Partito Comunista Internazionale

Per l’opportunismo è lecita solo la violenza statale

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Si rinnovano, in questi tempi di vacche magre, gli appelli dei signori delle Botteghe Oscure contro qualsiasi azione della classe operaia che comporti lotta di classe e violenza. Triade sindacale, CGIL in testa, ammoniscono i proletari di non lasciarsi prendere la mano, lo Stato è pur sempre una brutta bestia, bisogna andar cauti: l’irresponsabilità di oggi potrebbe favorire domani la «reazione».

E sì che questi signori intabarrati nel loro logoro mantello resistenziale, della violenza antiproletaria ne hanno fatto ormai un principio: dal pacifismo rinunciatario all’adesione alle guerre resistenziali per la ricostruzione degli Stati capitalistici, è tutto un susseguirsi di attacchi alla classe operaia. Se l’opportunismo non è in principio né pacifista né guerrafondaio, è vero altresì che è l’uno o l’altro a seconda dei bisogni che la classe capitalista esprime. Se dunque oggi si starnazza contro l’«irresponsabile» violenza proletaria, l’unico scopo è quello di stroncare le gambe alla classe operaia e non quello di proclamare il verbo dell’Eden universale. All’oggi partitacci venduti e sindacati tricolori non possono che esercitare loro stessi in prima persona, la violenza statale contro i lavoratori.

Se il proletario spinto dai suoi bisogni materiali alza la testa, cosa c’è di meglio se non prospettargli giorni neri per il suo rinverdito peccato originale?

Storia vecchia, ma pur sempre nuova.

Tutta la storia, nella «civilissima» epoca di oggi come nelle epoche «della barbarie», è stata contrassegnata da urti, scontri, conflitti in cui si impegnava violenza, sia che essa avesse come sbocco la diretta distruzione fisica degli individui, sia che essa rappresentasse, con il solo fatto di esistere, schiacciamento e costrizione dell’individuo che tale pressione doveva subire. Come nel campo fisico energia potenziale e cinetica rappresentano due stati fenomenici in cui viene a trovarsi in tempi diversi lo stesso sistema, così avviene nel campo della vita degli organismi. La forza può esprimersi in maniera manifesta e si ha la lotta, fine della quale è la morte o la fuga del malconcio avversario; parimenti tale violenza può essere applicata a quel livello che abbiamo definito potenziale, senza cioè bisogno della sua esplicazione diretta. Citiamo da «Forza, Violenza, Dittatura nella lotta di classe»: «Il cane selvatico non contenderà al leone il capriolo ucciso, ben sapendo che seguirebbe la sorte della vittima. Molte volte la preda soccombe per il terrore prima del morso del carnivoro, talvolta basta lo sguardo di quello a immobilizzarla, e toglierle la possibilità non della lotta ma della stessa fuga».

È con l’apparire della società organizzata che la forza comincia parzialmente a svilirsi per quanto concerne il suo ruolo cinetico; la violenza soggettiva lascia il posto al «diritto», alla legge, compito della quale è mantenere ordine ed autorità. La comunità si adatta all’obbedienza non dietro diretta costrizione fisica, ma soltanto per non porsi contro tale prospettiva, pena nel migliore dei casi l’espulsione dalla stessa comunità e conseguente perdita dei vantaggi che l’attività organizzata permette. L’elemento discriminante della civiltà sociale è dunque questo ripetersi continuo di violenza «promessa», ma non cineticamente applicata:

«Alla base dello schieramento degli uomini nei gruppi posti in così dissimile situazione di vita materiale sta inizialmente una ripartizione di compiti che, nella grandissima complessità delle manifestazioni, assicura al soggetto, alla famiglia, al gruppo, alla classe privilegiata, un riconoscimento che, dalla costatazione reale della iniziale utilità, conduce al formarsi di una attitudine di soggezione degli elementi e gruppi sacrificati.

Questa attitudine si tramanda nel tempo e si inserisce nella tradizione in quanto le forme sociali hanno una loro inerzia analoga a quella del mondo fisico in cui, fino a superiori cause perturbatrici, tendono a descrivere le stesse orbite, a perpetuare le medesime relazioni.

Quando per la prima volta il minus habens non solo non ha costretto il suo sfruttatore ad impiegare la forza per eseguire gli ordini, ma ha imparato a ripetere che ribellarsi sarebbe stato una grande infamia perché avrebbe compromesso le regole e gli ordini da cui dipendeva la salvezza di tutti, allora – giù il cappello! – è nato il Diritto.

Se il primo re è stato un bravo cacciatore, un grande guerriero, che aveva più volte esposta la vita e versato il sangue in difesa della tribù, se il primo stregone sacerdote è stato un intelligente indagatore di segreti della natura utili alle cure delle malattie ed al benessere, se il primo padrone di schiavi o di salariati è stato un capace organizzatore di sforzi produttivi in modo che si traesse maggior rendimento dalla coltivazione della terra o dalle prime tecnologie, la iniziale constatazione di questo compito utile ha permesso di costruire le impalcature dell’autorità e del potere, permettendo a quelli che stavano al vertice di quelle nuove e più redditizie forme di vita associata, di prelevare – per proprio comodo – una larga parte dell’incremento di prodotto realizzato».

Il sistema si cristallizza, costruisce e codifica la propria ideologia, gran sacerdote e giudice, in amoroso idillio, giustificano e vietano; il risultato è raggiunto: il servo china la testa senza bisogno che lo staffile cada. Qui dunque il primo bandolo dell’arruffata matassa, lo scamotto del prete e del poliziotto muta livrea con l’andar del tempo ed arriva ai nostri giorni: doppio petto, pieno di boria, sbatte il muso nella talpa marxista, rabbrividisce, porge le terga e siamo disposti a credere che se la voglia dare a gambe. Ma purtroppo per lui da troppo tempo lo vogliamo inchiodare alla sua croce, per mostrare ai proletari tutti quale enorme inganno esso rappresenti vestendo il doppio petto della pace sociale e della tranquillità «a tutti i costi», armi degli affossatori del comunismo, ché non streghe di boschi (e sottoboschi!) parlamentari, ma gli antagonismi sociali, generano necessariamente ed inevitabilmente la violenza; e questo in barba al prete e al poliziotto.

È ancora la Sinistra che staffila bonzi e borghesi:

«È così possibile battere la tremenda contemporanea mobilitazione dell’inganno, la universale regia che costruisce la soggezione ideologica delle masse ai sinistri dettami delle minoranze predominanti, il cui trucco fondamentale è quello dell’atrocismo, ossia, della messa in evidenza (corroborata inoltre da potenti falsificazioni di fatto) di tutti gli episodi di sopraffazione materiale in cui, per effetto dei rapporti di forza, la violenza sociale si è resa palese e si è consumata colpendo, sparando e uccidendo e – cosa che dovrebbe apparire la più infame, se la regia non avesse avuto tremendi successi nell’incretinimento del mondo – atomizzando. Sarà così possibile riportare al loro giusto, preponderante valore qualitativo e quantitativo i casi innumerevoli in cui la sopraffazione, sempre risolvendosi in miseria, sofferenza, distruzione a volumi imponenti di vite umane, si consuma senza resistenza, senza urti, e – come dicevamo all’inizio – sine effusione sanguinis, anche nei luoghi e nei tempi in cui sembra dominare la pace sociale e la tranquillità, vantata dai ruffiani professionali della propaganda scritta e parlata come l’attuazione piena della civiltà, dell’ordine, della libertà. Il confronto tra il peso dei due fattori – violenza in atto e violenza in potenza – mostrerà che, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, il secondo è quello predominante, e solamente su di una tale base si può costruire una dottrina e una lotta capaci di spezzare i limiti dell’attuale mondo di sfruttamento e di oppressione».

Travalichiamo i millenni ed arriviamo a questa nostra società borghese sempre pronta a dimostrare la sua «civile» superiorità nei confronti dell’epoca che l’ha storicamente partorita: il feudalesimo; quale minore pressione, qual minor grado di violenza, essa eserciterebbe oggi classe egemone. Marx dimostra al contrario come sopraffazione ed oppressione siano enormemente superiori nella società capitalistica dove, esempio e modello storico, il lavoratore della terra, che in regime di servitù feudale conservava un legame tecnico-produttivo con la terra stessa – pur dovendo privarsi di larga parte del prodotto a favore dei ceti dominanti -, viene sì liberato da tali rapporti di vassallaggio, ma è altresì ridotto al ruolo di puro proletariato e «segue il destino dell’armata negriera dei lavoratori industriali, o trasformato in gestore o proprietario giuridicamente perfetto di piccoli lotti, viene taglieggiato dallo strozzino capitalista, dall’agente del fisco o dalla volatilizzazione della moneta». E parimenti ugual sorte segue l’artigiano che alienato dai propri mezzi di produzione è condotto nullatenente nell’opificio borghese, unico suo bene la propria forza lavoro. Non fummo e non saremo ben inteso noi marxisti ad invocare o propugnare storici passi indietro, ché la nostra concezione dialettica sempre ci ha mostrato la storia come il concatenarsi delle determinazioni delle forze produttive che «dilatandosi ed utilizzando sempre nuove risorse, premono contro le forze istituzionali e i sistemi di potere e ne causano le crisi e le catastrofi». È in questo senso dunque, quello cioè che tale travaglio non può essere storicamente saltato per pervenire alla società comunista, che noi guardiamo all’entità sociale presente, ben mostrando però come tale società, vantata dal consesso internazionale borghese come un surrogato del Paradiso Terrestre dei lavoratori, non rappresenti per essi che oppressione e sangue:

«Il punto essenziale da stabilire è questo: il criterio discriminante per appoggiare o combattere uno svolgimento storico non è quello, inconsistente e vanamente letterario, di ricercare se si è attuata e conseguita più eguaglianza, più giustizia, più libertà, ma l’altro, totalmente diverso e molte volte opposto di chiedersi se la nuova situazione ha favorevolmente avviato e promosso lo sviluppo di più potenti e complesse forze produttive a disposizione della società, forze che sono la premessa indispensabile della futura organizzazione della società medesima nel senso del maggior rendimento del lavoro per una più larga disponibilità di beni di consumo a vantaggio di tutti.

Era indispensabile oltre che utile che la borghesia con la guerra civile abbattesse gli ostacoli istituzionali che ritardavano il sorgere delle grandi fabbriche e un più moderno sfruttamento della terra; e di fronte a questo poco importa che la prima ed immediata conseguenza, transitoria in un più vasto senso storico, sia stata di rendere più pesanti ed odiose le catene della disparità sociale e dello sfruttamento della forza lavoro.

La critica del socialismo scientifico ha messo chiaramente in evidenza che la grande trasformazione sociale attuata dal capitalismo (trasformazione storicamente matura e feconda a sua volta di sviluppi grandiosi) non va affatto definita né come una radicale liberazione interessante le grandi masse, né come un sensibile balzo innanzi nel loro tenore economico di vita. La trasformazione degli istituti riguarda unicamente il loro modo di schieramento e di organamento della piccola minoranza privilegiata e dominante».

Dunque il «nuovo mondo» non favorisce l’insieme dell’agglomerato sociale, bensì una sua ristretta cerchia che manipola, essa sì, libertà e «giustizia»:

«La conquista giuridica della libertà, proclamata in tutte le carte e costituzioni retaggio di tutti i cittadini, non riguarda dunque la maggioranza, sfruttata e affamata ancor più di prima, ma è faccenda interna di una minoranza. Ed è alla luce di questo criterio che vanno risolti tutti i quesiti storici ed attuali in cui si ripropone il postulato stucchevole della libertà della democrazia.

Ridotta a scala individuale la tesi materialista afferma che, poiché il cervello funziona quando lo stomaco può nutrirsi, il diritto teorico a liberamente pensare ed esprimere il proprio pensiero interessa di fatto solo chi ha la possibilità di tale attività superiore, possibilità perfettamente contestabile a molti che ne menano vanto di continuo, ma comunque sicuramente preclusa alla schiera dei ventri insufficientemente riempiti».

Se dunque alla massa dei «ventri semivuoti» il pensiero è negato, essa potrebbe pur sempre muoversi pericolosamente a tentoni sotto la spinta del bisogno cercando di strangolare lo Stato capitalista, ma ecco che opportunismo soccorre scodellando la nota tesi che «… ogni individuo tende ad adottare in politica, in filosofia, in religione, opinioni derivate dal rapporto economico in cui vive, e meccanicamente svolgentisi dalla molla dei suoi appetiti e dei suoi interessi». Da ciò alla dimostrazione di come i lavoratori, massa numericamente superiore all’antagonista di classe, possano conquistare pacificamente e gradualmente il potere, il passo è breve. Ma, c’è naturalmente il ma marxista, la situazione è ben diversa:

«Per spiegare il significato delle ideologie prevalenti in una data epoca storica presso un popolo governato con un dato regime, noi dobbiamo fondare l’analisi sui dati della tecnica produttiva e dei rapporti di ripartizione dei beni e dei prodotti sui rapporti di classe tra gruppi privilegiati e collettività produttrici.

In breve e in parole povere, la legge del determinismo economico dice che in ciascuna epoca l’opinione generalmente prevalente, il pensiero politico filosofico e religioso più accreditato e seguito è quello che corrisponde agli interessi della minoranza dominante che detiene nelle sue mani il privilegio e il potere. Così i sacerdoti e dottori degli antichi popoli orientali giustificheranno il dispotismo e l’immolazione di vite umane, quelli pagani dimostreranno benefica e giusta la schiavitù, quelli cristiani la proprietà e la monarchia, quelli dell’epoca democratica ed illuministica gli schemi economici e giuridici che convengono al capitalismo. … Ora, le forze di ingannatrice mobilitazione delle opinioni della massa nel senso che interessa il ceto privilegiato sono, nella società capitalistica, molto più potenti che in quelle pre-borghesi. Scuola, stampa, oratoria pubblica, radio, cinema, associazioni di ogni specie rappresentano mezzi di un potenziale centinaia di volte più forte di quelli a disposizione delle società dei secoli passati. In regime capitalistico il pensiero è una merce, e lo si produce su misura impiegando sufficienti impianti e mezzi economici alla sua fabbricazione in serie».

Qui il secondo bandolo della matassa: pur se lo Stato borghese scende sempre più rapidamente la sua china storica, tuttavia ancor oggi l’ideologia e la prassi rivoluzionaria tendono a rimanere patrimonio di una esigua avanguardia enucleata nel Partito Comunista rivoluzionario, mentre l’insieme della classe rimane apaticamente schiacciata dall’apparato di violenza potenziale che come morsa la stringe, apatia per altro determinata da cinquant’anni di pratiche opportuniste consumate dai partiti sedicentemente comunisti o operai, che sono riuscite nell’arduo compito di disabituare il proletariato della gloriosa Comune e dell’Ottobre rosso, dall’uso delle sue armi di classe. A ciò le nostre due risposte storiche:

  1. che la liberazione di una classe procede dallo stomaco al cervello e non viceversa;
  2. che si deve costantemente martellare per confutare il concetto che la forma democratico-parlamentare esplichi una minore violenza di classe dei sistemi che l’hanno preceduta, o di quelli che in «camicia nera» rappresenterebbero il ritorno alla barbarie feudale, mentre al contrario essa mostrando il fucile nella custodia e non nelle mani dei suoi sbirri, costringe, confondendolo, il proletariato nell’alveo della collaborazione; indirizzandolo nella via forcaiola della scheda dove idealisticamente ogni testa conterebbe per uno, ha compiuto e compie la più grande delle violenze quella appunto di aver costretto oggi la classe operaia a trapassare da soggetto della violenza dei suoi migliori tempi, ad oggetto dell’avversaria violenza.

Questo ci preme combattere, per ricollocare al loro giusto posto quelle tesi che l’opportunismo ha calpestate.

Quindi il ruolo della violenza, dalla sua primogenita natura sino all’applicazione nella società «civile», è forza di oppressione della classe al potere sulla classe storicamente sottomessa. Constatiamo come la violenza non sia oggi nel maggiore dei casi, espressa nel suo stato «cinetico», ma sia altresì applicata «potenzialmente» sul proletariato; sconfitta storica questa della rivoluzione e non vittoria riformista.

Le posizioni che qui riproponiamo non sono altro che la continuità programmatica del Partito nelle sue tesi, riguardo ai concetti:

a) La democrazia al riparo della maschera riformista permette allo Stato borghese il totale controllo «potenziale» del proletariato, mentre è il sistema totalitario fascista il vero volto dello Stato borghese. Da ciò il nostro rifiuto a favorire il primo tipo di governo al secondo, non barattando noi il risorgere alla lotta del proletariato con il piatto di lenticchie delle libertà formali.

b) Necessità del riappropriamento da parte della classe operaia della sua organizzata violenza di classe, leva unica per l’abbattimento dello Stato del capitale e per l’instaurazione della società e dell’economia comunista.

c) Ruolo primario del Partito nella trasformazione della lotta spontanea della classe in rivoluzione antiborghese.

Questo il partito di ieri, di oggi, del domani rivoluzionario.

In questa prospettiva storica il partito da sempre ha smascherato agli occhi del proletariato chi indignandosi della violenza statale ne proponeva l’illusoria soppressione in termini democratici e pacifisti, battendosi altresì per l’armamento della classe operaia, armamento che è prima di tutto armamento politico, ritrovamento del suo partito che è saldamente incernierato al programma ed alla prospettiva della rivoluzione comunista, che è senza mezzi termini: sovversiva, violenta, antidemocratica.