Partito Comunista Internazionale

I comunisti e l’organizzazione di classe Pt.2

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Il partito comunista deve inquadrare e dirigere lo sforzo rivoluzionario del proletariato.

Questo il contenuto di un manifesto con il quale il 30 gennaio 1921 subito dopo il congresso di Livorno il Partito Comunista d’Italia si rivolse al proletariato per chiamare le masse lavoratrici a stringersi attorno ad esso, accogliendolo come il solo e vero strumento della loro lotta. Il partito dichiara che la sua finalità è la preparazione ideale e materiale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere usando come mezzi per la sua propaganda e organizzazione l’intervento nell’azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e nei parlamenti, ma non considerando affatto le conquiste che si realizzassero con queste azioni come fini a se stesse.

L’indirizzo tattico del Partito Comunista d’Italia è ispirato alle deliberazioni dei congressi internazionali e quindi l’atteggiamento del partito nei confronti delle lotte economiche e sociali è di avvalersi della lotta sindacale attraverso l’intimo contatto con le masse lavoratrici in tutte le occasioni in cui queste sono spinte ad agitarsi dall’insofferenza alle loro condizioni di vita.

Il partito svolge in questi momenti la migliore propaganda dei concetti comunisti suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento della lotta rivoluzionaria.

Queste le parole d’ordine di ieri e di oggi, che sintetizzano i compiti del partito in rapporto al suo essere reale nella lotta di classe sia riguardo alle organizzazioni distinte (che non significa affatto autonome, come si usa dire oggi dall’opportunismo militante) sia ai moti spontanei della classe operaia, sia riguardo ai metodi di organizzazione e di inquadramento, di direzione, di centralizzazione e affasciamento delle lotte proletarie.

La natura del partito, in ordine a questi compiti, non muta in rapporto alle diverse situazioni empiriche della lotta di classe, allo stato contingente della lotta di ordine esterno.

I motivi dell’inquadramento della generalizzazione, della centralizzazione, della direzione delle lotte non sono elementi contingenti, ma imperativi e invarianti finché la classe operaia o i contadini non avranno raggiunto l’obiettivo, unica forma di transizione tra la società borghese e il socialismo, della dittatura del proletariato.

L’analisi delle forme che questi imperativi hanno assunto non smentisce queste necessità.

Gli interventi sindacali riportati da L’Ordine Nuovo anche precedentemente al congresso di Livorno in relazione alle direttive da dare alle varie categorie in agitazione sono rigorosamente ispirati a queste parole d’ordine:

«La propaganda, il proselitismo, l’organizzazione e la preparazione rivoluzionaria delle masse avvengono tramite la costituzione di gruppi comunisti che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nelle medesime aziende o che comunque partecipino al medesimo raggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule comunisti agiscono in stretto contatto con il partito che assicura loro una visione d’insieme in tutte le circostanze della lotta. Le leghe, le cooperative, il sindacato diventano strumenti dell’azione rivoluzionaria diretta dal partito».

È evidente quindi che la preoccupazione costante del gruppo dirigente è che il partito estenda le sue direttive al movimento sindacale e l’azione sindacale cresca sotto la spinta del partito fino a diventare lotta rivoluzionaria, cioè una forza generale socialmente costruttiva. Ciò implica uno sforzo continuo del partito che deve essere attentamente e sempre impegnato nella valutazione di qualsiasi movimento rivendicativo (infatti dialetticamente se questi movimenti presuppongono una certa organizzazione sono a loro volta mezzi per sviluppare questa organizzazione – Marx).

Consegue da ciò che:

I) le rivendicazioni economiche non debbono necessariamente rispondere in forma assoluta alle indicazioni del partito: i gruppi comunisti importano la dottrina nella classe non enunciandola in forma pedagogica o costituendo gruppetti dimostrativi ma forgiando in prima linea le lotte contro il capitale.

II) La presenza dei gruppi comunisti nelle organizzazioni intermedie (soviet, sindacato, movimento proletario) non assume mai l’aspetto di «manovra democratica» o di «unificazione diplomatica».

Quando, come nella situazione contingente attuale, nelle situazioni locali che si determinano la direzione opportunistica frappone sbarramenti formali, tipo delega, alla presenza dei comunisti, compito di questi è di denunciare tali ostacoli non a parole ma con l’azione politica (quando e se è possibile). Non valgono per noi abilità manovriere per aggirare gli ostacoli.

Solo a queste condizioni si possono portare avanti le lotte in modo organico seguendo cioè un programma politico ben preciso che è quello della distruzione dello Stato e della presa del potere politico da parte del proletariato e della sua dittatura, unico obiettivo intermedio come è già stato detto. Solo a queste condizioni si sconfigge il «minimalismo» che non può portare la classe operaia ad altro che a sconfitte continue e debilitanti. Conducendo le lotte in modo isolato è più facile la vittoria della borghesia ed essendo sconfitto in episodi separati è più difficile che il movimento sindacale cresca, diventi rivoluzionario, diventi la forza veramente, concretamente antagonistica del capitalismo.

Ecco, tanto per illustrare la perfetta correttezza degli interventi sindacali nel gennaio 1921, un ordine del giorno (8 gennaio) sulla disoccupazione dilagante redatto dalla camera del lavoro e dalla sezione socialista di Torino:

  1. Svolgere un’attiva propaganda tra il proletariato acciocché vengano conosciute le varie cause che determinano le crisi industriali.
  2. Invitare gli organismi delle classi lavoratrici a farsi promotori di un’agitazione nazionale per il controllo sui licenziamenti e sulla produzione.
  3. Riduzione dell’orario di lavoro nelle officine dove si manifesti la disoccupazione per impiegare gli operai disoccupati.
  4. Invitare gli operai delle industrie non colpite a manifestare la loro solidarietà stabilendo turni di lavoro o diminuzione dell’orario lavorativo per potere assorbire la mano d’opera disoccupata.

La questione del controllo operaio veniva posta in modo chiaro senza possibilità di fraintendimenti o manipolazioni cioè come lotte spontanee e separate che diventano una sola vasta offensiva contro il regime capitalistico.

I bonzi odierni sono effettivamente i traditori e gli assassini delle lotte di allora, le loro pantomime odierne sono molto più tragiche di quelle dei dirigenti industriali di allora se, come si può leggere, il presidente della lega industriale ing. Mazzini, concedendo una intervista ad un giornale, si lamentava che in quel momento di crisi così grave gli industriali stessi non potessero prendere nessuna iniziativa perché sarebbe stata bloccata da una crisi di fiducia dovuta principalmente all’azione svolta dalle organizzazioni operaie.

I dirigenti industriali oggi chiedono aiuto alle organizzazioni operaie che sono la loro ancora di salvezza.

L’ingegnere Mazzini si lamentava che le organizzazioni operaie erano diventate organismi di lotta politica e che lo scopo vero cui erano orientate le masse non era economico ma politico.

«La questione del controllo sarebbe accettabile – dice l’ingegnere Mazzini – se fosse impostata nel senso di conoscere l’andamento delle fabbriche, perché i sindacati impedissero agli operai richieste assurde». Le organizzazioni di allora rispondevano agli industriali che non sperassero affatto nel buon senso della classe operaia perché ciò sarebbe stato in realtà la disfatta degli operai.

Ciò che all’ingegner Mazzini sembrava catastrofico, cioè la lotta per la distruzione del capitalismo, era contrariamente considerata l’unica e necessaria lotta da fare da parte degli operai e delle loro avanguardie. La distruzione del lavoro salariato per la difesa della produzione sociale erano allora contenuti politici unificanti, patrimonio politico della classe di cui essa si deve sempre riappropriare nel condurre avanti vittoriosamente la sua battaglia contro la classe borghese, sua avversaria e parassita.