Il riformismo dalla democrazia al fascismo
Categorie: Antifascism, Fascism, Opportunism, Stalinism, Third International
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Oltre 40 anni separano i giorni nostri dalla degenerazione, e poi dalla distruzione di un organismo di battaglia, di un patrimonio teorico e di lotta che sembrava conquista definitiva nella storia del proletariato rivoluzionario; la sconfitta della rivoluzione internazionale; il passaggio del primo stato della dittatura proletaria nel campo borghese, la bestemmia del socialismo in un solo paese, un secondo carnaio imperialista, l’infamia dei blocchi partigiani. 40 anni di controrivoluzione che pesano sulle spalle di un proletariato ingabbiato nei partiti dell’opportunismo; ed una ripresa che appare ancora lontana malgrado i primi deboli conati di azione autonoma degli operai, le prime spinte antiriformiste.
Con questo bagaglio di esperienza storica, che il Partito della Rivoluzione ha sintetizzato nelle alterne vicende di vittorie, sconfitte e tradimenti al proletariato, trattare alla luce di questi 40 tragici anni trascorsi la forma attuale dell’opportunismo, significa trattare dello stalinismo – con questo nome i comunisti definiscono la modalità con cui si è determinata la controrivoluzione, astraendo dalle vicende individuali di capi traditori – anche se il mosaico di «aggiornamenti», «correzioni teoriche», di «nuove scoperte organizzative» si arricchisce giorno dopo giorno, nelle teorizzazioni di mille gruppi e ducetti del momento, di nuove intricate tessere tutte però facilmente riconducibili ad errate teorie di tempi lontani. L’avversario opportunista si presenta essenzialmente sotto l’aspetto dello stalinismo, e da un punto di vista storico occorrerebbe analizzare il sorgere, lo svilupparsi ed il primeggiare di questa forma, peculiare della sconfitta e degenerazione del primo Stato a dittatura proletaria della storia. Ma anche se questa è la sua caratterizzazione attuale, è importante per averne una conoscenza, anche parziale, analizzarne i metodi e la natura, sorvolando sulle vicende storiche delle varie forme con le quali si è manifestato nel tempo, considerandone invece solo l’ideologia, come si è determinata e cristallizzata, sino alle posizioni «odierne».
Con questo criterio, descrivere i metodi dell’opportunismo, che non è un partito, ma un movimento che comprende più partiti, più correnti, un complesso di dottrine e teorie e le cui radici affondano nella storia anteriore al 1914, richiede una analisi che si spinga agli inizi del secolo. Da un punto di vista generale, quando noi marxisti rivoluzionari parliamo di opportunismo, consideriamo il periodo storico che dal 1914 arriva sino oggi, quasi 60 anni di storia non del movimento rivoluzionario del proletariato, ma di tendenze, forze, che pur richiamandosi all’azione di classe, l’hanno stornato dalla via maestra della rivoluzione l’hanno legato al carro della conservazione borghese. Già da questo cenno una prima caratterizzazione dell’opportunismo come quinta colonna del capitalismo nelle fila del movimento operaio, è – la definizione è di Lenin – «socialismo a parole e tradimento nei fatti».
Ma una serie di definizioni non può bastare a spiegare un fenomeno così complesso, che una descrizione delle sue caratteristiche esteriori non renderebbe conto di quanto esso sia differente nella sostanza, pur se riconducibile nel quadro composito dei suoi metodi di azione ed ideologie, ad altri «metodi» di direzione del proletariato, con i quali il marxismo rivoluzionario in tempi diversi, ebbe a scontrarsi sul piano della teoria e poi su quello dell’azione pratica; ed abbiamo detto «metodi di direzione» della classe operaia, che in differenti epoche convissero, perché è necessario chiarire che l’opportunismo, nel riassumerli tutti, sindacalismo, operaismo, riformismo, costituzionalismo, pacifismo tipico dell’epoca imperialista, non è un metodo nel senso storico sopra accennato.
FINO ALLA GRANDE GUERRA
È quindi necessario ripercorrere alcune tappe della storia della «nostra» classe, anche per sgombrare il campo dalla visione tipica dell’idealismo radicale piccolo borghese, per cui la teoria, e di conseguenza anche l’azione rivoluzionaria, sorgerebbe dal seno stesso delle «masse», che troverebbero per virtù intrinseca propria la strada della rivoluzione, cosicché il partito si ridurrebbe ad una pura organizzazione il cui solo compito è di stimolare acconciamente questa speciale «ghiandola rivoluzionaria» magari con gesti esemplari, e poi accodarsi al movimento in atto; visione ideologica, che non comprende come la teoria sia un dato esterno alla classe, e che la storia «sceglie» tra le varie teorie, la giusta, la corretta.
Il proletariato infatti fin dal suo sorgere, conobbe lo svolgersi di due metodi nella conduzione delle sue lotte, quello rivoluzionario e quello pacifista costituzionale; il primo è il nostro il marxista, all’altro appartengono i movimenti anarchici e prudhoniani piccolo borghesi. Ancora, il metodo pacifista costituzionale è caratterizzato da due filoni, quello gradualista riformistico, e l’operaismo sindacalista. Da un punto di vista politico, c’è stata al sorgere della prima Internazionale, una precisa opposizione fra i metodi rivoluzionari anarchici e quelli marxisti, nella quale la frazione anarchica si batteva per un federalismo piccoloborghese contro il centralismo dei marxisti; tra i due c’è stata tuttavia convivenza, sino ad un certo momento, nel crogiolo della lotta contingente della classe operaia e ne sono prova le lotte sindacali e di difesa in Inghilterra ed in Francia nelle quali l’elemento anarchico non era in contraddizione con l’elemento scientifico costituito dal pensiero marxista che si stava elaborando nella I Internazionale. La rottura di questa convivenza, la scelta che la storia stessa opera in favore della prassi e del pensiero marxista, a seguito di avvenimenti che in questa sede non è il caso di ripercorrere, espelle definitivamente il metodo anarchico dal seno della classe operaia. Un’altra convivenza storica si ha tra il metodo riformista e quello marxista rivoluzionario all’interno della II Internazionale; essi, impiantatisi nel proletariato, e discendenti dalle stesse comuni radici (dirà Turati, al Congresso di Livorno nel 1921 «siamo tutti e due figli del Manifesto») non si scontrano in un urto così violento da spezzare l’organizzazione, anche se la frazione rivoluzionaria non cessa mai la critica martellante contro quella riformista; tutto ciò sino allo scoppio della prima guerra mondiale, allo scontro diretto cioè degli Stati capitalistici, che «smentisce» storicamente la «ipotesi» gradualistica e addita all’azione proletaria la sola via della rivoluzione violenta; i partiti riformisti nazionali, aderiscono, in vario modo, e con sfumature differenti alla guerra, le frazioni rivoluzionarie vi si oppongono in nome della guerra tra le classi. L’adesione alla guerra avviene non nello stesso modo per tutti i partiti riformisti; dall’appoggio diretto della socialdemocrazia tedesca, all’equivoco «né aderire né sabotare» del PSI, mentre l’altro polo di questa tendenza, che testimonia come essa ancora fosse legata al proletariato, ben può essere caratterizzata dal rifiuto di Jean Jaurès, che si dichiara contro le guerre in nome di un pacifismo umanitario non nostro, gesto nobilissimo, ma non da iscriversi nella tradizione rivoluzionaria del proletariato; è però sintomatico che un simile atto non si ritrovi più da parte dell’opportunismo alla vigilia della II Guerra mondiale. Il riformismo fu quindi un metodo di conduzione dell’azione proletaria, a sua lode vanno ascritte la formazione di poderose organizzazioni sindacali, l’utilizzo legale dei mezzi che la lotta del proletariato metteva a disposizione per conquistare «nuovi fortilizi» – Engels stesso si esaltava per la elezione di operai nei parlamenti, perché un drappello della classe in essi significava incepparli, intaccarne le fila, sabotarne il funzionamento. Il 1914 segna quindi la fine non di un metodo ma di tutti i metodi di direzione della classe operaia che non si schierino su un unico fronte che le vicende storiche e le lotte di quasi un secolo hanno indicato, quello del marxismo rivoluzionario. Crollano nel 1914 i miti anarchici (col tragico epilogo della guerra di Spagna del 1936), già scartati all’inizio del ‘900, crolla la tendenza anarco-sindacalista soreliana, ancora presente come frazione in alcuni partiti socialisti, e che pure aveva avuto un benefico effetto – anche se in senso non corretto – quando si era opposta alla collaborazione aperta con lo Stato che da parte del sindacalismo «ufficiale» veniva attuata, anche se in modo mille volte meno fetido che oggi. In Italia il Congresso di Bologna del 1919 e di Livorno del 1921 segnano bene la cristallizzazione e lo scontro definitivo fra riformismo e ala rivoluzionaria. Cadono tutti i metodi solo rimane il marxismo rivoluzionario; è da questo punto in avanti che si caratterizza il fenomeno dell’opportunismo.
Lasciamo parlare Lenin (lo scritto è del 1913) che martella le caratteristiche di classe di questo «fenomeno storico»:
«Che cosa rende inevitabile il revisionismo nella società capitalistica? Perché il revisionismo è più profondo delle particolarità nazionali e dei gradi di sviluppo del capitalismo? Perché in ogni paese capitalista esistono sempre, accanto al proletariato, larghi strati di piccola borghesia, di piccoli proprietari. Il capitalismo è nato e nasce continuamente dalla piccola produzione.
Nuovi numerosi «strati medi» vengono inevitabilmente creati dal capitalismo (appendici della fabbrica, lavoro a domicilio, piccoli laboratori che sorgono in tutto il paese per sovvenire alle necessità della grande industria). Questi nuovi piccoli produttori sono pure essi in modo inevitabile respinti nelle file del proletariato. È del tutto naturale quindi che le concezioni piccolo borghesi penetrino nuovamente nelle file dei grandi partiti operai. È del tutto naturale che debba essere così e sarà sempre così, sino allo sviluppo della rivoluzione proletaria, perché sarebbe un grave errore pensare che per compiere questa rivoluzione sia necessaria la proletarizzazione «completa» della «maggioranza della popolazione».
Mentre poche righe sopra:
«Il complemento naturale delle tendenze economiche e politiche del revisionismo è stato il suo atteggiamento verso l’obiettivo finale del movimento socialista. Il fine è nulla, il movimento è tutto – queste parole alate di Bernstein esprimono meglio di lunghe dissertazioni l’essenza del revisionismo. Determinare la propria condotta caso per caso, adattarsi agli avvenimenti del giorno, alle svolte provocate da piccoli fatti politici; dimenticare gli interessi vitali del proletariato e i tratti fondamentali di tutto il regime capitalista, di tutta l’evoluzione del capitalismo; sacrificare questi interessi vitali ad un vantaggio reale o supposto del momento, tale è la politica revisionista. Dall’essenza stessa di questa politica risulta chiaramente che essa può assumere forme infinitamente varie e che ogni problema più o meno «nuovo», ogni svolta più o meno imprevista o inattesa – anche se mutano il corso essenziale degli avvenimenti in una misura infima per un brevissimo periodo di tempo – devono portare inevitabilmente all’una o all’altra varietà di revisionismo».
Nello stesso modo niente di nuovo, né da un punto di vista di classe, né da un punto di vista dei contenuti, porta l’opportunismo odierno, nato sulle rovine della III Internazionale, rispetto a quello che Lenin definiva «tradimento nei fatti». L’invarianza storica del programma della rivoluzione, ammette la stessa invarianza del tradimento opportunista; esso si ripresenta, dopo ogni sconfitta storica del proletariato, con lo stesso bagaglio piccolo-borghese, la stessa visione evoluzionistica, la stessa ideologia progressista che vede uno sviluppo ininterrotto dei rapporti sociali, e non il trapasso rivoluzionario da una forma all’altra.
Le «riforme», l’utilizzo di metodi che il marxismo non ha mai per principio respinti, ma che ha visto soltanto come strumenti tattici, vengono usati adesso, insieme a strumenti e modi caratteristici della classe avversaria con la sola funzione di tener legato il proletariato allo Stato borghese; il vecchio riformismo cambia natura, o meglio percorre fino in fondo il cammino che gli avvenimenti lo costringono a percorrere, ed uscito completamente dall’ambito del socialismo, si schiera a difesa delle borghesie nazionali, ponendosi come strumento di armonizzazione nella compagine statale capitalista: ed allorquando il proletariato insorto, ad «armonizzarsi» con l’avversario non sarà per niente disposto, come nel 1919 in Germania, non esita ad assumersi in prima persona l’azione repressiva statale.
La guerra imperialistica porta all’estreme conseguenze lo sviluppo e la contrapposizione degli ingranaggi di direzione politica delle due classi storicamente antagonistiche; la classe operaia produce come punto più alto della sua coscienza ed azione rivoluzionaria la Terza Internazionale Comunista, la classe borghese esperisce sino in fondo il suo meccanismo di lotta controrivoluzionaria, il fascismo: tra queste due formidabili guide politiche, nel periodo dal ’19 al ’25, lo scontro è aperto per la soluzione del problema dello Stato.
Ma anche l’opportunismo ha giocato il suo ruolo controrivoluzionario nel gettare disarmata la classe operaia nella morsa della repressione borghese; ed una volta che si è specificato come esso riunisca in sé tutte le tendenze e le ideologie che hanno caratterizzato il movimento operaio fino al 1914, risulta fertile ed importante spiegarlo attraverso la caratterizzazione del fascismo.
SULL’ALTRO FRONTE
Distrutta dallo stesso procedere storico l’illusione che il riformismo potesse raggiungere le finalità del socialismo ed avesse un senso prima della conquista del potere politico e la distruzione dell’apparato di dominio della classe avversaria, diventato nelle mani dell’opportunismo un metodo di azione che sfocia in una attività a solo favore dell’irrobustimento dello Stato borghese, come si comporta il fascismo dal punto di vista delle riforme? Esso agisce come il vero riformismo di Stato, gradualismo di Stato, sindacalismo di Stato.
I marci opportunisti odierni, ubriachi della parola «riforme» sotto l’ala statale, fingono di ignorare che il vero movimento «riformatore» è stato il fascismo, nel campo sindacale e in quello politico. La tanto decantata «unificazione sindacale», ovvero il formale definitivo inserimento delle organizzazioni economiche operaie nella compagine statale, proprio il fascismo la realizzò, distruggendo fisicamente, dall’esterno la gloriosa CGdL pur minata dall’interno dai bonzi d’allora; oggi, con 40 anni di ritardo è ripercorsa la stessa strada. Ancora, la «riforma dello Stato», ovvero il suo irrobustimento fu opera del fascismo, condotta con la violenza contro il proletariato schiantato dall’azione disgregatrice della socialdemocrazia.
La stessa volontà di rendere più saldo lo strumento di dominio della classe avversaria anima oggi l’opportunismo, sotto i belati ad uno Stato più «giusto, morale, democratico». Gridano ad una economia malata, da risanare, al sovvenzionamento delle piccole industrie, ai capitali che non «vanno in investimenti produttivi», elevano preci alla statalizzazione dell’industria, panacea per vincere ogni malanno che colpisca la loro amata economia, ma proseguono in modo di gran lunga più deteriore, la stessa politica di puntellamento dello Stato borghese. Tolte le effigi nere, sostituite con quelle tricolori, hanno proseguito fedeli alla degenerazione che ha distrutto l’Internazionale Comunista sul cammino che l’abbattuto regime aveva percorso e che a sua volta aveva ereditato dalla socialdemocrazia.
L’ormai definitivamente raggiunto ambito borghese non offre loro alcuna «soluzione» originale: sotto le mentite spoglie delle vie nazionali al socialismo, rimane l’armamentario del metodo fascista, perché la storia stessa ha sgombrato il campo alle soluzioni intermedie.
È quello fascista in definitiva il metodo più adatto e «moderno» per la direzione dello Stato, cioè il fascismo costituisce la giusta sovrastruttura politica del capitalismo in epoca imperialistica; si potrebbe definire il fascismo come un tipo di opportunismo diretto dallo stesso partito della borghesia contro il proletariato, anziché diretto da partiti pseudooperai. Riformismo, gradualismo, sindacalismo, esercitati, anziché da partiti diversi, dallo Stato in prima persona; e questo porta a dire che il fascismo è la manifestazione politica del totalitarismo statale.
Lo sviluppo delle forze del capitale segue la direttrice irreversibile della massima concentrazione e della massima centralizzazione nella sovrastruttura politica, in tal senso lo Stato, come vertice della piramide del sistema capitalistico non può essere che il totale monopolizzatore delle forze dell’insieme della società capitalistica.
Lo Stato diviene quindi l’elemento polarizzatore di ogni forza e raggruppamento che si ponga l’obiettivo del potere; al di fuori del campo della rivoluzione proletaria e del comunismo, soltanto l’apparato di dominio della classe avversaria esiste e domina ed un segno patente è dato da tutti quei cosiddetti partiti politici, vere escrescenze degenerative che con il loro tentato assalto alla corriera, avrebbero preteso di arrovesciare i rapporti di forze gridando in parlamento «Viva la rivoluzione» ad altissimi stipendi. È perciò naturale che l’opportunismo, in tutte le sue correnti e manifestazioni politiche e sindacali, difenda ad ogni modo la forma democratica del governo statale; non perché in essa l’attività per l’emancipazione del proletariato risulti più facile, ma perché è la sola che gli permetta di esistere all’interno della struttura statale con una precisa funzione, la sola che gli renda possibile accederne al governo; è in questa fase che può svolgere meglio una attività a favore dello Stato, senza intaccarne le fondamenta senza minarne i principi; è in questa fase che si rende garante con la sua influenza nelle file del proletariato che esso non si ponga come forza antagonistica organizzandosi per l’attacco diretto. Una conferma di questa costante storica la possiamo vedere nei fatti passati se consideriamo che al partito fascista, fin dalle sue origini, aderirono esponenti del sindacalismo rivoluzionario anzi lo stesso partito socialista tentò debolmente l’imbarco nel governo per salvare la faccia ad una democrazia ormai inesistente.
Abbiamo detto che il fascismo porta tutte le stigmate tipiche della socialdemocrazia; questo significa, tra l’altro, che assomma le caratteristiche delle organizzazioni politiche di massa: quello che in più possiede è una organizzazione militare autonoma. La socialdemocrazia, anche la più truce e sanguinaria, nella sua battaglia contro il proletariato insorto, non l’ha mai posseduta, ma ha dovuto usare quella dello Stato.
Basandosi anche su questo elemento, la messa in campo di un apparato autonomo, l’opportunismo spaccia lo Stato sotto il governo fascista come diverso dal vecchio stato liberale; lo Stato «fascista» come dicono loro sarebbe una Stato dittatoriale; una forma diversa di Stato, ancora, sarebbe sorto dopo la seconda guerra mondiale uno Stato conquistabile democratico: il modello di lor signori in questo senso è il celeberrimo e truce «Stato popolare nato dalla resistenza».
È viceversa antica tesi del marxismo rivoluzionario che la natura dello Stato organo di dominio di una classe, e di una sola, non cambia, non si muta; solo è da distruggere per la sostituzione con una altra forma di Stato, che corrisponda agli interessi di un’altra classe. Lo Stato della dittatura proletaria è Stato totalitario; totalitario è malgrado le laide menzogne dell’opportunismo, lo Stato della borghesia, quale che sia la mano, o le mani che ne reggono il timone, ovvero sia la sua forma di governo democratica o fascista.
Senza volerci addentrare nella teoria marxista dello Stato, basta osservare che mentre è la stessa concentrazione delle forze produttive a richiedere una sovrastruttura politica «totalitaria», è una ironia – confermante però la potenza del nostro metodo – che proprio gli assertori sfegatati dello Stato bilaterale, conquistabile, sotto la vernice demagogica siano anch’essi dei feroci statolatri, tutto vedano risolto nello Stato, sintetizzatore, nelle loro dementi intenzioni, del contrasto storico capitalismo proletariato. È paradossale, ma soltanto formalmente, che l’opportunismo abbia in definitiva come obiettivo storico una forma mascherata di corporativismo.
Tutte le teorizzanti odierne dei partiti stalinisti nell’area occidentale, e l’azione che quotidianamente svolgono, mirano appunto a questo. Cos’altro sono in definitiva i «compromessi storici», le «vie nazionali di socialismo» se non il sanzionamento, nei fatti, anche se a parole se ne fanno i più strenui paladini, della liquidazione di ogni dinamica parlamentare? Nell’abbraccio della Grosse Koalition sparisce ogni dialettica democratica opposizione-maggioranza, anche se tutto questo viene chiamato da costoro «sviluppo ad un gradino più alto della democrazia», e dovrebbe costituire un passo ulteriore verso il socialismo.
Sul termine «sviluppo» si può anche concordare, solo si precisi che è l’ultimo sviluppo della democrazia: quello della sua morte, come metodo di governo; i vari compromessi storici, nelle forme particolari che le condizioni nazionali dettano, sono l’epigrafe sulla tomba di questo cadaverino. Di pari passo, sul piano ideologico, si assiste – ed a volte anche con un certo divertimento, data la miseria intellettuale, l’imbarazzato dilettantismo di queste ponzate – a teorizzazioni sempre più accentuate della dissoluzione nel corpo sociale della classe operaia, passata da «forza egemone nel blocco nazionale», sostituzione gramsciana della formula della «dittatura del proletariato» sulla falsariga dei fronti unici, governi operai, governi operai e contadini, all’odierno «blocco storico» dei Berlinguer e Marchais, secondo il quale la classe operaia perde anche la funzione «egemone» che pure Gramsci le destinava, per trovarsi gruppo statistico di individui in una specifica posizione nel processo produttivo, accanto ad altri strati, ad essi equivalente come «peso» sociale, ai cui interessi ha da piegarsi ove l’economia nazionale o regioni elettorali lo impongano.
La democrazia «si sviluppa», il proletariato affonda; come avanzata verso il socialismo non c’è male.
Del resto non rimane loro gran ché da inventare; la vecchia forma democratica, ripetiamo è morta col tramonto del liberalismo dopo la prima guerra mondiale, le attuali democrazie nulla più avendo a che vedere, se non per aspetti fallaci esteriori, con la democrazia liberale. In questo senso noi comunisti diciamo che il fascismo, sconfitto alla scala militare non da un movimento di classe – come vogliono farci intendere costoro, – ma dalle «democrazie» che allora essi chiamarono progressiste, ironia dei nomi!, ha vinto in tutto il mondo alla scala sociale come sistema per la conduzione statale. Scomparso nelle sue forme esteriori, scomparsa la sua milizia armata, passati nelle mani del braccio armato statale i «santi manganelli» scomparso nella caratteristica di partito unico, ha continuato a vivere e prosperare in una forma che non aveva più nulla in comune se non il nome, con la democrazia dei parlamenti borghesi, ma a cui hanno dato tutto l’appoggio i traditori di una fulgida storia di battaglie proletarie mistificandola nel seno della classe operaia come la prima tappa, la premessa indispensabile della strada verso il socialismo.
Il primo provvedimento che in Italia il governo di coalizione prese, fu la restaurazione del dissolto esercito nazionale, per lanciarlo non in una lotta contro l’internazionale nemico borghese ma per la continuazione di una guerra tra capitalismi che da 4 anni martirizzava l’umanità intera. L’irrobustimento poliziesco dello Stato fu immediato, non appena le funzioni statali passarono dalle mani delle truppe di occupazione anglo-americana (eccellente strumento di repressione antiproletaria, che suppliva assai bene uno Stato italiano «momentaneamente assente») a quelle del governo di coalizione nazionale, quando i comandi alleati compresero che potevano fidarsi di tale organismo, il cui primo esordio fu un atto di subordinazione nei confronti del capitalismo internazionale. E la ricostruzione dei sindacati cosiddetti di classe avvenne su provvedimenti che negavano alla classe operaia ogni lotta che non fosse compatibile col piano di ricostruzione nazionale – prima ricostruire, poi rivendicare – quasi si trattasse di costruire il socialismo dopo la rivoluzione proletaria.
È ancora la più terribile vergognosa lotta indicata agli operai, per la repubblica contro la monarchia «che aveva portato allo sfacelo l’Italia», per dare una vernice di nuovo e di sopportabile al sistema parlamentare rinverdendo un metodo che già nel ’19 aveva minato l’azione rivoluzionaria proletaria: negazione assoluta della distruzione dello Stato capitalistico, conquista legale del potere col solo metodo parlamentare, negazione della difesa economica del proletariato legata alla lotta politica per la conquista del potere. È proprio questo il programma della piccola borghesia, delle aristocrazie operaie che è stato imposto dai partiti traditori al proletariato, reduce da quella sconfitta terribile che fu la distruzione dall’interno del suo partito unico internazionale prima, e dalla spietata azione repressiva della borghesia poi, fiaccato nel secondo massacro imperialista.
VITTORIA TEORICA DEL MARXISMO
Fisicamente priva della sua organizzazione di indirizzo teorico e di lotta, del suo partito, la classe operaia si è espressa per bocca dell’opportunismo con ideologie, metodi di azione che non sono i suoi; ridotta a classe statistica non ha retto alla pressione fisica della piccola borghesia che ha contrabbandato nel suo seno gli interessi del capitalismo. L’opportunismo è proprio il rappresentante dell’ideologia di questi strati intermedi, l’alleanza che esso spaccia con la piccola borghesia, è una alleanza a senso unico, è il dominio di mezze classi e forze che tendono soltanto al mantenimento dello «stato di cose attuale».
In questo senso il bilancio del fallimento di tutti quei raggruppamenti ed organizzazioni più o meno estese, che si muovono ad una sedicente sinistra dell’opportunismo ufficiale, deve essere tirato non sulla scorta dell’azione più o meno di «successo», nello spazio di brevi anni della loro effimera vita, ma su tutto l’arco della storia della formazione e del consolidarsi del programma della rivoluzione, della lotta e della selezione che si è determinata in suo favore, di contro a tutte le altre scuole, di cui i «moderni» innovatori sono soltanto gli sconci epigoni. Lenin, in un articolo del 1913, sempre rivolgendosi agli opportunisti di allora, specifica come la «vittoria teorica» del marxismo costringa i suoi avversari a travestirsi da marxisti; l’affermazione è perfettamente valida a maggior ragione oggi, che le rimasticature di un Proudhon e le teorizzazioni anarco-sindacaliste alla Sorel si spacciano sotto il nome di «comunismo», che le fole consigliariste alla Gramsci, che già non ressero alla prova dei fatti in quell’incandescente biennio, cui ben altra era la temperatura sociale, siano oggi rifritte come il non plus ultra dell’organizzazione, la panacea per dare nuovo vigore al «movimento». L’ideologia democratica tutti li accomuna; sepolta dal fango opportunista la dottrina invariante della rivoluzione, esclusa dalla storia stessa ogni «novità», ogni altra «scoperta», alla piccola borghesia radicale niente altro è rimasto che teorizzare il vecchio, e sulla scorta di un passato morto e sepolto, rimettersi in moto nell’ubriacatura del gesto risolutore, della frase rivoluzionaria.
Lo stesso trotzkismo, che pure nella persona di uno degli artefici dell’Ottobre, condusse una dura battaglia contro la degenerazione staliniana, ha tratto dai fatti non la lezione rivoluzionaria, ma quella democratica e si è perso prima nella palude dei famigerati «fronti unici», per poi sparire nella fungaia dei senza programma. Paradossalmente – ma solo in apparenza – la comune ideologia democratica, nelle forme antifascista e riformista, lo mette dalla stessa parte dei «persecutori» di ieri, degli stalinisti incarogniti nella versione «cinesizzante»; «mobilizzare» le masse, «costruire» il Partito, «fare» la rivoluzione; apologia delle lotte popolari, dell’antimperialismo piccolo borghese. La classe, movimento storico verso un fine, sparisce nell’abbraccio di altri strati sociali, nell’indeterminato popolo; i rapporti che il Partito ha con essa si ribaltano nella concezione democratica, questo preteso «valore proletario», che diviene l’alfa e l’omega dell’azione rivoluzionaria. Ecco come, pure nell’ovvia diversità di tradizione, stalinismo, trotzkismo, e anarcosindacalismo, ritrovino il loro comun denominatore. Da un lato, in luogo del rivoluzionario «abolizione del lavoro salariato», l’aberrante «rifiuto del lavoro», cui fa eco, omaggio alla piccola borghesia scansafatiche dello studentame, preteso nuovo strato rivoluzionario, la promozione garantita; dall’altra parte, la difesa degli interessi della piccola borghesia, la parodia del falso programma dell’opportunismo ufficiale, la grande scoperta tattica dei «fronti di alleanze», in una pedissequa ripetizione delle condizioni particolari della Russia arretrata e dei movimenti coloniali. Ciò che per il marxismo è «rivoluzione proletaria» diventa lotta di popolo violenta, «socialismo» accumulazione forzata di capitale con la eliminazione degli sprechi individuali, «programma rivoluzionario» teoria dell’alleanza fra le classi.
Oggi che si vanno nuovamente ricostituendo i motivi deterministici, materiali, perché il proletariato ritrovi le condizioni anche fisiche per rimettersi sulla strada della preparazione rivoluzionaria, e il mostruoso apparato produttivo capitalistico comincia ad avvisare i primi intoppi che preludono alla sua crisi generale, l’eliminazione di questa terribile infezione che affossa la nostra classe è il primo obiettivo che si pone per ogni ripresa; e se all’appuntamento storico che noi marxisti vediamo certezza immancabile, l’opportunismo non sarà stata battuto e liquidato, il proletariato perderà ancora una volta. Su questa strada solo la nostra organizzazione sta salda, fedele al metodo rivoluzionario del comunismo, gelosa custode delle conquiste storiche, teoriche e pratiche della III Internazionale, tesa alla ricostruzione di quella organizzazione internazionale unica che i maestri del comunismo additarono al proletariato come strumento indispensabile della sua emancipazione, il Partito Comunista Internazionale.