La classe operaia è una classe di emigranti Pt.1
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«… L’operaio libero vende se stesso pezzo per pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita ogni giorno, al migliore acquirente, ai possessori delle materie prime, degli strumenti di lavoro, dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né ad un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che la compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita della forza lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè l’intera classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel capitalista, ma alla classe dei capitalisti; ed è affar suo cercarsi il suo uomo, cioè trovarsi, in questa classe dei capitalisti, un compratore». Così Marx ne Il Capitale descrive sinteticamente le condizioni nelle quali l’operaio è costretto a vivere e lavorare, ed in base a queste egli non è libero né di scegliersi un mestiere, né la fabbrica, né il domicilio. Tutte queste condizioni gli vengono imposte dall’esterno, e precisamente dal determinismo economico del modo di produzione capitalistico nel quale domina l’anarchia, l’imprevisto, il caos. Cosicché la massa operaia subisce le vicende dell’«alternarsi delle fasi del ciclo industriale», e si trova sempre divisa in una parte occupata e in un’altra non occupata, cioè in condizione di «sovrappopolazione relativa», di cui una parte «fluida», come la definisce Marx, «migra e in realtà non fa che seguire il capitale emigrante».
Non è questo uno stato eccezionale, ma la norma. Da quando il lavoratore è stato privato («liberato») dei mezzi di produzione, spogliato di ogni proprietà, da quel momento è diventato un «mobile», attratto o respinto alternativamente dai bisogni della produzione capitalistica. Il capitale si sposta da un settore all’altro della produzione, si ritrae da una attività per investirsi in un’altra, secondo la convenienza. Del pari gli operai sono costretti a seguire queste vicende.
Premesse queste scarne osservazioni di carattere generale, possiamo affrontare uno degli aspetti particolari che assume la forza-lavoro allo stato «fluttuante», e cioè l’emigrazione verso l’estero, rilevando che la particolarità di questo aspetto deriva da condizioni di carattere giuridico. Infatti è emigrante anche l’operaio che dal luogo di nascita si trasferisce per lavoro in altro luogo, dal Sud al Nord o viceversa, senza per questo subire un trattamento migliore dell’operaio che varca i confini dello Stato. È noto che gran parte dei proletari meridionali vivono e lavorano nelle grandi metropoli industriali del Nord in stato di sottooccupazione, senza protezione e assistenza assicurative, alla mercé di «ingaggiatori» mafiosi, il più delle volte in condizioni peggiori che all’estero. Le cronache dei quotidiani ogni giorno riferiscono di infortuni e anche di omicidi di operai «ignoti» per l’anagrafe civile e degli Uffici di collocamento.
Da un punto di vista nazionale il capitale si presenta come un’unica gigantesca azienda, per cui l’entrata e l’uscita di mezzi attraverso i sacri confini è oggetto di trattati e convenzioni bilaterali tra i paesi interessati. I dazi doganali proteggono gli interessi del capitale nazionale, per cui una merce potrà essere importata dall’estero gravata di una imposta che la renda non concorrenziale rispetto alla stessa merce prodotta dalle fabbriche nazionali.
In teoria lo stesso criterio dovrebbe essere seguito anche per la particolare merce forza-lavoro. Ma questa merce, per le sue particolari qualità, per essere ben mimetizzabile, è più sfuggente e meno controllabile, fermo restando che l’espatrio clandestino è pur sempre un reato. Gli operai stranieri non godono, anche se avviati al lavoro con tutti i crismi della legalità dell’import-export delle stesse condizioni degli operai indigeni, ed anche là dove la borghesia ha interesse ad equiparare formalmente le condizioni salariali e normative degli immigrati a quelle degli autoctoni, tuttavia tende a differenziarne quelle di carattere sindacale, politico e giuridico. La stragrande maggioranza degli operai emigrati compie lavori di bassa forza, avvilenti e pericolosi; basti pensare ai minatori italiani in Belgio, ai raccoglitori di frutta messicani in California, ecc. L’emigrazione estera, quindi, non presenta tratti salienti rispetto alla emigrazione interna. Economicamente è una esportazione di capitale variabile, che frutta al paese «esportatore» quella famigerata «rimessa» degli emigranti, tanto appetibile per la bilancia commerciale e valutaria dello Stato. Socialmente essa costituisce una valvola di sfogo momentanea della sovrappopolazione relativa, un alleggerimento locale della pressione della disoccupazione, e quindi un relativo e temporaneo allontanamento di rischi sociali per le classi ricche.
Lenin, nell’Imperialismo, riporta il pensiero del milionario inglese Cecil Rhodes, a conferma di quanto andiamo dicendo. «La mia grande idea – dice Rhodes – è quella di risolvere la questione sociale, cioè di salvare i 40 milioni di abitanti del Regno Unito da una micidiale guerra civile. Noi, politici colonialisti, dobbiamo perciò conquistare nuove terre, dove dare sfogo all’eccesso di popolazione e creare nuovi sbocchi alle merci che gli operai inglesi producono nelle fabbriche e nelle miniere. L’impero – io l’ho sempre detto – è una questione di stomaco. Se non si vuole la guerra civile occorre diventare imperialisti».
Alla faccia della chiarezza, preferibile sempre al moralismo piagnone e filisteo. Ma Rhodes nasconde il rovescio della medaglia, e cioè che mentre i disoccupati inglesi vengono spediti a colonizzare l’attuale Rhodesia, i rhodesiani vengono assunti nelle fabbriche inglesi a più vile salario.
UN SECOLO DI POLITICA UNITARIA
Lo Stato italiano offre un modello esemplare a tale riguardo. La squallida e vile borghesia italiana, più squallida e vile dopo l’unità risorgimentale, non ha trovato di meglio che affittare, in politica, il suo Stato al miglior offerente e, in commercio, la merce che in fondo non le costava nulla e che aveva in abbondanza: dal giorno della sua indipendenza politica ad oggi ha affittato esportandoli 26 milioni di proletari!
Dati e notizie che riferiamo sono desunte da una specifica pubblicazione della rivista Il Ponte, sotto il titolo «Emigrazione – Cento anni – 26 milioni». Trascuriamo di commentare i giudizi dei singoli scrittori della rivista, che rinfacciano alla borghesia italiana di aver sperperato un «capitale» così prezioso, senza peraltro comprendere che la borghesia, o meglio il capitalismo, per i suoi affari è capace di questo e di altro. Anticipiamo, intanto, il risultato al quale perveniamo leggendo le numerose notizie ed il testo. Il risultato è questo: sotto qualsiasi governo, della Destra storica, della Sinistra storica, democratica, liberale, fascista o antifascista, l’emigrazione dei proletari italiani non è mai cessata. La riprova la ritroviamo nella emigrazione dei proletari di altri paesi, a regime «socialista»: tedeschi dell’Est che emigrano nella Germania Ovest, polacchi che espatriano per lavoro in Russia e in Germania Est ed Ovest, jugoslavi che emigrano in tutti i paesi dell’Europa occidentale, ecc.