Violenza ed economia
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Se dovessimo stabilire le condizioni economiche e sociali della classe operaia applicando le fredde relazioni della teoria economica, in virtù della quale il salario è, com’è logico che sia, la somma dei mezzi di sussistenza materiale con cui l’operaio riproduce la sua forza-lavoro, elimineremmo nei rapporti tra le classi un elemento che molti vorrebbero morto e sepolto, che i meno cretini scongiurano, e che i nemici dichiarati sono sempre in guardia per debellarlo. Questo elemento è la lotta di classe che determina i rapporti di forza.
La questione vale non solo tra borghesia e proletariato, ma anche tra borghesia e proprietari fondiari, tra strati superiori e inferiori delle stesse classi possidenti, tra azienda e azienda, tra Stato e Stato. Lo disse Marx al «cittadino Weston», in una celebre conferenza, «Prezzo, salario e profitto», che se il proletariato non lottasse quotidianamente per frenare l’ingordigia del capitale i limiti della sussistenza verrebbero abbassati ai limiti dell’esistenza biologica della classe operaia, a detrimento anche del regime capitalistico stesso che si pasce solo di lavoro non pagato, plusvalore. La lotta, quindi, la forza e la violenza determinano il grado di sfruttamento di una classe sull’altra, il grado di sudditanza di uno Stato all’altro.
Il privilegio economico sarebbe impossibile senza la forza della costrizione che non sempre è violenta, nel senso di cruenta, ma assume, a seconda dei casi, forme più svariate di pressione, concussione. Il fine è sempre il mantenimento del modo di produzione capitalista, delle classi, cioè, che traggono dal monopolio dei mezzi di produzione e di scambio il privilegio economico.
Il problema, quindi, che si pone ai partiti politici che aspirano al potere politico non è quello se usare o meno la violenza, ma in quale direzione usarla, vale a dire se usarla per la conservazione degli attuali rapporti di forza tra le classi o se invece usarla per mutarli. Va premesso e ricordato che lo Stato, nell’accezione marxista, è una macchina repressiva, una organizzazione della violenza al servizio della classe dominante. In altri termini la questione di stabilire in quale direzione volgere la violenza di classe si pone a parti arrovesciate per la classe che detiene il potere rispetto a quella che ne è sprovvista. La classe al potere lotta per conservare la sua macchina statale. La classe che non è al potere lotta per distruggere questa macchina.
I partiti politici del campo capitalista si schierano in difesa dello Stato, in difesa sempre del regime esistente. Per i partiti che si richiamano alla classe operaia il problema dovrebbe essere a soluzione univoca, cioè distruzione del regime borghese, abbattimento dello Stato politico delle classi ricche. Diciamo che «dovrebbe» essere questa la risposta di tutti i partiti «operai». Ma così non è, come tutti sanno.
I partiti «operai» costituzionali negano la violenza della classe operaia diretta contro il regime presente, ma ammettono la violenza anche degli stessi operai in difesa dello Stato attuale, così com’è, per esempio, nella guerra tra gli Stati per la difesa del territorio nazionale e dell’economia. Essi proclamano sì la «conquista» del potere, ma con mezzi legali, pacifici, costituzionali, col suffragio maggioritario, al tempo stesso in cui dichiarano di voler difendere le istituzioni repubblicane da qualsiasi minaccia «interna». Come si spiega, allora, la negazione della violenza operaia nei rapporti con la classe borghese e con il suo Stato, e l’accettazione della violenza per la conservazione e la difesa dello Stato dall’«esterno» e dall’eversione sociale? Lasciando da parte la storiella del «pericolo fascista» che, d’altronde, è fronteggiabile non con le forze statali, come storia insegna, ma con le forze della sola classe operaia, vero ed unico, primo e principale bersaglio del fascismo, non resta altra spiegazione che quella di non voler modificare gli attuali rapporti sociali, di conseguenza di non voler abbattere il regime e le classi borghesi.
I partiti «operai» non costituzionali ammettono e proclamano la violenza, ma negando la dittatura di classe esercitata dal Partito Comunista rivoluzionario, di fatto fiancheggiano i partiti costituzionali e approdano alle stesse finalità pur dando l’impressione estetica di stare sul fronte opposto.
Se volessimo tracciare la storia dell’economia nelle molteplici forme in cui si è svolta, saremmo costretti a far intervenire la violenza non come elemento perturbatore, secondo i teorici idealisti, ma come elemento necessario e involontario. Una classe può conquistare il potere anche senza spargimento di sangue (ma violenza è anche la semplice minaccia), ma per mantenerlo deve respingere le forze armate delle classi sconfitte, e quindi deve darsi una organizzazione militare e repressiva adeguata, lo Stato appunto. Ma qual è quella classe che si fa espropriare del suo patrimonio e del suo potere, del suo privilegio, senza reagire violentemente? Non ne abbiamo conosciuta alcuna.
Ammettiamo per un attimo, per ritornare alla contingenza, che il «nuovo modello di sviluppo» sia effettivamente una formula di produzione superiore rispetto a quella capitalistica, come si va oggi predicando dai pulpiti del PCI, del PSI e dalla fungaia di «sinistre» parlamentari ed extra. Scordiamo per un attimo le continue ed insistenti profferte di collaborazione a tutte le forze «sane» del paese, come si esprimono i partiti popolari, cioè a tutte le classi «industriose» tra cui la borghesia, ad eccezione, forse, della sola mafia tradizionale.
Ci domandiamo, fatte queste riserve, come possa essere possibile la instaurazione di questo fantomatico «nuovo» modo di produrre senza ricorrere alla violenza contro quelle forze che dovranno essere soppiantate, se ci sono. O in realtà nulla v’è di «nuovo», e quindi si tratta solo di sostituire qualche persona, ed è la giusta soluzione; ovvero i novatori se vogliono riuscire nell’impresa «storica», devono armarsi anche nella più ottimistica prospettiva che il «nemico» si arrenda, dovendo utilizzare il «potere» conquistato per spogliare il vinto del privilegio economico. Sulla carta esiste anche una terza ipotesi, quella che i novatori siano degli ingenui pacifisti, dei sognatori armati solo di «incrollabil speme e fede ardente». In tal caso, i «profeti disarmati», sarebbero battuti ancor prima di mettersi in marcia.
In ogni modo la questione ridotta ai minimi termini si scioglie così: nessuno vuol cambiare nulla della struttura economica, cioè delle basi materiali su cui poggia la vita sociale. La stessa considerazione vale anche in riguardo al solo aspetto politico, cui si ridurrebbe in definitiva tutta l’operazione «rinnovatrice». Escluso il «rinnovamento economico», resterebbe il rinnovamento politico, sul cui significato le parole de l’Unità non lasciano dubbi: «solo una forza onesta ha l’autorità per invitare i lavoratori a fare il necessario sforzo»! La «forza onesta» è il PCI che, giustamente, è l’unico che abbia l’autorità presso i lavoratori per indurli ad accettare nuovi e più pesanti sacrifici economici e materiali a difesa dell’economia, della produzione, dello Stato. Per modificare l’assetto economico occorre il potere politico, il maneggio della macchina statale. Non ci sono dubbi. Il PCI dice: andiamo al potere dello Stato. Ma se l’uso dello Stato, ammesso che una classe possa utilizzare per sé lo Stato di un’altra classe, non serve a modificare le basi economiche, che se ne fa il PCI dello Stato? Se il PCI e alleati non intendono espropriare la borghesia, come dichiarano ogni giorno e sono sicuri, a che pro il potere? La risposta è una sola: «per invitare i lavoratori a fare il necessario sforzo» di riassestare l’economia capitalistica.
È chiaro, allora, che per ottenere questo risultato non occorre violenza contro le classi possidenti, anzi occorre il loro apporto e appoggio, che sta crescendo come lo attestano le serenate di Agnelli, gli approcci dei piccoli e medi borghesi. Al massimo sarà necessario qualche scapaccione all’immancabile ritardato mentale che non afferra che quelli manco si sognano di espropriare le classi privilegiate.
Domanda per controprova: e se gli operai, sotto l’incalzare caotico della crisi economica mondiale, disperati si ribellano allo Stato governato da PCI e soci, minacciandone l’esistenza, il governo «nuovo», popolare, «moralizzatore», starà a guardare, o userà la macchina violenta dello Stato contro i proletari?
La risposta è facile: il governo popolare, qualsiasi governo, se non vuol abdicare a favore di un altro governo più «forte», non ha altra scelta che sparare sugli operai ribelli.