all’io generato con le stesse ineccepibili facoltà, ipoteticamente premesse ad ogni contatto con la natura fisica e ad ogni cognizione. È al materialista dialettico che è imperdonabile supporre che la sottostruttura economica nelle forze e nelle leggi della quale si cerca la spiegazione della storia politica dell’umanità, comprenda solo la produzione e il consumo della più o meno vasta gamma di beni occorrenti a tenere in vita l’individuo; che a tale campo si limitino i rapporti materiali fra individui, e che dal gioco delle forze che legano queste innumerevoli molecole isolate si compongono le norme, leggi e regole del fatto sociale; mentre tutta una serie di soddisfazioni della vita restano fuori di questa costruzione; e sono per molti dilettanti quelle che vanno dal sex-appeal fino ai godimenti estetici e intellettuali. Tale accezione del marxismo è spaventosamente falsa, è il peggiore degli antimarxismi in circolazione, ed oltre al ricadere implicito ma inesorabile nell’idealismo borghese, piomba non meno crassamente in pieno individualismo, altro non meno essenziale carattere del pensiero reazionario; e ciò tanto se sia posto in prima linea e come grandezza base l’individuo biologico, che quello psichico».

Non esistendo dunque spazio di «democratico confronto» con le ormai reazionarissime pretese radicali e individualiste non vediamo come sia possibile giocare con escamotage referendari capaci di mettere in moto tutti i «rivoluzionarismi» impliciti o espliciti che coverebbero nel «popolo».

La via dell’emancipazione dei proletari, compresa quella della compressione che il sistema capitalistico esercita sulla loro vita riproduttiva e sessuale non passa attraverso individualistiche libertà di «amare» e di «abortire», ma attraverso la più dura classista e disciplinata organizzazione della lotta per l’abolizione di un modo di produzione, di consumo e di vita che non è ormai in grado di garantire né di pianificare la vita.

Nel frattempo è illusorio e falso «fare qualcosa», perché la «rivoluzione» non è roba di un giorno; proprio in quanto le pretese riforme non fanno altro che aggravare le condizioni sia produttive che riproduttive del salariato, esse sono parte integrante del «piano» borghese di difesa ad oltranza di un equilibrio che fa acqua da tutte le parti, che sacrifica giornalmente sia la vita immediata che quella futura. Nessuna concessione dunque alla riesumazione grottesca e macabra di interventi sulla vita sociale che vorrebbe regolarsi sull’ubbie piccolo-borghesi negatrici della verità obiettiva della specie umana in nome di illusori godimenti che non toccano né interessano affatto la classe operaia.