Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.9
Categorie: German Revolution, Party Doctrine
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Abbiamo riportato la vicenda del «Comitato di Berlino», come esempio del modo con cui in Germania si impostò e si sviluppò la tattica del partito, per evidenziare, in primo luogo, che sono le condizioni economiche e sociali con la lotta di classe che ne consegue le basi su cui va costruita la tattica e da cui scaturiscono le rivendicazioni politiche, l’attacco cioè vero e proprio al potere statale della borghesia; in secondo luogo, che i mezzi tattici per l’azione non possono essere scelti arbitrariamente per la influenza diretta che hanno sull’esito della lotta e sullo stesso partito; ed in terzo luogo, che nello schieramento moderno delle forze di classe la socialdemocrazia ed in genere i partiti opportunisti, cosiddetti operai, giocano un ruolo determinante nella lotta per il potere politico e costituiscono le truppe di manovra delle classi possidenti contro l’azione proletaria. Nella guerra civile con maggiore evidenza che nella guerra tra gli Stati si coglie il nesso strettissimo tra azione politica e mezzi tattici, e viene in primo piano l’esigenza primaria che il partito comunista possegga l’esclusività di questi mezzi tattici nello stesso tempo in cui appaiono alla classe proletaria gli unici atti a realizzare la vittoria. Poiché i partiti opportunisti non rifuggono mai dal presentarsi come i rappresentanti e gli interpreti degli interessi della classe operaia, tenendo in mano le fila delle organizzazioni operaie per mezzo di scherani stipendiati, parlando sempre di voler «superare» il sistema capitalistico e di aspirare ad una società «nuova» e «più giusta», è imprescindibile che la tattica del partito comunista si svolga sullo stesso terreno economico e sociale, partendo cioè dai reali interessi economici immediati del proletariato.
Lo schema-Germania fornisce al proletariato mondiale l’esperienza positiva di una impostazione tattica erronea. Se il campo di battaglia nella guerra tra le classi fosse nettamente diviso tra due eserciti contrapposti e ben distinguibili, il compito tattico dell’azione rivoluzionaria sarebbe di gran lunga semplificato e si potrebbe assimilare ad uno specifico piano militare. Ma ancor oggi questa distinta separazione non è resa possibile, e tra borghesia e proletariato si stende un diaframma viscido, rappresentato dai falsi partiti e sindacati proletari, per attutire l’urto di classe e nascondere al proletariato la reale e intima natura del capitalismo.
È falsa la natura operaia e pacifica, non violenta e socialista di queste forze traditrici. L’esperienza tedesca ci dà l’esempio sinora più completo di che cosa sia capace l’opportunismo militante di questi partiti e delle burocrazie sindacali. In Germania si assiste all’uso della più sfrenata e bestiale violenza antioperaia e anticomunista da parte di questi organismi e del governo «socialista» e repubblicano. È un fatto nuovo nella storia che segna e caratterizza l’epoca delle guerre imperialiste e della rivoluzione proletaria. Il sostegno completo di queste forze «operaie» allo Stato capitalista è un «modello» che la controrivoluzione ha adottato successivamente in tutti i paesi, anche in quelli in cui non è all’ordine del giorno la pura rivoluzione comunista. Non a caso la Sinistra Comunista non esiterà a stigmatizzare la «confluenza» dell’opportunismo e del fascismo in un unico fronte reazionario come avremo modo di esaminare più avanti nella parte che tratterà dell’Italia.
L’errata tattica dell’IC non ha segnato soltanto un passo indietro della rivoluzione, ma, per lo scatenarsi di reazioni traditrici che hanno distrutto il partito di classe, ha contribuito a rigettare il proletariato su posizioni arretrate. Il proletariato è stato letteralmente travolto, perché la conseguenza più deleteria della tattica del suo partito rivoluzionario non è stata tanto quella di non aver battuto il nemico, quanto quella di aver aperto alle forze opportuniste, alla degenerazione, infine, al tradimento.
Con questo non vogliamo attribuire alla tattica giusta sicura capacità di vittoria. Il successo della rivoluzione può mancare anche applicando una tattica giusta, se non vi soccorre il favorevole rapporto di forze. La sconfitta per l’errata valutazione del nemico potrà farci perdere una battaglia, ma non il partito, dirigente le future e immancabili battaglie. Dal 1921 abbiamo perduto battaglia e partito. È certo che, pur senza farne un principio, un errore d’impostazione tattica porta il partito all’autodistruzione, mentre un errore nella esecuzione può farci indietreggiare o anche sconfiggere, ma difficilmente potrà distruggere il partito.
Abbiamo accennato anche ad un altro elemento distintivo del comportamento pratico del partito, e cioè il possesso esclusivo dei mezzi tattici.
La esclusività dei mezzi tattici significa innanzitutto che la tattica non viene condivisa con alcun altro partito o gruppo politico, che esclude, cioè, alleanze politiche e l’adesione a piani tattici di altri partiti; significa, poi, che il partito comunista propone la sua tattica al proletariato al solo scopo di portare alla vittoria la classe operaia e non per sostenere combinazioni politiche o governative con altre forze, nella falsa considerazione che possono essere gradini intermedi, più vicini alla condizione ottimale dell’unica direzione comunista per l’azione di classe.
L’originalità della tattica comunista consiste nel rivolgersi alla classe e non ai partiti in cui la classe è inquadrata, per ottenere la condizione tattica che, con la rottura della disciplina di partito degli operai non comunisti, il proletariato aderisca alla tattica del partito comunista. I partiti «operai» sono costretti in tal modo a sottoporsi ad un estenuante logoramento nell’intento di giustificare costantemente la loro azione rispetto a quella comunista presso i loro stessi militanti operai. Il partito obbliga tutti i raggruppamenti politici ad uscire dal vago delle opinioni e a misurarsi su quello pratico dell’azione in favore della classe operaia.
Il pericolo maggiore che si corre è sempre quello delle adesioni, delle «solidarietà» condizionate di certi gruppi politici sedicenti «rivoluzionari», i quali, ancor prima di far abbandonare il campo della lotta ai loro aderenti proletari – e ciò avviene di norma nei momenti decisivi dell’azione di classe – frappongono mille ostacoli ideologici e di natura capziosa, ostacolando così il successo dell’azione proletaria diretta dal partito. Nei confronti di chi respinge per principio l’unificazione delle lotte e delle rivendicazioni operaie, con la scusa che non intende fare il gioco dei comunisti, il rischio è invece minore, poiché il pericolo è interamente conosciuto e non resta che studiarne in anticipo i necessari antidoti. Questo atteggiamento, però, costituisce un ostacolo aspro quando il proletariato è in balia della pressione crescente del nemico e della dittatura dei falsi partiti operai, quando cioè il partito comunista è ai margini del movimento di classe e non può esercitare una influenza apprezzabile. In tal caso questi gruppi impediscono che si coaguli un minimo di organizzazione di forze operaie per uno schieramento di classe.
Il problema non è marginale perché la sua soluzione risiede nell’impostazione tattica del partito, la quale risulterebbe erronea se concepisse l’esistenza di forze politiche rivoluzionarie al di fuori del partito comunista, e quindi suscettibili di essere trasportate sul terreno della tattica rivoluzionaria. Il partito non può né deve contare su queste forze politiche, né, di conseguenza, può farle partecipi della sua tattica. Il partito, invece, deve influenzare gli operai inquadrati in questi raggruppamenti «rivoluzionari», invitandoli ad abbandonarli al loro destino antiproletario e antirivoluzionario.
Cosicché il partito comunista, come possiede una teoria, un programma ed una organizzazione unici ed esclusivi, così si dà una tattica unica ed esclusiva; come non partecipa ad altri gruppi politici teoria, programma e organizzazione, così non li rende partecipi della sua tattica. Il partito comunista, così, costringe tutti gli altri partiti a portarsi allo scoperto, ad uscire dal loro falso socialismo di comodo, a svelare la loro intima natura non proletaria.
Il proletariato, per vedersi rappresentato nei suoi interessi contingenti e storici dal partito comunista, deve poterlo individuare nettamente; perciò il partito deve separarsi sotto tutti gli aspetti della sua azione dagli altri partiti, contrapporsi ad essi, e la classe operaia vedrà finalmente se stessa distinta dalle altre classi, dal popolo, i suoi interessi in antagonismo con gli interessi delle altre classi. Sinché non si verificherà questa distinzione e separazione di classe, non vi sarà lotta rivoluzionaria di classe. La premessa è che il partito comunista anticipi questi caratteri sin dal suo sorgere, in ogni circostanza, senza eccezioni.
Ribadire questi chiodi a distanza di oltre mezzo secolo, non è dottrinarismo, perché stiamo ancora rivivendo oggi una nuova edizione della vecchia ubriacatura socialdemocratica, propinata alle masse proletarie sotto la maschera di «comunismo» dei falsi partiti operai. Oggi come allora i partiti opportunisti, mentre intessono l’ingannevole trama delle riforme, del «socialismo» nella democrazia e nella libertà, altrimenti detto «pluralismo», della difesa della economia e dei «valori» civili, non esiteranno a rendersi partecipi dello scatenamento della violenza e della repressione statale e parastatale, quando il proletariato, abbandonata ogni illusione legalitaria e pacifista, si ribellerà all’ordine costituito.