Repressioni nell’esercito democratico
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Per i corifei della democrazia lo Stato democratico non dovrebbe essere repressivo, ma comportarsi come un buon padre di famiglia. A smentire nei fatti questa gratuita attribuzione da parte di cricche opportuniste e borghesi, ci sono le repressioni più volte sanguinose contro gli operai, perpetrate in tutti i tempi, e sotto qualsiasi regime borghese.
All’operaio viene riservato sempre un trattamento punitivo, sia che disattenda l’ordine dei capi-ciurma in fabbrica, sia che contravvenga alla disciplina in caserma. Nel primo caso può persino essere espulso dalla azienda e subire la disoccupazione forzata, nel secondo la sua subordinazione diretta dalla classe nemica è ancora più schiavista: la punizione non consiste mai nella espulsione dall’esercito, che avrebbe il vantaggio almeno di sottrarlo alla feroce disciplina militare, ma la detenzione nel carcere.
Sono casi questi sempre più ricorrenti. È in corso in Francia una campagna repressiva contro soldati semplici dell’Armée, incolpati di “demoralizzare” l’esercito, per essersi organizzati in difesa delle loro condizioni elementari contro la strafottenza terroristica degli ufficiali. Undici soldati sono stati arrestati e su di loro pende una grave condanna. Lo stesso trattamento è stato riservato a otto soldati italiani della divisione “Centauro”, incolpati di “reclamo collettivo e attività sediziosa”, per aver osservato un minuto di silenzio in memoria di un loro compagno morto a causa di una presunta broncopolmonite e per aver partecipato ad una manifestazione a favore della “democratizzazione dell’esercito”. Oltre questi fatti rammentati, più recenti e clamorosi, molti soldati languono nei penitenziari militari e agli arresti, per essersi ribellati alla disciplina militare, in tutti i paesi.
È indubbio che siamo in presenza di una vera e propria campagna repressiva, la quale mira, per il momento, su obiettivi che vanno oltre i semplici fatti. L’obiettivo indiretto e significativo è quello di ricordare ai proletari con o senza casacca militare che l’autentico potere non è rappresentato dai padroni di fabbrica, dai ministri in carica, dalla pleiade dei politicanti, ma dalla organizzazione armata dello Stato, dalla struttura repressiva della magistratura, della polizia. Ciò conferma che il capitalismo affida la difesa del suo regime alle armi, alla forza, alla violenza, e che il resto, le chiacchiere dei partiti, dei governanti, delle burocrazie “operaie” sono solo un’unica cortina fumogena, dietro la quale si affilano gli strumenti del terrorismo statale e extrastatale.
Noi non solo non crediamo agli atti di terrorismo individuale al di fuori del piano militare della rivoluzione, che può tracciare e dirigere soltanto il vero partito comunista; ma crediamo ancor meno alle utopie di “democratizzazione” dell’esercito capitalistico, che hanno il loro corrispondente nella altrettanto utopistica “democratizzazione” del regime borghese. Come è vero che la rivoluzione proletaria non potrà trionfare senza aver prima abbattuto il potere militare dello Stato, così è altrettanto indiscutibile che il proletariato si accingerà a questo compito essenziale quando volterà le spalle alle ingannevoli mistificazioni della democrazia.
Ripetiamo queste affermazioni perché, in mancanza di una forza reale attuale, il partito deve prospettare alla classe operaia i termini realistici dello scontro di classe, che non sono parlamentari, legalitari, governativi, ma di violenza sociale. Il capitalismo non capitolerà dinanzi a pezzi di carta e alle parole. Il proletariato non può continuare a lungo ad illudersi che con le buone maniere, con “civili” governi popolari di “sinistra”, con la semplice propaganda per un “governo migliore”, cadrà la resistenza del padronato, si sgonfierà il potere delle classi superiori della società.
Se la classe operaia non ritroverà la forza di sbaragliare tutte le forze avverse, tra cui l’opportunismo dei partiti traditori e il tradimento dei sindacati nazionali, il capitalismo scamperà anche questa volta alla sua morte.
Oggi il modo migliore per dimostrare ai soldati arrestati la solidarietà del partito, è quello di dire a loro e a tutti i proletari di fabbrica la nuda e cruda verità, senza peli sulla lingua, indicando loro che è dovuta indisciplina a tutti gli organi del regime capitalistico, a tutti gli ordini che provengano dai partiti e dai sindacati affittati allo Stato.