Partito Comunista Internazionale

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale Pt. 3

Categorie: Agrarian Question, Capitalist Crisis, Imperialism, Labor productivity, USA

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AGRICOLTURA USA

Come la Russia gli Stati Uniti sono paesi molto meno densamente abitati del vecchio continente. Mentre nei paesi di capitalismo classico l’aumentata popolazione determinò e consentì l’affermarsi del nuovo modo di produzione, nel periodo storicamente decadente del capitalismo, nazioni impiantate su territori di grande estensione e con popolazioni meno affollate tendono a rimpiazzare i vecchi nel dominio imperialistico sul mondo. La causa di questo, oltre che in fattori di accentramento militare ed economico è riconducibile al fallimento del capitalismo a soddisfare i bisogni alimentari della specie costituendo per i paesi più popolosi gravoso, sia economicamente, sia socialmente, il vettovagliare la popolazione e mantenere una produzione agricola arretrata e nel contempo buoni rapporti col contadiname e con i proprietari fondiari.

Ciò che oggi permette l’esistenza della bastarda ed inefficiente struttura colcosiana in Russia è la sua bassissima densità abitativa. Lo stesso determina il relativo immobilismo sociale dell’agricoltura statunitense.

Nel nostro lavoro di partito spiegammo come la particolare struttura produttiva agricola in tali paesi abbia causato un ritardo nell’affermarsi anche del nostro movimento comunista che, rispetto all’Europa, in America non arrivò mai a diffondersi fra la classe con efficacia paragonabile, mentre in Russia, dopo l’innesto proletario di Ottobre su una rivoluzione borghese tardiva, ripiombava successivamente e fino ad oggi nella sottomissione alla politica nazionalistica di un capitalismo a base contadina-cooperativa.

Questi non sono motivi secondari fra quelli che ci fecero attendere la prossima ripresa rivoluzionaria nel cuore del vecchio continente.

L’UTILIZZO DEL SUOLO

La superficie della Repubblica Nordamericana è di 936 milioni d’ettari. L’Unione Sovietica è due volte e mezza tanto; l’Europa con esclusione della Russia poco più della metà. Diversissime le densità abitative: nel 1970, mediamente 22 abitanti per chilometro quadro in America; la Russia è alla metà con 11, mentre 94 europei si stringono su un uguale quadrato.

La prima tabella qui riportata inizia infatti con il numero medio di abitanti per ogni cento ettari di terra a cultura: si osserva, confrontando i dati con quelli della colonna adiacente indicanti la percentuale di terra coltivata sul totale della superficie nazionale escluse le acque interne, che il dissodamento di terre vergini ha progredito soltanto fino, nella tabella, al 1929 e da allora è di un leggero declino. L’aumento della popolazione dovuto all’imponente flusso migratorio corrispose, fino alla fine del diciannovesimo secolo ad un veloce estendersi della superficie colonizzate dai pionieri nelle grandi pianure tanto che la densità umana, quindi la produzione unitaria, quindi le vecchie tecniche agricole restarono, si presume, costanti; successivamente, medesima la terra lavorata, crescono popolazione, bocche da sfamare e produzioni per unità di superficie. Ma la densità e terra sono ancora basse, solo un quinto del territorio nazionale è utilizzato per la produzione. Pur essendo di impossibile impostare qui un preciso confronto numerico osserviamo come, tranne che nel vecchio continente ed in alcuni super affollati paesi d’Asia, come India e Cina, dato che gran parte delle pianure del globo, l’Africa, le Americhe, Russia e Continente Australe, sono niente affatto o non pienamente utilizzate, il sostentamento alimentare umano non si presenterebbe come fattore limitante l’insediamento – con i moderni mezzi di comunicazione e trasporto – se il capitale non si impossessasse anche della produzione agricola in tutti i paesi non appena lasciano l’aratro a chiodo e si affacciano alla tecnica moderna.

Negli ultimi settanta anni in USA l’incremento produttivo agricolo è stato dovuto ad investimenti addizionali di mezzi di produzione, in forma di capitale, sulla stessa terra; il capitalismo non può farlo perché ciò provocherebbe sconquassi nel suo macchinoso equilibrio dei prezzi e profitti agrari, ma che ne sarebbe del problema, signori futurologi, della «esplosione demografica» se uguali intensità di conoscenze agronomiche e di tecnologie si riversasse sulle terre incolte, magari selezionando specie adatte ai diversi terreni e climi?

Nel complesso, negli Stati Uniti, la terra sterile più quella boschiva diminuisce, ma solo del 17% dal 1900 ed a favore dei pascoli, non dei campi.

Molto significativa la colonna successiva riportante la dimensione media in ettari delle aziende. Il periodo meno recente è caratterizzato da una tendenza alla diminuzione della grandezza delle farms; poi la tendenza si inverte fino a raggiungere nel ’64 i 142 ettari, valore molto più alto che per qualsiasi paese europeo – in Italia super frammentata sono 7 miseri ettari. Nel 1947 la media era ancora a 78 ettari, quindi la concentrazione nella conduzione agraria è avvenuta prevalentemente in questo dopoguerra: in trenta anni, in lieve regresso la superficie coltivata, il numero delle aziende si è ridotto alla metà.

Le tre colonne che seguono suddividono la superficie agraria secondo la dimensione delle aziende che vi insistono: praticamente il 100% della terra va ad aziende superiori ai 4 ettari (in Italia l’11% della terra è di piccole aziende con meno di 4 ettari – 70% in numero). La tendenza alla concentrazione è confermata: diminuisce la terra delle medie aziende da 4 a 105 ettari e cresce quella delle più grandi. Purtroppo i dati che abbiamo sotto mano, essendo del 1954, perdono molto del loro interesse, comunque allora le grandi aziende si estendevano sul 72% della terra (in Italia adesso, solo sul 23%).

LA STRUTTURA SOCIALE AGRARIA

I quadri statistici elaborati dal Ministero statunitense, invece, che si basano nella classificazione sull’elemento giuridico della proprietà del terreno da parte dell’«operatore», non ci illuminano sulla forma economica di sfruttamento della terra. Non permettendo alcuna utile differenziazione fra grande conduzione con salariati e conduzione familiare, e sul tipo di ripartizione del plusvalore prodotto, non stiamo ad ingombrare qui con altri dati.

Le variazioni maggiori si hanno nel percento di addetti all’agricoltura. I dati provengono da fonti diverse e non collima del tutto la loro definizione per la qual cosa sono da ritenere soltanto indicativi di un ordine di grandezza e di una tendenza generale; ma, in fondo, solo il senso di questa interessa al nostro lavoro, sapere in che direzione la società sta camminando per confermarci che passerà dove la rivoluzione è in agguato.

Alla metà dell’Ottocento due terzi degli americani attivi lavoravano nell’agricoltura. Ma la diminuzione è continua: solo un terzo all’inizio di questo secolo. Cala al 18% alla vigilia della seconda guerra. Si intensifica l’espulsione di braccia dal lavoro agricolo in tutto questo dopoguerra: con una diminuzione velocissima si arriva al 1973 con solo il 4% di addetti ai campi. È questo uno dei valori più bassi del mondo superato soltanto dal britannico 3% ed eguagliato dal piccolo Belgio.

È indubbio che per produttività del lavoro agricolo l’economia americana sia all’avanguardia: un agricolo produce per sé e per altri 24 lavoratori dell’industria e… per quanti cittadini russi ancora visti i ripetuti invii di grano oltre Pacifico?

Questa è infatti la principale differenza fra agricoltura russa e statunitense: entrambe sono del tipo estensivo, in entrambi i paesi abbondano le terre vergini, bassa produttività del suolo, probabilmente anche avvicendamento col pascolo spontaneo, ma il tragico fallimento della prima è la bassissima produttività del lavoro colcosiano, 26 per cento di addetti all’agricoltura nel 1971 come già detto in precedenti rapporti. In parte questo è dovuto a diversa disponibilità di mezzi di produzione, infatti gli Stati Uniti possono vantarsi di coltivare 154 milioni di ettari con quattro milioni e mezzo di trattori, i russi ne lavorano 225 milioni con due milioni: in proporzione 3,2 volte meno.

Risulta che ogni addetto lavora in America 42 ettari di campo ed un russo solo 7 (ma gli resta tempo per l’orticello, senza trattore forse, ma con la sacra proprietà, inalienabile e «socialista», sul prodotto). Rimandiamo quindi la ricerca sui rapporti delle forze sociali nel mondo agrario americano al necessario lavoro della nostra organizzazione.

LA TABELLA DELLE PRODUZIONI

Nella prima colonna gli indici calcolati dall’ONU dell’andamento della produzione agricola. È di una lenta crescita, mediamente al tasso nemmeno dell’uno e mezzo per cento all’anno, poco più dell’incremento demografico. Tecniche moderne, aumento enorme della produttività del lavoro, nel regime del capitale non devono causare una troppo veloce caduta dal saggio del profitto; ad un aumento dell’offerta di prodotti agricoli o seguirebbe un insostenibile crollo dei prezzi o un ingigantito impegno statale per mantenere il livello concordato delle integrazioni. A tenere costante la produzione pro capite si contrae il numero degli addetti, si abbandonano terre produttive sì che il prodotto dei due fattori – intensità ed estensione – non cambi, sì che la disponibilità alimentare resti la medesima, quella di sopravvivenza appena.

Non abbiamo calcolato gli indici della produttività ad ettaro in quanto essendo la superficie coltivata pressoché costante avremmo ottenuto un andamento del tutto parallelo, crescita continua con gli stessi ritmi.

Dai dati di cui disponiamo risultano anni di contrazione della produzione agricola, quelli dal 1929 al 1933, con il non grave -3,4% in quattro anni ed il 1934 con il 15% in meno; molte altre sono risultate annate cattive.

Anche negli USA assai più veloce lo sviluppo dell’industria: nella colonna si passa, fatto uno il rapporto delle produzioni dei due settori nel 1913 a 4,18 nel 1973. L’attività dei campi perde sempre terreno rispetto alle fabbriche con la sola eccezione del periodo dal 1929 al 1933 nel quale, grazie al drastico taglio alla attività industriale dovuto alla crisi, si ristabilisce, temporaneamente in sospeso le leggi dell’accumulazione, un rapporto leggermente meno disumano fra produzione per gli uomini e produzione per le macchine.

Per confrontare le diverse evoluzioni della produttività del lavoro nel settore agricolo rispetto a quello industriale abbiamo calcolato un coefficiente che, supposto nel 1913 uguale la produttività nei due settori, la confronti nel 1972, ultimo anno del quale abbiamo informazioni. Le due date non sono del tutto casuali perché chiudono entrambe lunghi periodi di forte accumulazione su tutto il fronte capitalistico e di benessere borghese.

Cominciamo con la Russia: calcolammo la «elefantiasi industriale», nel numero 16 di questo giornale, a quota 32; gli addetti all’agricoltura vi passano, dal 1913 al 1972, dal 76,9% al 26,3%; gli industriali dal 9% al 37%. Risulta, fatti i conti, che la produttività nell’industria è cresciuta di 2,7 volte più velocemente che nell’agricoltura.

In America invece i dati sono: «elefantiasi» 3,9: gli agricoli passano dal 31% al 4,3% e gli industriali dal 31% al 32,6%. Stavolta risulta che la produttività del lavoro nell’industria ha progredito solo 0,48 volte, la metà, di quella agricola. L’interpretazione di tale comportamento esattamente inverso era prevista e discende dalla nostra analisi di partito dei due colossi internazionali: in Russia, paese giovane, l’industria ha corso veloce guadagnando in produttività sulla agricoltura, invece impastoiata in forme economicamente di compromesso ed opponenti forte resistenza ai rivoluzionamenti tecnici ed alla proletarizzazione moderna, bloccando eccessiva manodopera nel lavoro dei campi. E l’industria pesante che si è impiantata è, notoriamente, a basso impiego di forza lavoro. Dominante è invece il fenomeno migratorio interno negli Stati Uniti (in Russia al lavoratore per lasciare la provincia è chiesto il passaporto): milioni di agricoli abbandonano le farms sempre più meccanizzate per le officine ove, lo sappiamo, la vecchiezza dell’industrialismo procede lentamente.

Seguono le due colonne relative ai prezzi: la prima riporta gli indici dei prezzi all’ingrosso dei «prodotti delle farms». L’andamento dell’indice è assai irregolare e rimandiamo ad un successivo lavoro l’analisi e la interpretazione meno sommaria del fenomeno. Intanto notiamo come l’inflazione abbia preso di slancio in questo dopoguerra senza quasi mai regredire: sembra che alle oscillazioni alternate nei due sensi, in aumento o in diminuzione, nel complesso compensantisi, si sia in questo dopoguerra sommata una tendenza ad un veloce continuo deprezzamento della moneta. Si osserva infatti come l’indice dei prezzi dei generi agricoli, fatta uguale a cento la media dei prezzi del quinquennio 1910-1914, dal 68 del 1790 arrivi a 212 nell’immediato primo dopoguerra: crolli da 147 a 67 nella crisi del 1929 al 1932. Risale di nuovo a 270 dopo il secondo macello mondiale. Stavolta il ridimensionamento dei prezzi però non avviene nella stessa misura: minimo nel 1961 e 1963 con 219. Da allora inflazione velocissima che porta i prezzi agricoli a 429 nel 1974.

Le crisi generali del capitalismo fanno crollare i prezzi agrari in verticale (meno 54% dal 1929 al 1933) rovinando tutti coloro che vivono della vendita di prodotti agricoli, piccoli contadini in particolare: con le guerre imperialistiche i prezzi salgono a massimi storici.

Il capitalismo oggi sta arrivando al cimento della crisi già con tassi di inflazione una volta sconosciuti.

Accanto abbiamo riportato una colonna di indici di rapporto ottenuti dividendo l’indice dei prezzi agricoli per l’indice generale dei prezzi all’ingrosso di tutte le merci. Questo coefficiente descrive soltanto quelle evoluzioni dei prezzi dovute a fattori specifici della produzione agricola, al netto dalle variazioni nel valore della moneta; indica il divario fra prezzi pagati ai farmers e prezzi pagati da questi.

In tutto il corso dell’ottocento i prezzi agrari salgono più velocemente della media: dal 64 del 1820 fino a stabilirsi sul 100 dalla prima guerra fino circa al 1955. Il basso valore del 1933, 74, indica che nella crisi i prezzi agricoli crollano maggiormente della media, mentre il 115 del 1947 che salgono più velocemente nei dopoguerra. Negli ultimi venti anni l’indice è stabile intorno ad 80 fino a salire a 104 e 93 nel 1973 e 1974; l’attuale è quindi per gli Stati Uniti un momento di prezzi agricoli alti.

Termina il quadro la serie dei dati sulle disponibilità al consumo. Primi gli indici della produzione agricola diviso il numero dei cittadini della Repubblica stellata e fatto uguale a 100 nel 1913. Da 104 nel 1912, scende a 95 nel 1914 e poi ancora ad 87 nel 1933. Risale a 102 nel 1947, scende a 100 nel 1957, arranca a 102 nel ’67, punta a 113 nell’anno grasso del 1973. La tendenza generale è al mantenimento costante del volume dell’alimentazione; ventri più vuoti nelle crisi, un poco, molto poco, più pieni, e temporaneamente, come solo risultato umanamente digeribile dell’enfiarsi smisurato del capitale. Rabbuia ancora il quadro la «quantità di calorie alimentari disponibili giornalmente» all’americano medio. Tale quantità energetica la calcolava l’ONU poi, visto forse che scendeva oltre la decenza, ha soppresso quel quadro significativo. Caduta continua dalle 3520 calorie alimentari pro die del 1912 alle 3200 del 1967, in parte, dicono, compensate dall’aumentato consumo di carne – con poche calorie – come risulta dal quadro.

Del frumento disponiamo le produzioni ma non i consumi. Medesimo comportamento oscillante ma tendenza neutra per la produzione pro capite. Il dato globale dovrebbe essere però depurato dalle esportazioni e reimpieghi. Il consumo unitario di patate si riduce drasticamente quasi alla metà; cresce invece quello dello zucchero.

Seguono i dati relativi alla industria zootecnica: il numero di capi più che raddoppiato dal 1912 ma in rapporto agli abitanti la dotazione è costante: 59 capi bovini per cento di popolazione nel 1912 e 58 nel 1973. L’aumentato consumo di carne, unico gran vanto del capitalismo post-bellico, sarebbe da imputare quindi ad importazioni di macellato o ad un più rapido accrescimento del bestiame. La relativamente calante produzione di latte ci lascia dedurre che molti capi da latte siano stati sostituiti da bestie da carne. Da noi si è diffuso specialmente il redditizio allevamento di vitelli il cui rapido accrescimento, benché la carne sia scarsamente nutritiva, permette più veloci rotazioni al capitale investitovi.

Riduzione ad un quarto della produzione pro capite di burro, sostituito dalla meno nutriente margarina – anche qui prima il valore mercantile, poi la soddisfazione dei bisogni alimentari.

Nel paese portabandiera dell’imperialismo, quindi, una agricoltura che usufruisce di quanto di meglio la scienza e la tecnica borghesi possono offrire, riesce appena, quando va bene, a mantenere costanti i rifornimenti alla popolazione. A petto dell’ingigantirsi del flusso sui mercati di merci inutili o dannose, l’alto prezzo dei beni necessari alla vita limita anche lì la soddisfazione dei bisogni alla sopravvivenza, contribuisce a far perdurare, specialmente nelle file dei lavoratori affollati nelle città, una insicurezza continua sul domani che li incatena al lavoro salariato.

La sfera della produzione agricola è quella ove, per i vincoli naturali dell’alternarsi delle stagioni e per essere destinata prevalentemente a fornire i mezzi di indispensabile immediato sostentamento umano, il soggiogamento della produzione per il consumo alla produzione per il profitto è più evidente. Una comunità nella quale le derrate agricole siano prodotte con larghezza non può essere basata sul salariato. Una società nella quale la soddisfazione dei bisogni alimentari costituisca non feticistico scambio mercantile ma un atto del naturale ricambio fra la specie e l’ambiente dal quale è scaturita, non può dividersi in reparti, condannati ad operare in specializzazioni sempre più anguste fino dalla prima tra industria ed agricoltura. Solo scomparsa questa ormai nociva opposizione, che oggi è solo opposizione di interessi, sarà possibile un rapporto collettivamente cosciente con la natura ed una programmazione oggettiva della distribuzione delle attività umane nell’orizzonte non della misera azienda, sia pure la più trattorizzata d’america, ma di interi continenti.

Aspettarsi questo dal capitalismo è pazzia.