Con la svalutazione la borghesia paga i debiti riducendo salari e occupazione
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I soliti imbecilli vorrebbero ricondurre il crollo della lira alla ormai data per scontata assunzione dei “comunisti” al governo della repubblica. Crisi valutaria, quindi, per sfiducia nel regime. Vediamo un po’, invece, a chi giova la svalutazione, quali sono le forze “reazionarie” e per nulla “oscure” che hanno interesse al deprezzamento della moneta nazionale.
La meccanica del crollo valutario è quella ormai classica della “pressione” sulla lira, cioè del fatto normale che i creditori dell’azienda-Italia hanno richiesto il saldo delle cambiali in scadenza o la loro copertura per contanti, non molto fiduciosi della salute della loro debitrice. Siccome le casse aziendali sono molto deboli, dopo continui pagamenti dai primi al 20 di gennaio per un ammontare di 516 milioni di dollari (perché i debiti la lira li deve pagare in… dollari!), la Banca d’Italia ha chiuso gli sportelli. La prima conseguenza è stata, almeno fino al 25 gennaio, che le azioni dell’impresa-Italia si sono svalutate di circa il 10%. Questi i fatti raccontati in chiave aziendale per renderli accessibili a tutti e per dissacrare gli dei della schifosa e moderna religione del profitto, con tutti i sottodei di categoria dai nomi difficili a capire e a pronunciare. Questa manovra ha come conseguenza immediata la svalutazione della lira, cioè la perdita di valore della moneta italiana in relazione alle altre monete. La lira vale meno, si riduce la sua capacità di acquisto sul mercato mondiale. Prima della crisi con 674 lire si acquistava un dollaro di merce, oggi ne occorrono almeno 800 per acquistare lo stesso dollaro di merce, che vale acquistare la stessa quantità di merci, poniamo ferro, cotone, carne, ecc. Ne consegue che tutti i prezzi delle merci importate aumentano nella stessa proporzione. Primo risultato tecnico: i prezzi delle merci sul mercato italiano aumentano, da cui: tutti i prezzi delle merci esportate, contenenti le materie importate, aumentano: perdita di concorrenzialità delle merci italiane, riduzione della produzione, minor profitto. Questo sarebbe il risultato, che abbiamo definito tecnico o logico, cioè secondo lo schema teorico. Ma questo risultato, visto unilateralmente, cioè solo dal punto di vista capitalistico è suscettibile di variazioni che abbisognano di strumenti non economici, ma politici (a questo serve la “politica”, signori politici imbroglioni) cioè di interventi extra-economici per modificare a favore del regime capitalistico un fenomeno che colpisce il regime stesso, una delle tante contraddizioni che minano il sistema economico attuale. Se non interviene il “correttivo” politico, anche i salari dovrebbero aumentare della stessa percentuale di svalutazione della moneta, allo stesso modo in cui aumentano i prezzi di tutte le merci. Ma il salario non aumenta e non aumenterà, anche per la stessa volontà dei sindacati oltre che per quella ovvia del governo e dello Stato borghese. Il mancato aumento dei salari consente all’economia italiana di continuare a produrre con profitto, sinché le condizioni generali della produzione lo permettono, e potrebbe anche consentire il recupero di un certo valore della moneta in proporzione all’aumento della produzione, cioè degli investimenti tra cui la massa dei salari, che significa aumento degli operai occupati e riduzione di quelli disoccupati. Ma questa ultima eventualità è da scartarsi per effetto della crisi mondiale dell’economia capitalistica, almeno che un governo di “sinistra” diretto dal PCI riesca a ridurre drasticamente tutti i salari, ed il recupero si realizzi col risparmio netto sulla spesa in salari: produrre di più e mangiare di meno, molto di meno, per la maggior gloria del paese e della lira.
La svalutazione, quindi, la pagano i lavoratori salariati, come stanno pagando l’inflazione e tutti i fenomeni del sistema economico borghese. Secondo risultato: per frenare la ripresa inflazionistica conseguente, si impone la reale restrizione del credito, dell’indebitamento delle aziende per fronteggiare le aumentate esigenze monetarie per effetto dell’aumento dei prezzi. Quindi rincaro del costo del denaro, aumento del tasso di sconto, fallimento delle aziende già in crisi: disoccupazione. Anche sotto questo profilo, la svalutazione cade sulle spalle dei proletari.
Quale sarà il reale tasso di svalutazione della lira alla fine della caduta? Chi parla del 10%, chi anticipa già il 20% a fine corsa, pur mettendo in conto l’azione di frenaggio che dovrebbe esercitare il ricorso a cospicui prestiti con l’estero. È già in atto una manovra del tipo 1974.
Che il capitalismo italiano sia un capitalismo “straccione”, spudorato, è cosa vecchia, e che non goda di grande reputazione tra i suoi colleghi internazionali è noto. C’è un precedente, a proposito di crisi monetaria. Nell’agosto del 1974 i governi italiano e tedesco stipularono un accordo per sostenere le finanze italiane già in avanzato stato di dissesto, in base al quale la Bundesbank prestò alla Banca d’Italia due miliardi di dollari dietro un deposito di oro italiano. Da una parte un vagone carico di dollari, dall’altra uno carico di oro. Una certa nemesi storica e una piccola vendetta della borghesia tedesca, costretta nel primo dopoguerra a garantire prestiti americani con la cessione allo Stato americano della temporanea amministrazione e gestione delle ferrovie tedesche. L’oro italiano è ancora per tre quarti nei forzieri della banca centrale tedesca, avendo lo Stato italiano pagato soltanto un quarto del debito, cioè 500 milioni di dollari. Sembra che la Germania possa intervenire di nuovo. Ma l’oro in cassa dello Stato italiano è ridotto da quella operazione. Sembra che anche la Banca Mondiale pensi ad un intervento, pretendendo contropartite che la stampa borghese non esita a chiamare “pesanti”. Forse lo Stato italiano darà in pegno di garanzia quel che resta del suo patrimonio artistico, non potendo depositare pacchetti azionari, essendo le sue aziende principali in stato di dissesto, salva probabilmente la FIAT.
La vecchia e fellona borghesia italiana ha però sempre il suo classico asso nella manica, che potrebbe pensar già di giocare: il cambio di alleanze, ovvero affittarsi ad un eventuale maggior offerente del blocco Est, in cambio di un adeguato sostegno economico, manovrando al riparo del PCI.
L’aspetto più sudicio della questione, però, resta lo spirito di salvataggio degli infami partiti “operai”, il nazionalismo che sprigiona dai loro pori, per tappare i buchi di una barcaccia che sta affondando e che un autentico partito comunista avrebbe il compito elementare di finir di affondare. Ma la storia non finirà qui. I prossimi mesi potranno essere decisivi per la classe operaia, se riuscirà a spezzare la camicia di forza impostale dal tradimento; e decisivi per il capitalismo se dovrà togliersi la maschera del potere “popolare”, democratico, pacifista per tentare di resistere al ritorno offensivo del proletariato.