La classe operaia è una classe di emigranti Pt.2
Categorie: Democrazia Cristiana, Fascism, Immigration, Italy
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Ancor prima che si formasse lo Stato nazionale, o meglio, che si realizzasse l’integrità territoriale, lo sviluppo dell’industria attirava nelle fabbriche cittadine un numero crescente di abitanti delle campagne circostanti. È la prima forma di emigrazione, l’inurbamento, che caratterizza il sistema capitalistico, e che si sviluppa, temporalmente, prima al Sud che al Nord, come lo attestano le grandi metropoli di Napoli e Palermo.
L’EMIGRAZIONE DOPO L’UNITÀ
La emigrazione all’estero, intesa come flusso continuo, ebbe inizio nei primi anni del ’60, rivolta principalmente verso la regione del la Plata, dove viveva già un insediamento di esuli italiani rifugiatisi attorno alla metà del secolo a seguito delle lotte per l’indipendenza italiana. L’emigrazione nel Sud America contribuì a risolvere la crisi commerciale e cantieristica del porto di Genova, iniziatasi con la concorrenza dei vapori inglesi che avevano tolto alle imprese armatoriali liguri il monopolio delle rotte verso l’Oriente e il Mar Nero. Il trasporto degli emigrati rilanciò sia la navigazione transoceanica che l’industria cantieristica, attirando una rete sempre più fitta e potente di interessi finanziari. Mentre Genova divenne il porto per l’emigrazione nelle Americhe, i porti del Sud imbarcarono contadini siciliani e meridionali per l’Africa, dove, in Tunisia, una colonia siciliana gestiva con profitto l’agricoltura.
Negli anni ’80, con lo sviluppo crescente della navigazione a vapore, col sostegno finanziario dei gruppi bancari e dello Stato, sotto forma di «premi di navigazione», si formarono grandi compagnie marittime, tra cui la N.G.I. «Navigazione Generale Italiana», che assorbì le vecchie imprese, come la Rubattino, e monopolizzarono il commercio e i «premi» a maggior gloria della «bandiera». La prima guerra d’Africa e le commesse statali per il trasporto delle truppe e delle attrezzature; l’aumento impressionante dell’emigrazione, che tra il 1890 e il ’95 fu del 50 per cento; la scelta da parte della Germania di Genova come terminale di tutto il suo commercio con il Medio Oriente e oltre Suez, consentirono il potenziamento della flotta, dei profitti e degli interessi finanziari. Potenti banche tedesche assunsero partecipazioni rilevanti nella N.G.I., nella «Veloce» e assieme al capitale di banche italiane costituirono la «Italia Società di Navigazione a Vapore». In questo clima di «fervore», dove l’emigrazione è soltanto la materia bruta per gonfiare all’inverosimile il profitto, centinaia e centinaia di migliaia di braccia proletarie, stivate ai limiti di sicurezza e di igiene nei più insicuri bastimenti della patria, si dispersero nelle regioni oltre Oceano e oltre il Mediterraneo. Con il trapasso dei poteri della «Destra» alla «Sinistra» questo stato di cose si sviluppò maggiormente. È sotto i governi di «Sinistra» che lo Stato interviene con apposite leggi e con interventi di tutela dell’emigrazione, allo scopo di «umanizzare» questo bisogno dei poveri, sotto cui si nascondono ben altri interessi della borghesia, dei proprietari fondiari e dello Stato unitario. Lo scopo principale verso cui è più sensibile la «Sinistra» della «Destra» è quello di considerare l’emigrazione come una operazione di «polizia», per allontanare, soprattutto dopo la sanguinosa esperienza della Comune di Parigi del 1871, lo spettro della «questione sociale», della miseria e della disperazione delle plebi, che minacciava il potere costituito. Il Ministro Sonnino affermava che «tutta la legislazione sociale sarebbe inutile e non riuscirebbe a contenere la ribellione delle masse se non vi fosse un esodo continuo dalle campagne» verso l’estero. Per tale ragione si riproponeva di far controllare dal Ministero dell’Interno, cioè dalla polizia, il movimento migratorio. È in funzione di questo aspetto poliziesco che vennero varate leggi di formale protezione dell’emigrante dall’ingordigia degli agenti e sub-agenti, per lo più preti, sindaci, notai, ecc., che per organizzare i viaggi pretendevano tangenti compensative dei loro «buoni uffici». In secondo luogo lo Stato si allarmò per il fatto che il fenomeno migratorio coinvolgeva «dei piccoli proprietari e dei contadini» e che in genere avveniva in massa, senza tener conto degli influssi sui salari.
Il 30 dicembre 1888 veniva approvata una legge specifica che prevedeva «la piena libertà di emigrare», il rilascio di patenti di agenzia anche alle compagnie di navigazione, che ovviamente si misero in grande stile a organizzare il reclutamento degli emigranti e ad incassare al posto degli agenti privati l’ingaggio. Sempre Sonnino, nel 1876, a nome della «Sinistra» costituzionale, esponeva le linee principali di una politica riformista, tendente a difendere le condizioni dei contadini contro i proprietari fondiari per mezzo di «Associazioni di Resistenza» e per una emigrazione «ordinata» e «razionale». Si noti che è proprio la Sinistra Storica a battersi per la «libertà» d’emigrazione, contro la «Destra», la quale disponeva con una circolare del governo Sella-Lanza, del 1873 di concedere «il nulla osta di espatrio solo a chi sia in grado di provare la disponibilità di un capitale». La «Sinistra» borghese, dal canto suo, per mezzo di un articolo di Sonnino del 1875 riassumeva le ragioni della sua politica migratoria. Lo Stato, scriveva Sonnino, può far molto «in questa opera di redenzione» (!!) dei contadini, «ma prima di tutto ci vuole l’emigrazione». Secondo la «Sinistra», per «redimere» i contadini si deve fare in modo di mandarli raminghi per il mondo. Continua l’articolo: «Questo solo può mutare le condizioni del lavoro di fronte ai possessori del suolo e del capitale». «Sta meglio chi parte e sta meglio chi resta. Colla diminuzione del numero delle braccia si obbligano i proprietari a pensare ai casi loro e si fa nascere la concorrenza tra proprietario e proprietario, la quale non esiste affatto». Ecco la parola magica: «emigrazione», peraltro in perfetta regola con gli interessi delle classi possidenti, perché se è vero che da un lato nasce e si sviluppa la «concorrenza tra proprietario e proprietario», la stessa «concorrenza» sorge e si sviluppa tra proletario e proletario, ed è quello che interessa la borghesia industriale, rappresentata appunto dalla «Sinistra» borghese e liberale, la quale così ingaggia la sua lotta contro i proprietari fondiari e non contro la miseria delle campagne, di cui non le interessa nulla. Sonnino incalza contro la legge Sella-Lanza e argomenta che la disposizione di esigere dall’emigrante «un capitale» che non ha, e per questo tenta la fortuna, questa pretesa «oltre rovinare il nostro nascente commercio dei trasporti marittimi, a cui si toglie tuttavia l’emigrazione svizzera e della Germania del Sud, ricaccia i nostri contadini nella casa da cui li cacciò la miseria e la disperazione, o li spinge all’emigrazione clandestina…» per cui «s’imbarcarono nei porti di Francia…». La borghesia nazionale «piange di dolore» di fronte alla minaccia di rovina del commercio dei trasporti marittimi italiano, che verrebbe privato di quei patriottici noli e premi di cui goderebbe invece quello francese. Altro che miseria, disperazione ed emigrazione clandestina! Ma la stessa borghesia non versava lacrime per la moria sui bastimenti stracolmi di disgraziati, quando finalmente poté «liberare» l’emigrazione.
Il Sonnino ripete anche l’argomento poliziesco, sia ricattatorio verso la proprietà fondiaria, sia preservatore dello Stato dal contadino, il quale nell’emigrazione «vede uno scampo all’oppressione al di fuori del brigantaggio, dell’assassinio e della ribellione». Ed infine, la chiusa coloniale: «lo Stato… provveda pure colonie italiane a cui dirigere la corrente degli emigranti»! e fare un doppio affare con manodopera sottocosto. Vennero, infatti a seguito di tanta implorazione commovente la Tripolitania prima e l’Impero dopo, con le «aquile».
Alla vigilia del primo massacro imperialistico, l’emigrazione italiana aveva raggiunto, tra il 1910 e il 1914, 3.248.515 unità, 650.000 emigrati l’anno.
DALLA DEMOCRAZIA AL FASCISMO
La prima guerra «patriottica» aveva massacrato 1.500.000 uomini tra caduti al fronte, morti per le ferite e le epidemie. Una decimazione che non fu sufficiente per risolvere la crisi economica capitalistica né per bloccare almeno per qualche tempo l’esodo proletario. Nel 1922 la disoccupazione registra circa 600 mila iscritti, ma le bocche da sfamare si aggirano sul milione e mezzo, sebbene tra il ’19 e il ’23 gli emigrati siano stati 1.740.353, alla media di 350.000 l’anno.
Ecco un quadro sinottico di come la borghesia risolve il problema della sovrappopolazione proletaria:
- 1910-14 – periodo di «pace»: 3.248.515 proletari «esportati»;
- 1914-18 – periodo di guerra: 1.500.000 proletari massacrati;
- 1919-23 – periodo di «pace»: 1.740.353 proletari «esportati».
È la sorte che il capitalismo riserva ai lavoratori, sia manovrando governi di «Destra» che di «Sinistra», sia in «pace» che in guerra.