Le questioni della tattica nei testi e negli insegnamenti della Sinistra Pt.10
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Lo schema Germania ci ha fornito la caratteristica principale della controrivoluzione moderna che, diretta sempre e comunque dallo Stato politico della borghesia, si avvale di partiti e organizzazioni richiamantisi al socialismo e alla classe operaia, come l’SPD, l’USPD e le Centrali sindacali, di forze politiche nominalmente non borghesi monopolizzatrici del movimento proletario. Questa cooptazione dei partiti socialisti e dei sindacati operai nel campo della controrivoluzione ha permesso alla borghesia di fronteggiare con successo l’assalto rivoluzionario del proletariato, maturato nel primo dopoguerra, e poi a riconquistare anche la Russia al campo capitalistico.
Dal 1914, con l’adesione dei partiti socialisti e del movimento sindacale alla guerra imperialistica, adottando la formula traditrice di «difesa della patria», la borghesia non può più difendere il suo regime senza il sostegno dei partiti opportunisti. Con la Rivoluzione d’Ottobre l’opportunismo non può più sottrarsi al totalitarismo statale. È cessata la fase libera-borghese, del «laissez-faire». Il primo dopoguerra è il campo sperimentale della transizione al totalitarismo statale per mezzo della forma fascista. Il secondo dopoguerra è il completamento e l’estensione alla scala internazionale dell’esperienza precedente.
Dal punto di vista tattico la sconfitta della rivoluzione in Germania è da attribuirsi principalmente alla tattica dell’Esecutivo dell’IC, come abbiamo succintamente esaminato, che permise alle forze dell’opportunismo socialdemocratico di battere il proletariato nello scontro diretto, prima ancora che intervenisse il nazismo hitleriano. Nella sconfitta dell’ottobre ’23 Hitler non c’entra, ma sono protagonisti il fronte controrivoluzionario dei partiti socialdemocratici, delle Centrali sindacali e dello Stato. In Italia, invece, il proletariato è stato battuto dal sabotaggio del PSI e della Centrale sindacale, e dall’entrata in campo delle bande, armate e sostenute dallo Stato borghese.
E – ITALIA
Il modo stesso in cui sorse in Italia il PCI spiega le debolezze del partito in Germania, che nacque in modo equivoco, su posizioni d’indecisa rottura netta con la socialdemocrazia, dalle cui suggestioni popolaresche non riuscì mai a liberarsi, in virtù anche dell’erronea tattica di Mosca.
Il partito in Italia sorse con atto vigoroso di volontaria e cosciente separazione dal vecchio PSI e dal suo centro massimalista. È indubbio che fu la presenza di un siffatto partito, sotto la direzione della Sinistra Comunista, che, sebbene numericamente minoritario rispetto agli altri partiti europei, segnatamente al partito di Germania, indebolì la manovra del PSI sì da squalificarlo persino agli occhi della borghesia italiana, la quale dovette appunto ricorrere direttamente alle squadre fasciste e all’esercito per ributtare indietro le falangi proletarie. Più netta sarebbe stata la distinzione delle forze di classe in campo e più chiara agli occhi del proletariato la funzione traditrice del PSI, se anche nel PCdI, sebbene in misura molto più lieve almeno nei primi anni, la tattica dell’Esecutivo Internazionale non avesse trovato compiacenti appoggi. È il caso, per es., della continua pressione sul Centro italiano del partito per l’unificazione del PCdI con la «sinistra» del PSI, con i cosiddetti «terzini», e il debole sostegno di Mosca nella potente martellante azione contro il PSI e la socialdemocrazia in generale e la Centrale sindacale internazionale di Amsterdam.
L’obiettivo della tattica comunista dopo la prima guerra mondiale è la sconfitta della socialdemocrazia e dell’opportunismo comunque denominato. Ma questo riconoscimento non basta. Come non bastò tutto l’armamentario organizzativo del III Congresso dell’IC, non solo per battere l’opportunismo, ma nemmeno per impedire che questi penetrasse nel Partito comunista mondiale.
La questione della tattica, quindi, si configura come la questione centrale per l’IC e per le sue sezioni.
In «Natura, funzione e tattica del partito rivoluzionario della classe operaia» del 1945, in sede di «bilancio storico» della sconfitta della rivoluzione, il nostro Partito scriveva riguardo alla tattica usata dall’IC: «Questa tattica ha provocato solo clamorose sconfitte. Dalla Germania alla Francia alla Cina alla Spagna, le tentate coalizioni non solo non hanno spostate le masse dai partiti opportunisti e dalla influenza borghese o piccolo-borghese a quella rivoluzionaria e comunista, ma hanno fatto riuscire il gioco inverso nell’interesse degli anticomunisti. I partiti comunisti o sono stati oggetto, alla rottura delle coalizioni, di spietati attacchi reazionari dei loro ex alleati, riportando durissime sconfitte nel tentativo, di lottare da soli, o, assorbiti dalle coalizioni, sono andati totalmente snaturandosi sino a non differire praticamente dai partiti opportunisti».
Già con la pregiudiziale astensionista del 1919, cioè con l’indirizzo tattico astensionista, la Sinistra aveva mostrato di possedere una giusta tattica, ma di essere stata impedita a realizzarla in un partito non unitario, in un partito che in realtà era una alleanza forzata di tre partiti, la destra, il centro e la sinistra. La Sinistra aveva individuato che la situazione delle masse era costante e che il partito doveva abbandonare i mezzi legali, doveva, cioè, rifiutarsi di partecipare all’orgia elettorale per indicare alla classe operaia di scendere sul terreno della preparazione rivoluzionaria. La direzione di destra, di fatto appoggiata dal centro, si rifiutò di aderire alla proposta astensionista della Sinistra, e facendo partecipare il partito socialista alle elezioni, si dimostrò incapace di azione rivoluzionaria, nella materiale impossibilità di spezzare l’illusione democratica, che invece si apprestava a trasfondere nelle masse, rese ribelli dalla carneficina, dalle sofferenze e privazioni della guerra e del dopoguerra. La guerra aveva ampiamente messo in luce che il proletariato si stava spostando su posizioni antidemocratiche e antilegalitarie. La conferma la dette il dopoguerra in cui gli operai praticavano ogni giorno scioperi estesi e violenti per difendere la loro esistenza. L’occupazione delle fabbriche ne fu un’altra prova, anche se per la Sinistra in una situazione discendente del processo rivoluzionario.
La scissione di Livorno, poggia, quindi, su queste premesse di ordine tattico. Da un lato la destra e il centro massimalista, democratici, elezionisti, legalitari, dall’altro la Sinistra rivoluzionaria. La maturità delle condizioni storiche della lotta di classe escludeva ormai per sempre le pratiche riformiste, ovvero una politica di riforme del partito proletario in senso autonomo e indipendente dai partiti della borghesia. Il relatore della Sinistra a Livorno così stigmatizzò: «Se ieri collaborazione di classe voleva dire ministri socialisti in un regio ministero, oggi collaborazione di classe vuol dire invece un ministero socialista sovrapposto alla struttura statale dell’oppressione borghese». È stata una sentenza inappellabile che la storia ha puntualmente eseguito.
I socialisti della malora scaricano la «responsabilità» della scissione sui comunisti. Ebbene, è vero. La Sinistra ha voluto, fortemente la scissione. Essa ne rivendica interamente la «responsabilità». Per queste ragioni il PCdI fu «più a sinistra» degli altri partiti dell’IC.
Toccava ora al nuovo partito di classe, al Partito Comunista d’Italia (PCdI), sviluppare coerentemente le ragioni che avevano portato alla scissione del PSI. Il PSI, libero dai freni della Sinistra, s’involava decisamente nel campo della controrivoluzione. Il PCdI, libero dalle pastoie dell’«unità» con altre frazioni socialiste, si lanciava subito a organizzare e potenziare capillarmente l’azione tra le masse proletarie e segnatamente nei sindacati di classe. È qui, nell’organizzazione economica del proletariato, che il partito sapeva di dover trasportare la sua azione per strappare l’iniziativa ai partiti «operai».
Come prima è stato accennato, il partito non è un esercito, ma lo «stato maggiore» della rivoluzione, secondo una suggestiva espressione di Lenin, intendendosi sotto il profilo tattico che l’armata proletaria non solo è esterna al partito, ma anche che, all’infuori delle crisi rivoluzionarie, è manipolata se non monopolizzata, come oggi, dagli stati maggiori delle classi borghesi, cioè dai partiti borghesi e opportunisti. Il partito, quindi, non ha la funzione di «creare» un esercito proletario, perché questo esercito lo crea il modo di produzione capitalistico stesso, esso lo disciplina nelle ferree e inesorabili strutture dell’organizzazione di fabbrica, lo costringe alla lotta quotidiana e di conseguenza lo induce ad associarsi in sindacati economici. È, giusta Marx, un esercito per la borghesia, non ancora un esercito per se stesso. Lo sarà quando, appunto, avrà alla sua testa il partito-stato maggiore comunista. La borghesia, e per essa i suoi partiti politici, il suo Stato e i partiti opportunisti, manovra indefessamente per tenere l’armata proletaria lontana dal partito comunista rivoluzionario.
Da questa constatazione storico-materialistica deriva l’azione tattica del partito, che consiste nel liberare il proletariato dalla influenza del nemico di classe, principalmente agendo in seno all’organizzazione di classe per definizione, le associazioni economiche dove si riuniscono tutti gli operai, di qualunque partito. Il trasporto dell’azione di partito nei sindacati di classe di allora, rispondeva esattamente a questo compito di conquista della direzione delle organizzazioni economiche operaie. Fu la situazione economica, l’offensiva borghese contro la condizione operaia, che suggerì al PCdI la tattica di «fronte unico sindacale» e non l’attitudine dell’espediente originale e geniale, al machiavello infernale escogitato nel laboratorio dell’alchimia politica.