Partito Comunista Internazionale

Sciopero generale – la classe operaia nel mortifero abbraccio col « popolo »

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Per partiti e sindacati la manifestazione del 25 marzo è stata promossa con un solo ed unico scopo di classe: mantenere bloccati gli operai alla loro politica di pace sociale, di equilibrismo permanente tra interessi inconciliabili, quali sono quelli degli operai e dei padroni.

Una prova marginale, ma significativa, è data dal furore con cui hanno denunciato le violenze di Milano e Bergamo, che avrebbero turbato la «civile protesta popolare». Essi sono feroci avversari di qualsiasi perturbazione, anche di quelle meteorologiche se potessero evitarle. Tant’è che persino nei confronti della DC e del governo fantasma di Moro mantengono un atteggiamento «prudente», accomodante sino al punto di non osare un voto contrario in Parlamento se prima non sono sicuri che non sarà determinante a metterlo in crisi. In condizioni diverse è la stessa codardia politica del cosiddetto antifascismo spagnolo verso il governo franchista del Juan Carlos. La parola d’ordine di tutti è quella del trasformismo con le pantofole, senza rompere nulla, per significare che in fondo si tratta di mutare scena per recitare la stessa commedia, quasi a dimostrare che loro sono più bravi dei Mussolini e degli Hitler. Infatti, che bisogno c’è di far confusione, quando quelli che devono essere menati per il naso, gli operai, appunto, sono da decenni assuefatti al silenzio di classe? Che bisogno di parlare di classe e di lotta di classe quando il fascismo, prima, e la democrazia, dopo, hanno abituato le orecchie proletarie alle viscide parole di «popolo», «popolare», «nazionale»? La pace, quale che sia, è inscindibile dal silenzio e dall’ovattamento. I pacifisti usano solo chiacchiere, sonniferi e, al momento giusto, pistole col silenziatore. Per questo non può piacere ai bonzi che gli operai della Montedison di Porto Marghera abbiano bloccato gli impianti a ciclo continuo, che gli operai dei reparti di verniciatura dello stabilimento Fiat di Rivalta abbiano abbandonato senza preavviso il posto di lavoro, e che i disoccupati di Napoli abbiano, stufi di promesse non mantenute, fatto esplodere la loro collera, scontrandosi con le forze dell’ordine borghese, anche essi senza prima consultarsi con i bonzacci.

In tal modo lo sciopero del 25 marzo è stato di alto gradimento da partitacci e bonzerie, perché vi ha aderito il «popolo», perché attorno agli operai delle fabbriche si è stretto il cerchio pestilenziale dei «ceti medi produttivi», della piccola e media borghesia, studenti, contadini, artigiani, commercianti, intellettuali, pennivendoli, insomma di tutta la variopinta banda delle mezze classi corruttrici e soffocatrici di qualsiasi sentimento classista.

PCI, PSI e sindacati nazionali sanno bene che una delle garanzie che il proletariato non si solleverà dall’attuale stato di prostrazione è quella di circondarlo di falsi amici, i quali sperano così di salvare le loro botteghe, i loro spesso piccoli e miseri privilegi, attaccandosi al gigante. Così facendo, però, nulla salvano e gli impediscono di esprimere tutta la sua incalcolabile forza liberatrice.

Se questo è il significato che i traditori hanno dato al 25 marzo, sono certamente diverse e opposte le intenzioni con cui i proletari hanno sacrificato mezza giornata di salario nella loro condizione economica fortemente indebolita dalla crisi in atto. Gli operai partecipano a qualunque sciopero non per i begli occhi della Nazione, dello Stato, dei bottegai, e neppure dei Lama, Storti e Berlinguer. Essi entrano in lotta per difendere il pane e il lavoro, certi di impaurire governo e padroni, ignari, però, che la forza che essi rappresentano serve a ben altri scopi, che lo sciopero viene utilizzato come uno sfogo di rabbia accumulata nel tempo. Essi sono fiduciosi che i loro dirigenti proteggano i loro interessi economici; confidano che i loro partiti assurgano ad un governo di giustizia sociale per allontanare le cause del dissesto economico. Essi devono ancora sperimentare direttamente la reale portata della politica pacifista dei loro capi, le vere intenzioni nascoste dietro la coreografia democratica e cosiddetta antifascista. Ma intanto toccano con mano lo sgretolarsi quotidiano dei loro salari e avvertono che la richiesta di 30 mila lire mensili di aumento salariale è ben misera cosa, che ogni giorno centinaia di compagni vengono espulsi dal lavoro, che le speranze reali di ritrovare un posto di lavoro si dileguano per l’estendersi di una crisi, che è appena agli inizi e investe sistematicamente tutti i settori produttivi nazionali e internazionali.

Il costo della vita in un solo mese è aumentato del 2,2%, che fa circa il 30 per cento in un anno, e il salario dovrebbe aumentare di altrettanto per tenere il passo con l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. Ma così non è. La lira ha perso circa il 25% del suo valore nel giro di un mese e quando le scorte di materie prime si saranno esaurite e i prezzi delle merci sul mercato mondiale saranno proibitivi e la necessità di rovesciare la produzione verso l’estero si restringerà per effetto di una concorrenza «protettiva» crescente, con conseguente riduzione ulteriore della produzione, gli operai verranno espulsi dal lavoro a milioni, e su tutta la classe esploderà la miseria di questa società.

Com’è possibile, allora, mantenere una «pace» abnorme tra sfruttati e sfruttatori, un’«alleanza» mostruosa tra proletari e servi dichiarati dei loro carnefici?

Come conciliare, allora, le intenzioni di classe dei proletari con le intenzioni di collaborazione di classe dei loro capi? Il cordone si spezzerà, dovrà spezzarsi, e il proletariato sarà finalmente libero di schierarsi sul fronte della difesa dei suoi interessi immediati con tutti i mezzi, senza esclusione di colpi.