[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.1
Categorie: Antifascism, Democratism, Fascism, Italy, Opportunism, Party Doctrine, PCd'I
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Uno dei temi trattati nelle nostre riunioni di lavoro dell’11-12 ottobre e del 3-4 gennaio, è stato «Fascismo ed Antifascismo»; il rapporto suddetto si è svolto su questa direttiva: analisi della Sinistra del fenomeno fascista e relativa tattica del Partito di classe nei confronti del regime mussoliniano e dei cosiddetti partiti antifascisti, in contrapposizione aperta con le posizioni della centrale centrista che guidò il PCd’I dall’anno 1923.
Prima conclusione con le tesi di Lione della Sinistra a chiusura di un ciclo di lotte e sconfitte proletarie, base altresì per una successiva e non effimera ripresa del movimento di classe; quindi, già introdotta e annunciata dalle cantonate gramsciane, il logico sbocco della Resistenza atto culminante della controrivoluzione staliniana; e per finire ricostruzione del Partito, sulla base della «Piattaforma», fuori dalla Resistenza contro la Resistenza.
Questa prima stesura della complessa trattazione non è certo completa e finita in tutti i suoi particolari, si cerca soltanto di riproporre, come meglio possiamo, i punti essenziali della questione ben sapendo che i singoli episodi e capitoli meriterebbero ben altro approfondimento; il tutto va poi integrato con lo studio e lo svolgimento di una nostra fondamentale tesi: il fascismo, sconfitto in guerra, ha vinto alla scala del mondo come metodo di gestione della macchina statale, impugnabile oggi solo totalitariamente.
Il rapporto cioè che intercorre fra imperialismo e fascismo, fenomeno né italiano né tedesco ma internazionale, se giusta è la nostra proposizione secondo la quale i sommovimenti politici hanno le radici nella struttura economica della società civile e dipendono dal grado di sviluppo delle forze produttive e del commercio.
Secondo la teoria marxista della storia, il materialismo storico e dialettico, la produzione economica e la struttura sociale che necessariamente ne consegue formano, in qualunque epoca storica, la base della storia politica ed intellettuale dell’epoca stessa; i rapporti fra le diverse classi e di queste con lo Stato e la società civile in generale, vengono pertanto spiegati sulla base dello studio dei rapporti e delle forme di produzione e del livello di sviluppo delle forze produttive, e gli avvenimenti politici che sconvolgono il mondo sono pertanto il risultato naturale e necessario di questa base materiale: l’economia.
La storia pertanto non si spiega né si interpreta maneggiando gli ideali astratti di Libertà, Democrazia, Giustizia e Pace e di altre simili aggrinzite categorie. Un esempio di tale metodo idealistico di far la storia sono le mille e mille pubblicazioni sul «Fascismo» che impestano questo periodo storico, pubblicazioni per lo più incapaci anche solo ad abbozzare i caratteri principali ed essenziali del fenomeno che gli sta davanti, ma che assolvono bellamente il loro compito di confondere e stordire ulteriormente il proletariato per legarlo sempre più strettamente al carro del pacifismo sociale e della difesa della democrazia repubblicana. Parafrasando la terminologia militare moderna, si assiste ad una decennale offensiva preventiva della borghesia e dell’opportunismo nelle sue mille forme per impedire che il proletariato, spinto dal peggioramento delle sue condizioni di vita e di lavoro e da una crisi economica crescente, reimpugni le armi della lotta di classe e si ponga sul terreno della Rivoluzione Sociale ritrovata la guida del proprio Partito di classe.
Ecco la causa di questa marea cartacea abilmente orchestrata dall’opportunismo in cui si scontrano in una lotta titanica il Bene (la democrazia) e il Male (il fascismo, la violenza); il proletariato, poveretto, ormai monco di ogni obiettivo di classe proprio ed autonomo recita in questa farsa tragica la parte del comprimario chiamato a seconda dei casi ad una responsabile vigilanza o a versare il sangue per ristabilire o difendere il regime idillico della Democrazia, elevata ormai a bene eterno.
Commentavamo nel ’49 di fronte all’ennesima ondata di pacifismo mirante a strappare ogni pur minimo ricordo nelle menti e nei cuori proletari delle tradizioni classiste delle lotte passate per assoggettarli all’interesse della società borghese: «Nella rigatteria dell’ideologismo borghese i capi traditori hanno condotto la classe operaia mondiale a tutto raccattare, e la hanno traviata dietro tutti questi fantocci consegnandola smarrita e passiva ai voleri del suo nemico di classe.
Le hanno data la parola di combattere per tutte le finalità proprie dei suoi oppressori, la hanno messa a disposizione per la patria per la nazione e per la democrazia per il progresso per la civiltà per tutto fuorché per la rivoluzione socialista. Sono capaci di metterla a disposizione per tumulti per sommosse e per rivoluzioni ma quando siano le rivoluzioni degli altri.
Allorché in Russia vi erano ancora da fare due rivoluzioni e secondo la veduta marxista non era possibile farne una sola, si dovettero combattere due tipi di opportunisti (gli stessi battuti da Marx nel ’48 europeo): quelli che volevano innestare un economismo socialistoide al regime zarista e quelli che volevano servirsi degli operai per una rivoluzione borghese, sostenendo che occorreva lasciare poi lungamente vivere il regime capitalistico per una ulteriore evoluzione. Lenin scolpì la posizione rivoluzionaria in una frase semplicissima: la rivoluzione deve servire al proletariato, non il proletariato alla rivoluzione. Cioè: noi non siamo qui per porre il movimento operaio che fa capo al nostro partito al servizio di richieste di rivendicazioni o anche di rivoluzioni di altre classi ma vogliamo mandarlo alla lotta per gli obiettivi autonomi ed originali della nostra classe e di essa sola.
L’attuale movimento dei partiti detti comunisti non inquadra i lavoratori che per mandarli dietro tutti i fantocci della rigatteria borghese, per bruciarne le energie al servizio di tutti gli scopi non operai e non classisti…».
Il Partito di fronte a questa ondata democratoide che dal II dopoguerra tutto ha sommerso distruggendo uno dopo l’altro tutti i capisaldi programmatici della teoria marxista, quali, rivoluzione violenta e dittatura di classe, esercitata dal nostro unico partito, fin dal suo ricostruirsi come organizzazione formale seppur minima in Italia come all’estero ha dedicato e dedica molte delle sue forze a svelare agli occhi del proletariato la falsa antitesi democrazia-fascismo, per noi «fenomeno storico mondiale, espressione della politica della classe dominante nella fase in cui la sua economia assume i caratteri monopolistici ed imperialistici».
Le nostre posizioni attuali in materia sono ancora una volta le stesse di 50 anni fa quando nel fragore della battaglia una volta per tutte definimmo cos’è il fascismo e quale deve essere l’atteggiamento del partito rivoluzionario; a noi pertanto altro non resta che impugnare, senza cambiare una virgola, gli scritti di allora e mostrarne «l’attualità».
Certo è che il retaggio del Partito non si limita a scritti ed articoli nemmeno del più illustre e dotato dei compagni ma è fatto di scontri fisici di classi contro classi e Stati, di masse che si battono per i loro bisogni materiali contro gli ordinamenti sociali esistenti. È infatti dallo studio delle lotte passate che il Partito trae la sua guida per il presente ed il futuro non certo scimmiottando il più bravo di turno.
Tre sono le tesi che vogliamo dimostrare: 1) L’Italia, paese che per primo conobbe il fenomeno fascista, era ed a maggior ragione è un paese compiutamente sviluppato dal punto di vista dei rapporti di produzione borghesi; 2) Nonostante reclutasse i suoi effettivi tra la piccola borghesia e le mezze classi in rovina, il fascismo altro non è che il movimento unitario della borghesia, così come il comunista lo è per il proletariato; 3) Il fascismo quindi fu il seguito dialettico della cosiddetta politica democratica del vecchio stato liberale; considerando anche il ruolo svolto dalla socialdemocrazia che con le sue posizioni, i suoi tentennamenti e patteggiamenti favorì oggettivamente la sconfitta proletaria e la salita al potere delle bande nere, il Partito mantiene e rafforza il suo carattere di opposizione davanti allo Stato e agli altri partiti.
Terminiamo questa prima parte del lavoro con le tesi di Lione con le quali la Sinistra forniva, alle vecchie come alle future generazioni rivoluzionarie di militanti del Partito, il bilancio di un periodo di lotte che non ebbe uguali e prescindendo dal quale non ci sarà mai un ritorno alla scena internazionale del proletariato combattente da classe autonoma per i suoi compiti storici.
La Sinistra fu l’unica a poterlo fare, non lo poterono né l’Opposizione Russa né Trotzki ambedue corresponsabili di tutti gli sbandamenti tattici che in quegli anni ebbe l’Internazionale.
Il fenomeno fascista infatti non è che una delle componenti (una, una soltanto) di quel bilancio organico e globale tirato dal marxismo nel 1926, bilancio che comprende le cruente sconfitte della rivoluzione in Europa (Germania), l’inizio della degenerazione dell’I.C. (governo operaio e governo operaio e contadino), la funzione della socialdemocrazia (ala destra del proletariato o sinistra della borghesia?), il fronte politico, ecc. e infine fascismo. Il quale pertanto non si poteva né capire né combattere conseguentemente senza far riferimento a quel quadro di insieme a cui abbiamo accennato.
Non esistevano nemmeno in questa questione accomodamenti a metà strada, come del resto così è anche oggi; non si può ad esempio accettare la nostra posizione sulla base economica e sugli strati sociali sui quali si basa il fascismo e non accettare invece le nostre implicazioni tattiche che indicano una lotta simultanea contro democrazia e bande nere. Le nostre posizioni da accettare o respingere in blocco abbisognano di poche parole per essere spiegate: fascismo e democrazia rappresentano due forme dello stesso regime di classe, il capitalistico; esiste un solo partito e una sola classe che possono chiamarsi antifascisti perché anticapitalistici, il proletario e il suo partito politico, il comunista, la cui azione, metodo programma deve disperdere e surrogare l’eventuale scodinzolamento antifascista di altri strati sociali e partiti.
Questo nostro atteggiamento di netta chiusura per qualsiasi blocco e fronte anti-bande nere con altri partiti, questo nostro mettere alla pari democrazia e fascismo per sbrillarli entrambi con un colpo solo è stato etichettato nel tempo indifferentismo e settarismo; sia chiaro che al Partito non è indifferente niente di tutto quello che succede in questo mondo, come anche nerbo del Partito è lo studio dialettico dei fatti e il saperne trarre gli insegnamenti.
Difesa della democrazia! ecco il grido caro agli opportunisti vecchi e nuovi e che ha costituito la bandiera sotto la quale il proletariato è incorso in questa tornata di secolo nelle più cocenti sconfitte, dall’Union sacrée dell’agosto 1914, ai fronti popolari in Francia e in Spagna, al macello della II guerra mondiale. La Sinistra ammaestrata da una decennale lotta contro il bloccardismo ed una politica «democratica di sinistra» che celava sotto l’orpello pacifista un nodoso bastone pronto all’uso per i periodi di convulsione sociale, accettò fieramente la sfida della dittatura nera opponendovi le stesse consegne usate fino ad allora: Dittatura del proletariato da conquistare e maneggiare dal nostro unico Partito contro tutte le altre forze e dissensi.
I RAPPORTI DELLE FORZE SOCIALI E POLITICHE IN ITALIA
Così si intitolava un lungo saggio della Sinistra apparso nel settembre ottobre 1922 su Rassegna Comunista, rivista teorica del PCd’I; fu la nostra risposta all’ordinovismo che tendeva a sottolineare il carattere incompleto della rivoluzione democratico-borghese in Italia e a ricercare pertanto nel sopravvivere dei fantomatici ceti retrivi la causa del fascismo frainteso come un movimento di riscossa delle classi agrarie contro la borghesia industriale; beninteso questa visione non era limitata all’Italia ma all’Europa intera. Tali cantonate erano sufficienti a costruire tutta una prassi e una politica di alleanze fra capitalisti industriali e rappresentanti traditori del proletariato come la Resistenza ha ben mostrato.
La Sinistra fin dall’apparire del fenomeno fascista affermò con tutta forza il carattere pienamente capitalistico e borghese dell’epoca liberale italiana e la continuità dialettica esistente fra democrazia e fascismo, dittatura aperta del capitale, stadio naturale e necessario della politica dello Stato borghese nell’imperialismo, quando cioè il vecchio Stato liberale non riuscendo più ad affrontare efficacemente la pressione del proletariato è costretto ad incardinarsi sempre più in mostruose e poliziesche unità statali, espressione spietata della concentrazione avvenuta in campo economico.
Il proletariato pertanto non ha davanti a sé nessun nuovo «risorgimento» da compiere, nessuna funzione ‘nazionale’ da assolvere: bene o male la rivoluzione democratico-borghese è stata messa agli archivi e solo i compiti internazionali della rivoluzione socialista stavano e stanno di fronte al proletariato italiano ed occidentale.
«I rapporti delle forze sociali…», a questo assolveva.
L’articolo iniziava rivendicando la dottrina marxista dello Stato e stigmatizzava la mania che vuole i rappresentanti operai accusare l’avversario, in questo caso il governo di Roma, di non essere conseguente ai suoi postulati teorici. Le eccezioni come le imperfezioni devono da noi marxisti esser tutte riconducibili e spiegabili al caso generale e teorico. Diciamo, nella «Storia della Sinistra Comunista 1912-1919»: «per una buona agitazione rivoluzionaria bisogna combattere l’avversario dandogli polemicamente carte in regola».
«Se ci poniamo il problema: lo Stato italiano odierno è esso uno Stato tipicamente borghese, o è uno Stato arretrato rispetto al tipo degli Stati moderni capitalistici? siamo naturalmente indotti a cercare la risposta nello studio del gioco delle forze delle classi sociali e dei partiti, in quello delle forme costituzionali dello Stato, e a seguire gli sviluppi storici di tutti questi fattori.
Prima di tentare di allineare gli elementi di una risposta vogliamo chiarire una questione di metodo che ci pare pregiudiziale per una tale ricerca. Questo chiarimento ci è suggerito dalla evidente considerazione che, se noi cercassimo nel mondo lo Stato liberale borghese tipo, da porre come modello per il nostro studio, verremmo a constatare immediatamente che per taluno dei caratteri che ci facevano ritenere altri Stati come tipicamente moderni, questi stessi si sono evoluti in tal senso, da assumere con gli ultimi eventi storici una fisionomia superficialmente giudicabile come pre-borghese…».
«La pregiudiziale che noi vogliamo porre è semplicemente questa: dobbiamo cercare per definire lo Stato borghese moderno quei caratteri che attribuisce a tale tipo storico la nostra dottrina marxista…».
«…intendiamo stabilire che per il problema che ci siamo posti e per la sua soluzione dobbiamo fare una critica dello Stato italiano che ne confronti i caratteri con quelli che la nostra dottrina attribuisce allo Stato della borghesia, e non pretendere di constatare in esso la realizzazione pratica dei postulati teorici del liberalismo ufficiale, pretesa che possiamo accampare in materia polemica con l’avversario e per sottrarre i suoi seguaci alla sua influenza ingannevole, ma che sappiamo che deve finire in una negativa.
La constatazione a cui certamente giungeremo, che l’attitudine dello Stato italiano si trova in contraddizione con i compiti che la teoria liberale borghese assegnava allo Stato, potrà inquadrarsi nell’insieme della nostra critica che appunto demolisce il metodo liberale smascherandolo come una simulazione della vera natura dello Stato borghese…».
Si prosegue mettendo in evidenza come lo sviluppo capitalistico italiano fosse, pure nel meridione, sì embrionale ma che: 1) in Italia tutta si ebbe un antichissimo capitalismo commerciale e in certa misura manifatturiero; 2) il latifondo meridionale non significa affatto che in quelle zone esista feudalesimo già minato e battuto fin dai tempi di Marat.
Questi due punti completamente arrovesciati vennero ampiamente usati dall’ordinovismo per confezionare le tesi sui «baroni agrari» e sul fascismo come movimento delle classi agrarie contro la borghesia industriale. Gli agrari!?
Per il marxismo, e nella realtà, non esiste questa categoria; esistono invece i proprietari-imprenditori di moderne aziende agricole capitalistiche, pienamente inquadrabili a pieno diritto nella borghesia, i latifondisti-assenteisti, come scioccamente si dice oggi – cioè quei proprietari di terreni che invece di condurli personalmente taglieggiano affittuari e mezzadri. Pure loro non hanno niente dei baroni feudali e rientrano completamente nella struttura sociale borghese alla quale sono legati a doppio filo sia tramite i loro interessi speculativi e bancari, quando ci sono, sia come detentori di proprietà fondiaria affittabile tassabile ed ipotecabile.
Destino storico dei latifondisti-assenteisti? completo assoggettamento o simbiosi col capitale finanziario e bancario o sparire diventando imprenditori oltre che proprietari.
Nemmeno le famose zone depresse hanno a che vedere con ritardi storici dell’eliminazione della proprietà feudale, sono anzi un aspetto, fra i peggiori, del divenire capitalistico; ecco perché l’abbiamo sempre detto rancido problema del sud. La questione meridionale in sé non esiste, esiste il problema del capitalismo e del suo regime che nel suo espandersi sulla faccia del globo, distruggendo antichi e vecchi sistemi di produzione e rovinando le economie locali, riduce zone intere un tempo floride a brulli deserti non più capaci di assicurare la vita alle popolazioni autoctone. Zone ricche e zone depresse; in ambedue le stesse classi schiacciate: proletariato e contadini poveri. Soluzione comunista: rivoluzione e dittatura proletaria sia qua che là.
«La genesi storica dello Stato italiano ci sembra adempiere tutti i caratteri che accompagnano il sorgere del regime democratico moderno. In generale, allorquando questo sorge, segnando la vittoria della borghesia industriale e commerciale e dei ceti che si stringono attorno ad essa contro il potere delle aristocrazie feudali clericali e assolutiste, l’ambiente economico non è che embrionalmente capitalistico…».
«D’altra parte se per un insieme di ragioni che non è qui il caso di ripetere lo sviluppo capitalistico in Italia non ha potuto seguire il ritmo accelerato che ha avuto altrove nel secolo XIX, questo non deve neppure farci dimenticare che un capitalismo commerciale era in Italia molto più antico, ed anche in una notevole misura esisteva nel periodo in questione il capitalismo manifatturiero…».
«…Il programma politico e ideologico del Risorgimento italiano combacia anche perfettamente col contenuto della rivoluzione liberale democratica, trovando se vogliamo in Italia anche migliori tradizioni dottrinali che altrove. Ad esso corrispondono il movimento nazionale e per la indipendenza dallo straniero, la lotta, tipica, contro il clero e le dottrine religiose, quella contro i privilegi e gli atteggiamenti della nobiltà. Siamo in presenza di tutte le rivendicazioni integrali del liberalismo: costituzioni parlamentari, libertà di culto, di stampa di associazione, e via dicendo. Dal 1859 in poi i governi che sono alla testa dello Stato italiano, viaggiante da Torino a Firenze e Roma, sono tenuti da partiti che stanno nel campo della dottrina liberale: si formano la destra e la sinistra parlamentare, ma i problemi che le dividono sono di importanza non fondamentale, e forse la ortodossia liberale è nella destra ancora maggiore. I partiti del vecchio regime: assolutisti, temporalisti, borbonici, austriacanti, reazionari in genere rispetto alla rivoluzione borghese spariscono senza essersi riconciliati con le nuove istituzioni, e la borghesia realizza una vera e propria dittatura rivoluzionaria; il che non fa che corrispondere benissimo alla non perfetta sua differenziazione sociale, ed è anzi una necessità che da questo scaturisce.
Sarebbe assolutamente erroneo costituirsi questo schema: lo Stato unitario italiano si poggia su due forze sociali nettamente distinte anche nella politica di governo, se pure alleate: la borghesia del Nord e la classe dirigente feudale agraria del Sud. I rapporti che sono andati creandosi nell’apparato di governo in Italia fra Nord e Sud sono da giudicare meno superficialmente. Cominciamo ad osservare che molte forze della destra classica venivano dalla borghesia industriale e commerciale piemontese e lombarda, e molte della sinistra dai collegi parlamentari del Sud. In realtà nel Sud d’Italia non esisteva un grande e potente feudalismo capace di opporre una forte resistenza alla rivoluzione borghese. La classe dirigente meridionale in cui la proprietà media prevaleva si conciliò facilmente con le forme del regime parlamentare democratico in cui subito inserì le forme embrionali della sua scialba attività sociale e politica, riducentesi ai contrasti di partiti e gruppi puramente locali. Come oggi non ha una lotta aperta di classe tra borghesia e proletariato, così il Mezzogiorno non ebbe una aperta lotta tra feudalesimo e borghesia, e dette al nuovo Stato una eredità di coefficienti reazionari ma una materia plastica adattissima ad essere utilizzata dall’apparato di governo parlamentare che largamente si propizia influenze col volgare favoritismo amministrativo…».
«…D’altra parte il liberalismo che è sostenuto in Italia dalla destra liberale, anche quando questa ha rappresentato e rappresenta la classe dirigente del Nord, non è certo una tesi precapitalistica, seppure corrisponde ad uno stadio di sviluppo capitalistico superato negli ultimi decenni nei paesi più progrediti, e in nessun caso può essere considerata come una prova della partecipazione di classi preborghesi alla costituzione dello Stato italiano.
Ci pare di poter concludere che i rapporti di forze economiche che si verificano nel periodo della formazione dell’attuale regime statale autorizzano a definire questo come un regime compiutamente borghese, liberale, democratico…».
Lo Stato italiano ha pertanto le carte in regola per essere quella macchina d’oppressione a difesa degli interessi borghesi contro la spinta proletaria descritta dal marxismo. Macchina che in dati svolti della storia può essere impugnata in maniera brutale, spargendo in abbondanza sangue e morti nelle file del proletariato, come in maniera indolore quando la prosperità del commercio e dell’industria e la relativa «onnipotenza della ricchezza» crea un involucro resistentissimo e saldissimo a difesa del regime del capitale.
Stato e governo, vecchia diatriba del marxismo con gli opportunisti di tutti i tempi che ritorna in auge tutte le volte che gli antagonismi sociali sempre esistenti rompono gli argini del pacifismo e del legalismo e la parola è alle armi. Fatale errore sarebbe allora per il movimento proletario e comunista lottare contro la reazione inevitabile dello Stato borghese sotto la bandiera del ristabilimento della legalità e dei rapporti politici e sociali normali che altro non è che il ristabilimento del pacifico regime di sfruttamento e di privilegio del capitale. Attacchiamo, in un articolo del ’21, «Contro la reazione», davanti all’offensiva fascista ben coadiuvata e spalleggiata dalle forze legali dello Stato: «I comunisti non dicono alla borghesia: bada che se non rientri nella tua legalità faremo la rivoluzione per… conseguirla!… Il Partito Comunista lotta contro la reazione perché lotta contro il potere borghese, anche quando questo non ecceda dalle sue funzioni legali…».
La posizione opportunista è invece quella che vorrebbe deviare la marea rivoluzionaria verso la lotta per una diversa conduzione, un po’ più a sinistra, dello stesso Stato di classe, spacciando questa manovra disfattista come un lento ma sicuro avvicinarsi alla meta, il socialismo. E noi lì a ripetere con Marx da più di cento anni che lo Stato borghese è un apparato che va spezzato e distrutto prima di sostituirlo col nostro!
«…Quanto alla struttura costituzionale dello Stato italiano, teoricamente e giuridicamente essa corrisponde alla natura storica dello Stato liberale. Certo ne potrebbero essere fatte delle critiche se invece di guardare alla realtà dei rapporti che si verificano nell’apparato statale noi ci inducessimo all’errore di valutazione di prendere a modello gli schemi di certe dottrine di diritto costituzionale di scuole liberali che si affannano di sopravvivere alla bancarotta storica del metodo che rappresentano, o se ci fermassimo alla esteriorità di certi rapporti con altre costituzioni statali…».
«Nella costituzione statale dello Stato italiano vi è tutto quello che occorre per riconoscere un meccanismo liberale, gettandosi in pieno nel flusso della prassi parlamentare di governo nella seconda metà del secolo scorso per evolvere nei primi anni dell’attuale in un deciso senso democratico, e fare dinanzi all’ingrandire del movimento operaio una decisa politica di sinistra, fino alla vigilia della guerra mondiale.
Vogliamo prendere ad esaminare la politica interna, o meglio di «polizia» dello Stato? Troveremo indubbiamente delle manifestazioni brutalmente reazionarie e repressive verso i moti popolari e sovversivi: ma questo non fa che corrispondere mirabilmente alla politica interna di tutti gli Stati borghesi contemporanei. Il vero errore sarebbe quello di ravvisare una politica «di destra» nel senso borghese nella adozione di brutali misure di polizia, perché confondendo questi due, noi ci poniamo senza avvedercene sulla piattaforma della teoria avversaria secondo la quale il regime democratico è una effettiva garanzia dei diritti dei cittadini tutti e delle loro libertà. Noi invece, dopo aver ravvisato lo Stato compiutamente democratico nelle sue forme istituzionali e nelle sue basi sociali, stabilimmo come elemento critico fondamentale che esso non è altro che un perfetto strumento di classe del padronato per la difesa con tutti i mezzi degli interessi di questo e non ci stupiamo affatto se le sue armi sono portate contro la popolazione proletaria e semi-proletaria quando dà segni di malcontento.
Alla fine del secolo scorso noi abbiamo in tutta la penisola un’ondata di moti popolari culminanti nei fatti del ’98. Non è una vera azione di classe, ma una tappa notevole nel formarsi di un movimento rivoluzionario del proletariato italiano. Nell’atteggiamento da prendersi la borghesia si divide, la destra piglia il sopravvento, un governo presieduto da un generale assume poteri eccezionali e scatena una reazione poliziesca e giudiziaria feroce. Ma più che del prevalere di uno strato della classe dominante su di un altro si tratta di un conflitto di metodi, di un esperimento di sistemi di difesa del regime. Non sono gli uomini tradizionali del liberalismo classico italiano che avrebbero fatto un tale esperimento «austriaco» o «borbonico». Il governo che è responsabile cade nelle elezioni successive sotto i colpi della stessa sinistra borghese, e si inizia un periodo di governi democratici di sinistra. Del nuovo metodo un uomo è l’esponente: Giolitti. E del vecchio metodo, d’altra parte, era stato esponente un uomo della stessa parte: la sinistra, ossia Crispi. E due uomini sono rappresentanti della stessa politica estera: triplicista. Dunque non siamo di fronte ad un dualismo che prenda le basi dello Stato italiano nella piattaforma sociale su cui si formano, bensì ad una ricerca di metodi difensivi da parte della borghesia dinanzi al sorgere del movimento proletario sindacale e socialista, che sconvolge i criteri mentali del liberalismo classico.
Stato della classe borghese, il regime italiano agisce storicamente come il difensore degli interessi borghesi. In altri paesi questi sono più precisi e potenti, ma in Italia le speciali condizioni hanno a parer nostro fornito un esperimento più completo delle funzioni di classe dello Stato della borghesia, fino agli ultimi eventi del dopoguerra, che a nostro modesto avviso, e come ora vedremo, non sono un ritorno al passato, ma un esempio in anticipo delle forme che prenderà la lotta politica nelle più inoltrate fasi della evoluzione del mondo capitalista…».