La crisi si inasprisce e i sindacati sabotano le lotte per il salario
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I contratti di lavoro da rinnovare, preannunciati con alti clamori, latitano tra un ufficio e l’altro, privato e ministeriale, senza che si preveda una soluzione. Intanto i salari perdono capacità d’acquisto, e la caduta del governo Moro offre il destro ad ulteriori ritardi. Nessuna lotta, quella vera, degli operai. Solo adunate di propaganda che malamente celano il proposito di servire a scopi politici, per un governo di «sinistra», che nelle intenzioni dei nuovi profeti dell’Italia proletaria e democratica, dovrebbe salvare il paese dalla «catastrofe».
Nella storia delle lotte sindacali, seppure ultraddomesticate, non si era mai verificato un clima di assenteismo come quello che stiamo vivendo in questi mesi. Più è aumentato il «potere» dei sindacati, più si è affermata la «autorità» del PCI, e più le lotte anche minime si sono sgonfiate, la combattività operaia rammollita. È un fatto, di cui a giusta ragione si vantano bonzi e partitacci opportunisti, significativo, dimostrativo del valore che la borghesia deve dare alle pressanti e «oneste» offerte di collaborazione da parte di forze che si qualificano «operaie». È vero, indiscutibilmente vero, che i padroni se vogliono salvaguardare i loro interessi devono patteggiare con questi signori che, quanto a difendere gli interessi operai solo in funzione di quelli «nazionali», danno assolute garanzie.
Ma le leggi economiche sono inesorabili, e determinano gli interessi del capitalismo. Nessuna classe e quindi nessun partito può sfuggire al determinismo economico. Solo che, in assenza di un vero partito di classe e di un vero sindacato di classe, il proletariato è in balia, indifeso e impreparato, di tutti i fenomeni economici e sociali; non è in grado di fronteggiare i colpi né di prendere iniziative atte a ribatterli. Il capitalismo, invece, in assenza di una forza di classe, è in grado di prendere tutte le decisioni che gli consentano di mantenere il potere economico e politico.
La decisione della chiusura dei cambi, a seguito della svalutazione della lira è presa dallo Stato per mezzo del suo organo centrale di emissione, la Banca d’Italia, obbligando il governo dimissionario ad avallarlo giuridicamente. Ma i partiti di «sinistra» e i sindacati «operai» non si sognano di prendere la normale iniziativa di proclamare la mobilitazione generale degli operai per costringere gli organi statali e governativi a scendere al confronto, a svelare il loro piano antiproletario. Anzi, partiti e sindacati, lamentano di non poter far valere i loro intendimenti in «assenza» del governo, e così l’impotenza si aggiunge all’impotenza, e la borghesia ha tutto il tempo per ricostituire il governo che meglio risponderà ai suoi interessi, non sentendosi minacciata da nessuna forza di classe avversa, del proletariato, impigliato nel legalitarismo e formalismo democratico.
Come se non bastasse, i partiti e i sindacati rappresentanti ufficiali degli operai, di fronte alla nuova falcidie dei salari causata dalla svalutazione monetaria, che essi stessi ammettono annullare in anticipo le già esigue richieste di aumenti salariali, ribadiscono di non considerare la parte salariale dei rinnovi contrattuali come preminente, e di mantenere inalterata la loro politica. Lama, in una intervista all’Unità del 25 gennaio, dichiara spudoratamente che i sindacati «hanno come primo punto il problema della occupazione, degli investimenti e come rivendicazione non prioritaria e molto ragionevole nei contenuti, nella sostanza, la parte salariale del contratto», e sebbene riconosca (bella forza!) che «questa parte salariale per effetto della svalutazione che c’è stata dal momento in cui le richieste sono state avanzate ad oggi e del processo inflazionistico è già ridimensionata nel potere di acquisto», in parole povere che le richieste sono state abbondantemente annullate dall’aumento del costo della vita, conclude vergognosamente: «È evidente che già il fatto di lasciare le cose come stanno sul piano rivendicativo, è una prova della responsabilità del sindacato». Cioè, i sindacati e i partitacci nemmeno dinanzi al nuovo crollo del potere di acquisto dei salari, intendono mobilitare i proletari in difesa del salario. E questo lo chiamano «prova di responsabilità»! verso chi? Verso i padroni o verso i lavoratori? Non svela, invece, questa dichiarazione ufficiale un accordo di fatto tra i rappresentanti ufficiali degli operai e quelli dei padroni, per colpire le condizioni economiche immediate dei salariati? La Confindustria non passa giorno che non ribadisca la sua opposizione a qualsiasi aumento dei salari, anche minimo. Ogni giorno, malgrado il gran rumore che viene fatto attorno alle chiusure di aziende di grosso calibro, per coprire lo stillicidio dei licenziamenti nelle piccole e medie imprese, centinaia e migliaia di operai vengono espulsi dalla produzione. È ormai chiaro come il sole che il padronato capitalista ha bisogno di carta bianca per difendere il suo profitto e con esso il suo sistema economico di sfruttamento del lavoro salariato, che perciò deve licenziare e ridurre i salari, se vuol sopravvivere. È falsa, quindi, alla luce dei fatti, la tesi che accettando la riduzione reale dei salari sia possibile difendere il posto di lavoro. Se non si lotta per il salario, di fatto non si lotta nemmeno per l’occupazione. Se non si difendono contemporaneamente tutte le condizioni essenziali degli operai, cioè salario e lavoro, non si difendono gli interessi operai, ma si opera soltanto per consentire al padronato capitalistico, statale e privato, di rabberciare i propri affari sulle spalle dei lavoratori.