Il P.C.I. al salvataggio dello Stato
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Ed infine questo malridotto barcone, al timone un Moro spettrale, per ciurma una accolta di rissosi pronti a darsi lo sgambetto l’un l’altro, ha fatto naufragio, malgrado gli «oppositori storici» abbiano con ogni mezzo tentato, per quanto era nelle loro possibilità, di eliminare gli scogli perigliosi che si frapponevano alla sgangherata navigazione. La bufera della crisi ogni giorno di più s’addensa, e bisogna farci i conti: «non è questo o quello stabilimento ad essere minacciato, è l’apparato produttivo nel suo insieme ad essere investito, sono interi settori ed aziende fondamentali ad essere colpiti. Le minacce di licenziamento si contano a decine di migliaia, centinaia di migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione, anzi la crisi agisce pesantemente, nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi, congiunturali e strutturali, internazionali ed indigeni». (l’Unità, 24 dicembre 1975).
L’economia va a catafascio, chiudono le fabbriche, si ripresenta l’inflazione accompagnandosi alla caduta della produzione, ma niente paura; in un modo o nell’altro un nuovo naviglio magari più capace sarà costruito alla svelta, pronto, per le aumentate dimensioni, ad accogliere un equipaggio molto più numeroso. Discuteranno sui programmi economici, si misureranno sulle iniziative concrete, miglioreranno i piani a medio termine, vareranno progetti di finanziamento «selettivi» creando un fondo di riconversione che metta i sospirati quattrini «a disposizione di organismi pubblici… con la partecipazione dei sindacati… capaci di impegnare i lavoratori coinvolti in processi di crisi e riconversione in seri programmi di riqualificazione e di garantire loro entro tempi ben definiti il reimpiego nell’attività produttiva» (l’Unità, 17 gennaio 1976).
Poi garantiranno lo sviluppo della domanda pubblica in alcune direzioni fondamentali, infine, esaurito tutto questo lavorio, imbottiti ancora una volta i crani dei proletari di vaghe promesse, si metteranno di nuovo in mare, e che il patrono dei marinai gliela mandi buona, altrimenti si troveranno a dover usare contro chi non piega la testa, e di chiacchiere non ne vuol più sentire, i democratici fucili delle forze dell’ordine della repubblica nata dalla resistenza. E sarebbe un vero peccato perché la «ripresa» è lì, a ragionevole portata di mano: il compromesso storico «non è un accordo di potere… ma è l’idea che per risolvere questi problemi davvero storici, in un paese complesso come l’Italia, ed in questo quadro internazionale occorre uno sforzo eccezionale, bisogna mobilitare tutta l’energia, la passione, lo spirito di sacrificio – e ti pareva – l’intelligenza del popolo italiano. E che perciò non bastano gli operai, non basta nemmeno la sinistra nata dal vecchio tronco storico socialista, e tanto meno basta un solo partito sia pure il nostro» (Rinascita, 16 gennaio 1976).
Ogni classe, ogni partito, porti la sua fettina di verità, sacrifichi al benessere della nazione tutti i suoi egoismi particolari, ogni bravo cittadino si faccia carico del suo fardello sociale. Anche il proletariato per mano del suo sindacato, dice Lama dalle colonne dello stesso numero della stessa rivista, si piglierà sul gobbo le proprie responsabilità: «ad esempio riteniamo che per masse di giovani in cerca di prima occupazione si debbano adottare soluzioni di lavoro e non di sussidio… anche se con salari convenzionali e non alle condizioni del contratto di lavoro. Siamo disponibili a partecipare in termini realistici alle soluzioni dei problemi dell’occupazione senza ignorare le esigenze di convenienza economica delle imprese. Questo orientamento lo dimostriamo anche dando determinati valori quantitativi alle rivendicazioni salariali e contrattuali. Certo non accettiamo una politica di risanamento fondata solo sui sacrifici dei lavoratori, anche perché per questa via non si risanerebbe nulla». Non c’è dubbio che se qualcosa si potesse risanare «anche» per quella via la batterebbero di certo, e quella sola.
Loro la crisi, comunque non la volevano; Napolitano ammoniva (l’Unità, 6 gennaio 1976) «Quel che ci preoccupa è che l’apertura di una crisi nel momento attuale impedisca il raggiungimento di soluzioni positive per alcuni importanti ed urgenti problemi su cui il parlamento è impegnato a lavorare e a decidere». Mentre ancor più deleterio, sempre secondo Napolitano sarebbe il ricorso ad elezioni anticipate «resta il fatto che esse costituirebbero… una lunga paralisi dell’attività parlamentare e di governo oltre che un irrigidimento e una contrapposizione nei rapporti tra le forze politiche». Malgrado ogni sforzo per non «irrigidire», per non perdere il contatto con le altre forze necessarie al futuro «pluralismo socialista», malgrado le pastette e gli aborti di legge, anche solo da un punto di vista laico borghese, sul nuovo diritto di famiglia e sull’aborto, veri esempi di impotenza sul piano legislativo, la crisi si è aperta.
Il modo con cui se la risolveranno, se con qualche alchimia a base di monocolore o governo polipartito, o ricorrendo magari al salto nell’abisso di elezioni anticipate, non è certo cosa che interessi il proletariato rivoluzionario, checché ne dicano i sinistri di tutte le chiesuole; né ci è dato, anche per lo schifo che ci suscitano i sottili giochi dei sacerdoti di S. Democrazia compiuti ai danni della classe operaia, strologarci sopra. Per quanto ci riguarda, fedeli in ogni modo alla nostra chiave di interpretazione materialistica dei fatti, neghiamo che le «crisi politiche», le «crescite di consenso», gli «allargamenti delle aree di intesa», e balle del genere, abbiano altra matrice che non sia la crisi – questa sì veramente «crisi» – economica, che scuote l’intero apparato produttivo nazionale, riflesso in un ambito «locale» di una crisi internazionale, i cui effetti cominciano a pesare non soltanto sul proletariato, ma anche su tutti gli altri strati sociali, determinandone oscillazioni, sbandamenti, polarizzazioni su partiti che sino ad ieri non ne ricevevano i consensi, processo che gli imbecilli ammalati di cretinismo democratico si ostinano a definire «spinta a sinistra delle masse», manifestatasi nel botto sonoro dell’avanzata di pretese sinistre con le elezioni del 15 giugno scorso.
Non passa giorno che questo chiodo non venga battuto e ribattuto, in dichiarazioni ufficiali, interviste, articoli: «La creazione di questo clima… costituisce una necessità obiettiva per la realizzazione di un nuovo tipo di sviluppo economico e sociale. Anche per questo la partecipazione dei comunisti alla direzione politica del paese è destinata a risultare sempre più indispensabile per fare uscire l’Italia dalla crisi» (l’Unità, 17 gennaio 1976). Ed ancora (l’Unità, 12 gennaio 1976): «È solo su questa base – riconoscere cioè nel PCI, una grande e responsabile forza di governo – che si può dare vita ad un governo che possa essere all’altezza della situazione e che abbia il consenso, la forza e l’autorità necessari per essere efficiente».
Il PCI si offre garante per un governo «forte», che possa far accettare alla classe operaia tutti i sacrifici che saranno necessari, non certo per stornare la crisi, ma per affrontarne l’urto. La sua funzione è quella di impedire al proletariato di riconoscere nello Stato, nell’economia nazionale, i propri nemici e sempre meglio può essere esplicata man mano che la crisi fa sentire i suoi effetti, uscendo dal ghetto dell’opposizione ed assumendo responsabilità dirette di governo; molti settori della borghesia lo riconoscono ormai apertamente. Il Sig. Agnelli, in un’intervista su La Repubblica del 23-1-1976, alla domanda se una politica di austerità sarebbe accettata, ed in nome di cosa, dai lavoratori, ha risposto: «È evidente che per applicare una politica del genere bisogna allargare la base di consenso. Una maggioranza parlamentare debole e priva del consenso delle forze politiche che rappresentano direttamente i lavoratori non potrebbe fare molta strada nelle condizioni attuali», mentre più oltre, cogliendo nel concreto le necessità dell’ora sulle possibilità di un ingresso del PCI nella maggioranza governativa, ma del resto ben consapevole degli equilibri internazionali il cui mantenimento si oppone a questa soluzione, «non penso a questo, ma a forme di appoggio e di consenso sostanziali».
La crisi sociale, effetto di quella economica, sfalda e minaccia la forma democratica del governo statale, forma d’elezione perché l’opportunismo possa svolgere nel modo più efficace la propria azione; ecco perché il compromesso storico, l’unità d’azione alla guida dello Stato con il partito principe della borghesia nazionale, la DC, diventa naturalmente l’estremo baluardo per difendere questa forma (perlomeno finché essa, per le esigenze politiche del modo di produzione capitalistico avrà da essere difesa e mantenuta) contro tutte le spinte centrifughe dei vari strati sociali, che renderebbero magari necessario, anche sotto l’urto della classe operaia compressa terribilmente nelle proprie esigenze di vita, un «governo forte», cioè una forma dittatoriale aperta. L’opportunismo presenta ai suoi interlocutori borghesi il proprio modello storico di sintesi nell’unicità del comando statale delle istanze delle varie classi e mezze classi, «ceti produttivi» e non, e quindi, eliminata ogni traccia della «economia politica proletaria», come Marx la definiva, l’unica esigenza che riesce ad esprimere nel campo economico, è quella di un capitalismo «un po’ meno capitalistico», controllato nel suo sviluppo, modificato nei meccanismi che ne determinano gli squilibri, regolato nell’estorsione di plusvalore, armonizzato nella spartizione dei mercati, il tutto realizzato mediante un’impalcatura giuridica forte e stabile che dovrebbe disciplinare il più anarchico modo di produzione della storia.
La forma democratica insomma dovrebbe contenere gli elementi storicamente antagonisti del modo di produzione capitalistico, sintetizzandoli per giunta nelle più miserabili e sbrindellate sovrastrutture del dominio di classe, quelle del governo della macchina statale.
L’utopia dell’imbelle socialismo piccolo-borghese, distrutta sul piano teorico dai maestri del comunismo, di provata storica impossibilità, oggi mille volte più fetida, continua a vivere e prosperare. È una illusione tenace, dura a morire, finché permangono margini economici che la alimentano nel corpo sociale, ed il proletariato crede ancora alle possibilità di un «risanamento» che il partito nel quale identifica le proprie sorti, potrà compiere quando avrà assunto alla guida dello Stato. Su questi margini l’opportunismo fonda la propria potenza, la loro sparizione ne segnerà il tracollo sociale. In questa direzione marciano i fatti, lo svolgersi della crisi; è la forza delle cose, è la forza della Rivoluzione, è la certezza della nostra battaglia.