Partito Comunista Internazionale

[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.2

Categorie: Antifascism, Fascism, Italy, Partisan Movement

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CROLLO DEL LIBERALISMO CLASSICO

Risalendo lungo la storia dello Stato italiano e dei metodi di governo dei vari gabinetti succedutisi siamo arrivati ad annunciare la nuova politica di «sinistra» di ultrademocrazia, diciamo, che paradossalmente ebbe per balia il governo dello Stato d’assedio e delle Corti militari del Generale Pelloux; le garanzie costituzionali furono stracciate e la parola fu alla forza.

La Sinistra subito anticipa: «Si tratta di un conflitto di metodi, di un esperimento di sistemi di difesa del regime», e lo stesso, identico criterio di valutazione – avverte – va usato nei confronti del fascismo e degli avvenimenti postbellici, «esempio in anticipo delle forme che prenderà la lotta politica nelle più inoltrate fasi della evoluzione del mondo capitalista».

Dicevamo politica di «sinistra»; si assisteva in quegli anni, infatti, al tentativo borghese di arginare e soffocare gli antagonismi sociali che minacciavano di far saltare le fradicie forme di produzione capitalistiche. Si operava su due fronti: da un lato, si cercava di smussare le contraddizioni fra produzione sociale e appropriazione individuale dei prodotti introducendo nell’anarchia della produzione elementi di previsione e di controllo delle cicliche e naturali crisi di sovrapproduzione (divisione dei mercati e prezzi concordati, cartelli, trust, monopoli); dall’altro, e nello stesso tempo, con il riconoscimento del diritto di costituire associazioni sindacali, e con uno sforzo continuo per attirarle con il riformismo nell’area di influenza dell’ideologia borghese, si tentava di sopire le tensioni sociali e di trasformare il proletariato da classe rivoluzionaria in appendice dello Stato borghese e della sua economia. All’inverso, vietare le associazioni avrebbe spinto automaticamente i lavoratori sul terreno della lotta politica contro lo Stato e accelerato il formarsi della loro coscienza di classe.

Tentativo questo non certo italiano ma internazionale, che non si sviluppò, evidentemente, nei diversi paesi con gli stessi caratteri di ampiezza, metodi e tempi, omaggio questo alle «particolarità nazionali» dell’opportunismo – deus ex machina di questo disegno – e non certo del movimento comunista internazionale il cui compito è di opporsi e controbattere ogni attacco e manovra borghese tendente a limitare e storpiare l’azione rivoluzionaria del proletariato.

Il liberalismo classico, l’aperto ed irriducibile difensore del libero gioco della concorrenza, accanito avversario di ogni qualsivoglia monopolio delle forze produttive, fossero pure associazioni sindacali operaie in definitiva «monopolio» della forza-lavoro, crolla sotto l’incedere, previsto dal marxismo fin dalla Miseria della filosofia, delle impersonali leggi economiche del capitalismo che spingono inevitabilmente alla concentrazione e centralizzazione sia del Capitale che, per rovescio, del proletariato.

Risultato? I postulati teorici, economici, politici e sociali, del liberalismo spariscono nel nulla; rimane lo Stato di classe i cui dettami del «diritto» hanno ricevuto uno sfregio, ma la cui forza, dalla quale perdio ha origine ogni «diritto», è ulteriormente accresciuta.

La rivoluzione comunista, detta fin qui dai tempi romantici, e non a caso, Rivoluzione Sociale, deve scontrarsi con questa macchina vieppiù perfezionata e sarà ancora la Forza a giocare il ruolo decisivo e solo dopo la vittoriosa lotta che prenderà alla gola i vigenti rapporti sociali e politici, si avrà la sovrastrutturale rivoluzione del diritto.

«… Abbiamo già accennato al periodo della ultrademocrazia di governo. In questo periodo la borghesia italiana si pone il problema della tattica di classe dinanzi al divenire del movimento operaio. Lo pone in condizioni squisite, poiché se è vero che l’industrialismo non è che relativamente sviluppato, abbiamo in senso opposto un movimento importantissimo dei salariati agricoli della Valle Padana a tendenza socialista, ed un ceto di uomini di stato borghesi liberi da riserve mentali tradizionaliste e pronti a porsi il problema con tutto il cinismo possibile.

Un liberalismo teorico recalcitra al riconoscimento dell’organizzazione sindacale, attaccato com’è al suo liberalismo in economia, nemico di ogni sorta di monopolio di forze economiche che limiti il gioco della concorrenza. Ma nella ulteriore evoluzione del capitalismo dalle prime fonti più pure, il capitale diviene esso stesso sindacale e monopolistico, e vede nel monopolio e nell’imperialismo gli sbocchi che gli permettono di rinviare una lotta di principio col movimento operaio che esso irresistibilmente suscita ampliando e concentrando le sue imprese. Ridurre i cittadini dello Stato liberale a tante unità autonome economiche si dimostra un’utopia e il potere borghese si deve adattare a riconoscere il diritto di aggregarsi agli interessi analoghi se non vuole immediatamente scatenare una battaglia rivoluzionaria. Con il riconoscimento del diritto sindacale lo Stato liberale dà uno strappo nella sua dottrina, ma continua al tempo stesso la sua funzione di difesa di classe. Fenomeno storico che disturba una critica tracciata dal punto di vista della dottrina liberale pura, ma che non abbiamo che ad inserire nella serie delle nostre constatazioni sulla bancarotta delle teorie politiche borghesi. Lo Stato non basta alla difesa degli interessi dei cittadini non è la forma sufficiente a tutto di organizzazione sociale, i cittadini si raggruppano secondo i ceti economici alla propria difesa: dunque lo stato serve ad altro compito, che risulta evidente: quello di sostenere gli interessi della classe padronale, con la simulazione della imparzialità della legge, da un lato, con l’impiego della forza statale dall’altro a sostegno diretto degli interessi padronali.

Alla borghesia la dottrina liberale serve per uso esterno e per uso interno, nella formazione della sua tattica di governo le serve la realistica legge della forza. Se per applicare la seconda ella deve formalmente lacerare un canone che discende dalla prima, è logico che lo faccia, pur tentando con mille contorsioni di dimostrare di non aver rinnegato i suoi principi.

Ora, se noi vogliamo intendere per metodo democratico non il metodo stesso che chiamiamo liberale ed ha le sue fonti classiche nella «dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino», ma una ulteriore evoluzione dei programmi di governo degli stati moderni, possiamo identificarla in generale con la fase più recente del capitalismo, svoltasi alla vigilia della guerra mondiale, la fase del monopolio e dell’imperialismo».

«… Alla identificazione che abbiamo fatto potrebbero muoversi obiezioni osservando che mentre si compie in Italia (dopo il 1900) l’esperimento di questo metodo di governo (da chiamarsi per evitare confusioni «democratico di sinistra») proprio l’Italia è il paese in cui l’evoluzione del capitalismo avviene in ritardo. Ma il ritardo dell’evoluzione capitalistica in Italia è forse più nel senso quantitativo che qualitativo, il gioco del capitale bancario nella produzione e quindi nella politica si presenta prestissimo, una ripresa economica generale si determina nel periodo che esaminiamo dopo i precedenti decenni di grave crisi, e quella poca influenza di strati agrari aristocratici e feudali clericali nel governo, su cui abbiamo insistito, permette allo Stato di seguire con docilità le esigenze del protezionismo industriale che manovra molto bene all’ombra della demagogia e con la complicità del riformismo…».

Continua presentando la cosiddetta politica «democratica di sinistra» dello Stato italiano, il quale da una parte continua a «tessere il compromesso con i capi del proletariato», e dall’altro «non cede di un palmo nell’allestimento e nell’impiego degli strumenti di repressione violenta» che puntualmente si abbatté sul proletariato durante i moti della «settimana rossa», repressione totalmente inquadrabile nella visione marxista dello Stato e del suo compito di difensore dello status quo.

RIFORMISMO E REPRESSIONE ARMATA

Serve qui notare che riformismo sociale e repressione armata sono contraddizioni apparenti e di sempre dello Stato borghese, contraddizioni che tutte le volte che esplodono fanno sbraitare all’opportunismo, anche in questo invariante da un secolo, che il male viene dalla insufficienza di democrazia nel cui regno idilliaco gli scontri sociali si risolverebbero nella «pacifica convivenza» fra classi presentate dal marxismo come irriducibili avversarie.

È bene insistere su questo punto per riprodurre la tattica del partito comunista davanti alla reazione borghese, ai suoi «colpi – farse diciamo noi – di Stato», tanto continuo e forte è l’appellarsi da parte della borghesia e dell’opportunismo al proletariato che, svenduti tutti i suoi traguardi storici ed autonomi di classe, si tramuti in un formidabile puntello delle «conquiste democratiche» e in baluardo contro le «reazionarie svolte a destra e gli altrettanto reazionari colpi di Stato».

Di dove passerà la via tortuosa e accidentata, ma dal partito conosciuta in ogni aspetto, che conduce al socialismo in una società senza classi? Quale categoria fa al nostro caso storico? La libertà o la Dittatura, il Terrore? Il marxismo mai ha avuto dubbi che fosse la Violenza e solo la Violenza che scardinerà questi arcaici ordinamenti esistenti, primo passo verso la nuova società.

La Libertà e la sua difesa la lasciamo pertanto agli incarogniti borghesi e ai loro reggicoda, sicuri che un giorno la parola sarà alle armi e due dittature aperte e senza veli si scontreranno; ci preoccupa solo l’ipotesi che non siano i lavoratori ad impugnare le armi per primi e qui ricordiamo due episodi storici: il 1848 in Francia e il più recente 1921-’22 in Italia in cui la borghesia liberale, democratica, costituzionale mosse in un fronte compatto e totalitario contro la rivoluzione.

La classe operaia non ha pertanto niente da difendere e il suo compito storico è l’attacco alle moderne organizzazioni statali, il proletariato è classe che tutto deve conquistare, che nulla ha conquistato, che ha da perdere – torniamo al Manifesto – solo le catene.

«… È possibile che la borghesia e il suo Stato prendano l’offensiva, e la storia ce ne dà esempi continui. Ma la risposta della classe lavoratrice non si può ridurre a una difensiva dietro baluardi che sono quelli stessi della conservazione delle forme borghesi: democrazia e pacifismo. La risposta storica per la quale il nostro partito è sorto, è una futura controffensiva che non leverà, come nelle vergogne di oggi, le bandiere storiche cadute di mano al nemico di classe, ma spezzerà i principi e gli istituti che stanno da secoli dietro quelle bandiere». (Storia della Sinistra Comunista).

Dove l’opportunismo concretista e realista e scevro da ogni stantia questione di principio, vede la discontinuità fra metodi e forme di conduzione dello Stato borghese, a seconda del sangue versato, facendo così strame di ogni analisi dei rapporti di classe che determinano governi e scontri sociali, noi comunisti rivoluzionari vediamo invece la linea continua e reazionaria, è il caso di dirlo, della dittatura borghese.

Si chiuse quel periodo con la guerra, la grande guerra, che determinò alcune fra le più brillanti e doppiogiochiste manovre della classe dominante italiana: con o contro l’Intesa? Rompere o rinsaldare l’alleanza della Triplice? La borghesia italiana, specialista – diciamo noi – nel «salto della quaglia», temporeggia, cerca di fiutare quale blocco le può assicurare la vittoria, lo scova dopo paziente ricerca nell’Intesa, il blocco della feudale e barbara Russia, e finalmente si getta nell’immane carneficina, tant’è, per la borghesia non sono importanti per lo schierarsi le dispute e le ragioni ideologiche dei contendenti ma il farla la guerra, il parteciparvi, il mettere l’ipoteca al banchetto che si scatenerà a cose finite sulla pelle dei vinti e il bruciare uomini e prodotti per ricominciare tutto daccapo.

Nei mesi fra lo scoppio della guerra e l’entrata in scena dell’Italia l’orgia nazionalista ed interventista dilagò, Mussolini allora direttore dell’Avanti! passò armi e bagagli in campo borghese mentre il Partito Socialista che pure non aveva minimamente risentito della diserzione del cabo, si bloccò sulla ambigua anche se non disonorevole formula del «Non aderire e non sabotare».

Interessa qui però il rispondere ad altro quesito se cioè la guerra finalmente evidenziasse una divisione fra la destra e la sinistra borghese e la sottomissione di questa, più progressiva e democratica, all’altra «reazionaria-feudale». Niente di tutto questo, si ha un blocco unico, dal reazionario Salandra all’ex-socialista Bissolati mentre l’influenza dei circoli di corte, della nobiltà sopravvissuta a se stessa, degli alti gradi dell’esercito della magistratura e della burocrazia è praticamente insignificante sul meccanismo dello Stato italiano che speditamente cammina nella strada intrapresa. Guerra borghese, determinata da interessi imperialistici, che produsse un fronte compatto di tutte le forze borghesi e semi-borghesi; esattamente come avverrà negli anni avvenire ’21-’22, il proletariato rivoluzionario resta isolato, solo a combattere la sua battaglia.

«… La politica della classe dirigente italiana indicata sotto il nome di giolittismo va intesa secondo noi come il modello tipico della politica «democratica di sinistra». Lo Stato procede senza esitare a tessere il compromesso coi capi del proletariato, sapendo di disarmarli, e la monarchia si prepara alla investitura dei ministri socialisti senza nessuna seria opposizione di ceti tradizionalisti. Nello stesso tempo il governo borghese non cede di un palmo nell’allestimento e nell’impiego degli strumenti di repressione violenta nei quali è la ragion d’essere del suo meccanismo ed ogni forma embrionale di rivolta dei lavoratori che scappi fuori dal quadro evangelico delle «nuove vie al socialismo», tratteggiate allora dal rinnegato Bonomi, è soffocata nel sangue. Da uno di questi episodi prorompono poi i moti del giugno 1914 alla vigilia della guerra mondiale, con lo sciopero generale sboccante nella contraddizione tipica: l’imprigionamento di ogni sforzo delle masse nell’apparato della organizzazione socialdemocratica che chiude la via ad ogni successo rivoluzionario. Alla repressione poliziesca segue l’atto ultrareazionario delle punizioni dei ferrovieri, mentre dal banco dei ministri gli uomini della democrazia avevan potuto ostentare il riconoscimento dei diritti di sciopero magari nei pubblici servizi.

Come lo stesso ministero Giolitti poteva elargire le leggi riformiste e la mitraglia dei carabinieri, così esso elaborò nel campo politico la grande riforma del suffragio, mentre scatenava la guerra di Libia fatto di autentico imperialismo dal punto di vista della politica dello Stato italiano (se pure svolto con incomprensione sbalorditiva dallo stesso punto di vista borghese) e nel campo internazionale preludio della grande orgia di sangue dell’imperialismo, scatenatasi attraverso la caduta della Turchia nelle guerre balcaniche. Vedere in tutte queste contraddizioni una ragione per asserire che si trattava di un governo retrogrado e falsamente democratico, significa accettare l’angolo visuale avversario secondo il quale la politica democratica conduce alla pacifica convivenza delle classi e dei popoli nella pace interna e internazionale, mentre secondo la nostra linea critica il metodo democratico corrisponde ai fini del governo della classe capitalistica, che concilia i mezzi della violenza a cui l’apparato statale si tiene più pronto con una tattica atta a stornare i nembi della tempesta proletaria, e con un’abile politica di apparenti concessioni, che mentre valgono a sviare il movimento operaio, non costringono la classe dominante ad alcun sacrificio effettivo. E del resto non vi è qui una caratteristica della sola politica borghese italiana, ma di tutta la politica mondiale dell’anteguerra: la preparazione delle forze imperialiste si fece in una atmosfera di democrazia politica avanzata e di riformismo sociale entrambe goffamente mascherate come autentico pacifismo…».

«… In un momento così caratteristico come riconoscere una divisione tra destra e sinistra borghese? Evidentemente questa non esisteva seriamente, se nello stesso campo si potevano trovare Salandra e Bissolati, l’uno venendo dall’estrema destra parlamentare, l’altro dalla estrema sinistra, l’uno dagli agrari meridionali, l’altro dalle organizzazioni socialdemocratiche del Nord e contro essi, insieme, i clericali più neri e taluni massoni radicali. Il reazionario Salandra, nel lanciare il grido di guerra, tenne a porre se stesso, come «modesto borghese», in antitesi al «conte» Bethmann Hollweg, cancelliere del Kaiser…».

TATTICA ELASTICA DELLO STATO NEL DOPOGUERRA

Finisce la guerra e l’Italia è scossa da una crisi economica e da una relativa disoccupazione che sommata al ritorno dal fronte degli smobilitati rende la situazione sociale e politica esplosiva. Si arriva perfino nel 1919 all’occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai e delle terre da parte dei contadini; era come tante volte abbiamo affermato una situazione rivoluzionaria ma il Partito socialista, che avrebbe dovuto incanalare e dirigere i moti e le lotte spontanee della classe per un attacco allo Stato per la presa del potere, non lo era e tutto si risolve in un nulla. La grande sbornia elettorale dell’ottobre, la fantomatica – e mai approvata legge sul «controllo operaio», confezionata dall’esperto Giolitti, bastano ad arginare ed arrestare la marea rivoluzionaria, a far prender fiato allo Stato e alle sue istituzioni, il quale si attesta su nuove e più sicure posizioni rafforzando i suoi corpi di polizia, le guardie regie, i carabinieri, e sovvenzionando con uomini e mezzi la crescita veloce del nascituro movimento fascista il quale appare proprio in questo momento di consolidamento e contrattacco dell’apparato statale.

Questa volta l’attacco frontale, il dominio del fucile e della mitraglia sul mulino a vento del Parlamento – come accadde di fronte ai moti del ’98 – non è possibile allo Stato italiano tanto gli è difficoltoso da un punto di vista tecnico «spostare il suo apparato armato dal fronte di guerra al fronte interno di polizia… la manovra deve essere coperta con opportuni diversivi politici».

Ed è logicamente il riformismo, l’opportunismo l’unico capace di avvalorare agli occhi dei lavoratori i diversivi politici bollandoli come delle conquiste e come passi avanti sulla strada del socialismo. 150 deputati socialisti si riversarono in Parlamento, nelle fabbriche si cantava «Bandiera Rossa» ma il potere centrale era rimasto saldamente in mano alla borghesia che preparava la riscossa.

Proseguiamo: «bisognava dare sfogo alle esuberanze popolari mentre si lavorava a preparare il consolidamento dell’apparato statale». Consolidamento che necessariamente doveva servirsi anche delle forze extralegali del fascismo, anzi il loro impiego, se necessario spalleggiato dalle forze legali regie, era da preferirsi proprio perché non faceva entrare in scontro direttamente i lavoratori e lo Stato, scontro che avrebbe posto subito alla classe lavoratrice il problema di un assalto rivoluzionario e di darsi le armi necessarie quando ancora la borghesia non era pronta a respingerlo. Le due politiche, quella delle concessioni e quella dell’azione delle bande nere, agirono talvolta simultaneamente per frenare e sconfiggere l’avanzata proletaria; che non ci fosse nessuna contraddizione, nessuna svolta lo dimostra il fatto che sempre, sia in quella che in questa, il direttore dell’orchestra era il vigile potere centrale di Roma che mai esitò a sparare sulle folle.

Consolidamento dell’apparato statale! Ecco il compito del fascismo sia prima che dopo la buffonesca marcia su Roma. Il suo compito è relativamente facile, dispone di tutto: di una massa d’urto cieca e brutale (gli oscillanti elementi dei ceti medi, il sottoproletariato, lo studentame); di «ufficiali» messi gratuitamente a disposizione di Benito dal regio esercito su ordine di Bonomi, allora ministro della guerra, e capaci di inquadrare e dirigere quella massa amorfa; di soldi a volontà dagli industriali come dai modernissimi imprenditori agricoli dell’Emilia; e il tacito, sfacciato sostegno della magistratura dell’esercito e di tutta la macchina statale. Il regime democratico insomma partorisce il topolino mussoliniano.

Passata la bufera la classe dominante italiana passa decisamente al contrattacco, i suoi metodi non sono cambiati non ha, ripetiamolo, eseguito nessuna svolta, ma ha operato di volta in volta secondo la forza dell’avversario di classe e in considerazione dei problemi tecnici di manovra della sua macchina di repressione. Quindi, ribadiamo: «nel dopoguerra la borghesia italiana non ha fatto una conversione dal metodo dell’ultra liberalismo a quello odierno della reazione, ma ha governato il suo apparato statale secondo le esigenze «tecniche» della sua funzione».

Il compito del giovane Partito Comunista nato a Livorno nel 1921 è evidente, chiaro, spezzare la macchina statale borghese per sbarrare la via al fascismo; è la contrapposizione del 1848 in Francia per Marx: a controrivoluzione borghese, rivoluzione proletaria.

Possibili alleati in questa azione? Nessuno, nemmeno i socialdemocratici che sono per la violenza alla sola condizione che serva per difendere le istituzioni democratiche borghesi, terreno secondo loro indispensabile per l’emancipazione del proletariato; ogni altro uso della violenza è criminale e lo Stato ha il sacro dovere di schiacciare chiunque rivendichi la violenza per uscire una volta per tutte da questi ordinamenti sociali che tutto soffocano.

La nostra consegna? «Non faremo miglior credito, in questa seconda situazione, al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico».

«… La guerra lascia la borghesia in condizioni preoccupanti: crisi economica e ritorno nel paese delle masse smobilitate, che hanno appreso il maneggio delle armi e della morte, costituiscono un pericolo evidente.

In ogni caso il governo borghese lotterà contro di esso se prenderà forme decise, ma spostare il suo apparato armato dal fronte di guerra al fronte interno e di polizia è un difficile problema tecnico. La manovra deve essere coperta con opportuni diversivi politici.

Quando i fautori della controffensiva borghese di oggi criticano il preteso disfattismo delle autorità del governo da parte di Nitti e di Giolitti, sanno di dire cosa non vera. Allora per l’apparato statale era per lo meno rischiosa la tattica della lotta frontale. Bisognava dare sfogo alle esuberanze popolari mentre si lavorava a preparare il consolidamento dell’apparato statale. Quindi nel dopoguerra la borghesia italiana non ha fatto una conversione dal metodo politico dell’ultra liberalismo a quello odierno della reazione, ma ha governato il suo apparato statale secondo le esigenze «tecniche» della sua funzione. Nitti e Giolitti hanno enormemente rafforzati i corpi di polizia, il primo creando la guardia regia, il secondo moltiplicando il numero dei carabinieri, essi hanno effettivamente gettato le basi del fascismo.

Pretendere nel dopoguerra immediato di contenere la pressione delle masse che era necessario svincolare dall’inquadramento militare insostenibile anche economicamente, pretendere di impedire ancora gli scioperi, di mantenere la censura, di continuare a governare senza il parlamento, di pagarsi il lusso di una permanente celebrazione tricolore della pretesa vittoria, avrebbe voluto dire per la borghesia obbligare subito il proletariato a porsi tutti i problemi della nuova vita collettiva, economica e politica, come problemi rivoluzionari, spingendolo a darsi una organizzazione di assalto rivoluzionario forse prima che lo Stato rassodasse la propria, controrivoluzionaria».

«… Bisognava lasciar passare l’ondata. Una interpretazione superficiale dice che questo avvenne per la debolezza del governo borghese, ma la verità è che si trattò di una tattica: temporeggiare, approfittandone per rafforzare l’apparato statale e attendere il gioco delle forze economiche successivo al primo periodo di floridezza apparente del dopoguerra. Considerare Nitti e Giolitti come disfattisti, per amor di democrazia, della causa borghese, sarebbe per lo meno somma ingenuità.

Il secondo spinge nel campo sociale e sindacale la sua politica audace. Egli seppe sorpassare il momento acuto. Il partito proletario non aveva formato neppure l’embrione di un esercito rosso, e le organizzazioni economiche avevano fino allora vinto con metodi pacifici. Ma col delinearsi della crisi industriale e del rifiuto del padronato ad ulteriori concessioni, il problema della gestione proletaria delle aziende si pone in modo locale ed empirico. Avviene l’occupazione delle fabbriche. Essa non è inquadrata in modo unitario, ma è armata e coincide con le occupazioni delle terre da parte dei contadini. L’attacco frontale non è consigliabile per lo Stato, ma la manovra riformista vale ancora una volta, si può ancora simulare una concessione: e col progetto di legge sul controllo operaio Giolitti ottiene dai capi del proletariato l’abbandono delle officine.

A noi pare che si tratti di una partita giocata dalla borghesia in modo classico. Essa si sviluppa ulteriormente in una linea logica. Non siamo dei metafisici, ma dei dialettici: nel fascismo e nella generale controffensiva borghese odierna non vediamo un mutamento di rotta della politica dello Stato italiano, ma la continuazione naturale del metodo applicato prima e dopo la guerra dalla «democrazia». Non crederemo all’antitesi tra democrazia e fascismo più di quello che abbiamo creduto alla antitesi tra democrazia e il militarismo. Non faremo miglior credito, in questa seconda situazione, al naturale manutengolo della democrazia: il riformismo socialdemocratico».