La dittatura del proletariato ed il « rinnegato Breznev » Pt.2
Categorie: Opportunism, Party Doctrine, USSR
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La caduta dei colonnelli greci, la rivoluzione alla portoghese, la morte, se non del fascismo spagnolo, almeno del suo capo e la grande «vittoria» del 15 giugno, tutti questi avvenimenti di portata «storica» vengono presentati dall’opportunismo come a prove di una generale tendenza alla democratizzazione da raggiungersi pacificamente e col consenso popolare. La teoria dello scontro frontale di classe per l’abbattimento del regime capitalista sarebbe ormai, dai fatti storici, dimostrata sorpassata ed erronea. Niente più violenza, niente più dittatura, ma apertura a tutte le forze purché siano… progressiste. Questo idilliaco quadretto di pace ed amore è stato, però adombrato dall’enciclica che, dalle torri del Cremlino, richiama i compagni occidentali ad inchinarsi di nuovo al cospetto della dittatura del proletariato.
Questo fulmine a ciel sereno ha lasciato di stucco un po’ tutti; cosa staranno tramando i sovietici? Si saranno decisi ad abbandonare alla loro sorte i compagni del mondo libero, o sarà tutta una mossa tattica per realizzare più in fretta i loro diabolici piani? questa è la domanda che preti, bottegai e parrucchieri pour dames si sono ansiosamente ripetuti.
Risposte e chiarificazioni non sono mancate; tutti han detto la loro, tutti compresi i russi (i quali più di ogni altro avrebbero e avranno a temere della dittatura del proletariato), hanno chiarito le loro posizioni: tutti stanno bene come stanno, di dittatura e di violenza nessuno ne vuol sentire parlare.
Rumiantzev si è scusato dicendo che loro, lungi dal voler impaurire le classi borghesi, volevano solo dire «direzione del proletariato e della sua teoria».
L’Espresso del 29/2 ci informa che un fesso, tale Hal Draper, si è perfino preso la briga di contare quante volte Marx e Engels abbiano usato questa espressione. Il risultato dei suoi studi è stato dei più soddisfacenti; i padri del comunismo scientifico, in due, avrebbero parlato di dittatura del proletariato soltanto in 11 occasioni e senza troppa convinzione.
Lenin realizzò, in Russia, la dittatura proletaria, ma ci riferisce Longo (L’Espresso 22/2) non fu per cattiveria personale, anzi egli avrebbe volentieri governato assieme a tutte le «forze della sinistra». Solo quando queste rifiutarono, al povero Vladimiro altro non restò che instaurare, suo malgrado, la dittatura del proletariato. Sic fata voluere.
Quanto questa necessaria forma di ripiego dispiacque ai bolscevichi Longo non lo dice, ma il lettore lo può dedurre dalle parole pronunciate da Lenin stesso al II congresso dei sindacati di Russia. «Individui che pretendono di essere maestri del marxismo, individui del genere di Kautsky… hanno alzato la bandiera della democrazia senza capire che la democrazia, finché perdura la proprietà capitalistica, è soltanto una ipocrita maschera della dittatura borghese, e che non si può nemmeno parlare di una soluzione seria del problema di liberare il lavoro dal giogo del capitale, se non si strapperà questa maschera ipocrita, se non si porrà la questione come ha sempre insegnato a porla Marx, come hanno insegnato a porla le lotte quotidiane del proletariato e ogni sciopero e ogni acutizzarsi della lotta sindacale. La questione si pone così: finché rimarrà la proprietà capitalistica, ogni democrazia sarà una dittatura borghese ipocritamente mascherata. Tutte le belle parole sul suffragio universale, sulla volontà popolare, sull’eguaglianza degli elettori saranno un inganno continuo perché non può esservi uguaglianza fra sfruttatore e sfruttato, tra il capitale, la proprietà e il moderno schiavo salariato» e ancora «o dittatura della borghesia con tutte le istituzioni con cui si maschera… forme dell’inganno borghese che abbagliano gli sciocchi e di cui possono servirsi e fare sfoggio solo dei rinnegati del marxismo e dei rinnegati del socialismo in tutti i sensi e su tutta la linea: o dittatura del proletariato per schiacciare col pugno di ferro la borghesia… La democrazia potrà essere più o meno larga, civile eccetera, ma in realtà sarà sempre una dittatura borghese e che ad ogni grande contraddizione scaturirà tanto chiaramente, tanto più evidentemente, la guerra civile… Una via di mezzo non c’è e non ci può essere. Tutti i discorsi sull’indipendenza e sulla democrazia in generale, con qualunque salsa siano conditi sono un immenso inganno, il maggior tradimento del socialismo». È vero che, come sottolinea Longo, Lenin ha più volte parlato di democrazia. «La democrazia proletaria reprime gli sfruttatori, la borghesia, e quindi non è ipocrita, non promette loro la libertà e la democrazia… Solo la Russia sovietica assicura al proletariato e alla stragrande maggioranza lavoratrice una libertà e una democrazia finora sconosciute, impossibili e inconcepibili in qualsiasi repubblica democratica-borghese, togliendo, per esempio, i palazzi e le ville alla borghesia (senza di che la libertà di riunione è un’ipocrisia), togliendo le tipografie e la carta ai capitalisti (senza di che la libertà di stampa per la maggioranza lavoratrice della nazione è una menzogna), sostituendo il parlamentarismo borghese con l’organizzazione democratica dei soviet». Riesce ora l’onorevole Longo a capacitarsi del perché le altre forze di «sinistra» non vollero collaborare? Perché quella che Lenin definiva «democrazia proletaria» – tenendo subito a precisarne il contenuto – altro non era che la DITTATURA del PROLETARIATO.
La questione dello Stato e della conquista del potere da parte del proletariato è stata sempre posta, dai marxisti, in questi termini:
- Lo Stato non è che una macchina per l’oppressione di una classe per mezzo di un’altra, e ciò non meno nella repubblica democratica che nella monarchia» (Engels). Ciò vale, dunque, non solo per il regime fascista ma anche e soprattutto per la vostra democrazia, che, pari al mistero religioso, è una e pluralista. Alla fondazione del PCd’I, a Livorno il più ignorante dei compagni aveva ben chiaro in testa che il dilemma democrazia-fascismo cade nei quadri della classe borghese e l’opposizione della classe proletaria non può svilupparsi che in funzione dei suoi obiettivi specifici. Il Partito Comunista lotta per questi obiettivi anche nel momento dell’attacco legalitario od extra legalitario del capitalismo, e la sua lotta è ad un tempo anti-fascista e antidemocratica.
- Il proletariato nella lotta per la sua emancipazione, si scontra necessariamente con l’apparato statale, repressivo e violento. Preso il potere, lo stesso apparato statale capitalistico, costituito esclusivamente per salvaguardare gli interessi del capitale e perpetrare lo sfruttamento salariato, sarà evidentemente abbattuto. Verrà ad esso sostituita una nuova macchina statale che, coll’uso delle armi, servirà a reprimere la borghesia e a distruggere l’apparato capitalistico liberando le forze produttive, primo passo verso la società socialista.
- Dal momento che (tesi del II congresso dell’IC-1920) «Il Partito Comunista è la leva organizzativa e politica con il cui aiuto la parte più avanzata della classe operaia dirige nel giusto cammino le masse del proletariato e del semiproletariato», la direzione della dittatura proletaria sarà affidata (inorridite pure) al partito.
- «Finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e, quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere». (Engels).
Questa la corretta interpretazione marxista.
Che i nostri nemici ci combattano apertamente o tramite i traditori infiltrati tra le fila del proletariato, allo scopo di distoglierlo dalle sue storiche finalità, non ci fa lanciare alcun grido di protesta. La classe al potere lotta quotidianamente, con la forza e l’inganno, per conservare i propri privilegi di classe, ma nello stesso tempo è pienamente cosciente che pari allo stregone «non è più capace di dominare le potenze degli inferi da lui stesso evocate» e che, «non solo ha fabbricato le armi che la distruggeranno; ha generato anche gli uomini che faranno uso di esse: i moderni operai, i proletari».
Ecco spiegato il perché del suo sacro terrore per «ogni forma di dittatura», come mai i falsi comunisti si accaniscono a predicare la pace e la democrazia (i russi, gabellando agli operai la loro sudicia dittatura capitalista per dittatura del proletariato, svolgono lo stessissimo compito); non saranno certo questi mezzucci da ladri di polli a salvarli dall’assalto rivoluzionario quando le contraddizioni di classe esploderanno mettendo in marcia milioni di proletari; da materialisti scientifici sappiamo che tutto in natura, dai corpi inanimati al comportamento umano (non quello del singolo homo demens), risponde a rigorose leggi fisiche, nulla può arrestarne il corso.