Partito Comunista Internazionale

Disoccupazione malgrado la demagogia confederale

Categorie: Capitalist Crisis, CGIL, CPE, Italy, Spain, Unemployment

Questo articolo è stato pubblicato in:

Mentre le bonzerie sindacali a gran voce proclamano la loro «nuova» linea tesa a «priorizzare» la difesa dell’occupazione agli aumenti salariali, la disoccupazione ormai si allarga e si estende a macchia d’olio falcidiando migliaia di posti di lavoro sia nelle piccole che nelle grandi fabbriche. La politica «occupazionale» svela giorno per giorno il suo carattere di completo tradimento degli interessi operai; ché un sindacato non può, se non a patto di perdere la sua stessa essenza, trasformarsi da organo di difesa economica in gestore o compartecipe dell’economia capitalista. Il sindacato tricolore patteggia con la classe padronale la pelle operaia in nome di un preteso bene ed interesse comune, parla di «mobilità» del lavoro, di «riconversione», si presenta cioè come il vero gestore dell’interesse nazionale.

La parola del favorire l’occupazione è dunque il palliativo per confondere e stornare la rabbia proletaria, mentre i salari sono taglieggiati dall’attacco padronale. Si tenta dunque di creare una divisione tra operai alla produzione da una parte, operai in «cassa» e disoccupati dall’altra.

Alla Leyland Innocenti, alla Faema, alla Ducati, all’IMI, alla Pirelli, in un numero sempre più grande di aziende «cassa integrazione» a zero ore e licenziamenti si susseguono a ritmo serrato, mentre è parossistica la corsa al finanziamento statale, alle migliaia di miliardi che lo Stato sta elargendo per rincalzare l’economia privata vacillante, aumentando per altro il ritmo vertiginoso dell’indebitamento.

È dunque tutto uno starnazzare di parlamentari, bonzi e padroni che sentono la situazione sfuggirgli di mano, un affannarsi nella ricerca di impossibili soluzioni, per cercare di isolare le maggiori fabbriche in difficoltà, per impedire il risorgere dell’unità della classe operaia ora che la situazione si va veramente facendo pesante; ecco quindi le corse di Donat Cattin e dei servi tricolori per tappare falle e falline alla Singer, alla Mammut, alla Sacferm etc.

Se dunque la crisi segue inesorabile la linea tracciata da Marx più di cento anni fa, è compito oggi del proletariato riprendere in mano e far propri gli insegnamenti per la lotta contro lo Stato dei padroni che a questa previsione si accompagnavano.

Ma la crisi non è fatto soltanto nazionale, essa stringe la gola a tutto il capitale internazionale. Se i fogliacci borghesi, più o meno di lidi anglosassoni, vedono, peraltro a giusta ragione, nell’Italia uno degli anelli più deboli della catena, disoccupazione ed inflazione sono sintomi di una crisi internazionale che tutti tocca, acuendo dopo tanti anni di preteso «benessere» le contraddizioni del capitale e conseguentemente quelle tra la classe egemone e la classe che vende la propria forza lavoro.

Se ormai in Italia 1 milione e 550 mila disoccupati sono fatto certo senza contare gli operai in «cassa» e la disoccupazione cosiddetta «giovanile», sono indicative le cifre internazionali: in Francia a novembre i disoccupati erano 1.020.100 rispetto ai 753.800 del ’74 (da notare che da tutte queste cifre manca la tara della statistica borghese); in Germania a dicembre 1.223.400, cioè il 5,3% della forza lavoro, il più alto tasso registrato nel paese da circa diciassette anni, mentre i salari reali scendevano all’ottobre 1975 del 1,3%; in Inghilterra a settembre del 1975 ammontavano ad 1.312.132, circa il 5,8% della popolazione attiva, rispetto ai 653.000 della fine del ’74; negli USA al settembre ’75 a 7.522.000, circa l’8,1%; in Giappone sempre nello stesso mese 940 mila (1,8%) dopo aver toccato a marzo la punta di 1.120.000 (2,2%).

A questo si aggiunge la pressione sui proletari emigrati che da una parte vengono rispediti ai luoghi di origine (Germania e Svizzera insegnano), dall’altra sono costretti ad accettare riduzioni salariali che rappresentano veri e propri attacchi alla stessa sussistenza delle famiglie.

La lotta è fatto e necessità materiale del proletariato se non vuole essere schiacciato dalla classe padronale all’attacco, per la difesa dei suoi interessi di classe egemone. È in questo senso che i proletari spagnoli si sono mossi e si stanno muovendo, attuando una serie di scioperi che, interessando in un primo tempo i soli 3.800 dipendenti della metropolitana di Madrid si sono allargati sino a comprendere, sempre nella stessa città circa 35.000 operai di tutti i settori, nonché gli operai di Burgos, Pamplona e Valencia, sconvolgendo il «pacifico trapasso» attuato dal novello reuccio e dimostrando che nessun regime dittatoriale del capitale, nonostante denunce, militarizzazioni e repressioni può frenare la rabbia operaia. Il compito, al contrario, sarebbe forse più facilmente assolto da quella democrazia che il PC spagnolo e i suoi degni compari cercano realizzare facendo leva sulla spinta operaia, seguendo l’esempio degli opportunisti nostrani del ’43.

Soltanto attraverso la lotta di classe il proletariato può sperare di difendere salario ed occupazione, termini forse contrastanti per il sindacalismo tricolore, ma non certo per gli operai, che sperimentano sulla loro pelle cosa significhi l’allontanamento di una parte dei loro compagni dalle fabbriche: aumento dei ritmi di produzione, ricatto continuo sotto la minaccia di seguire la stessa sorte di coloro che sono già «fuori». È quindi, bisogno immediato di tutti i lavoratori lottare contro la politica imperante nei sindacati che nonostante le loro strida dimostrano nella pratica di tradire apertamente gli interessi materiali della classe operaia.

Questa lotta su due fronti: anticapitalista ed antiopportunista, contro i licenziamenti, per aumenti salariali, per il salario pieno ai disoccupati e per il loro inquadramento nei sindacati della categoria di cui facevano parte, è il terreno unico ed essenziale sul quale il proletariato può combattere e vincere ricongiungendosi contemporaneamente con il suo partito comunista rivoluzionario.