Partito Comunista Internazionale

L’intellighentzia “popolare” al servizio dello Stato

Categorie: Opportunism, Partito Comunista Italiano

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Come «saggio», diretto ai rappresentanti del capitale, di quello che dovrebbe essere il «governo di salvezza nazionale», il partitaccio nazional-comunista nostrano ha organizzato un incontro «ad alto livello» cui hanno partecipato «i maggiori esponenti del pensiero economico» di tutte le sponde: oltre ai «compagni docenti universitari» c’erano perfino professori americani e dirigenti FIAT.

Scopo del convegno è stato assicurare ulteriormente la borghesia del perfetto allineamento dell’opportunismo sul programma economico e sociale del grande capitale.

Inutile aspettarsi da simili «marxisti» una interpretazione sulle cause materiali della crisi e del suo prevedibile svolgersi; niente erudite elaborazioni in difesa delle fesse scuole economiche alla moda. Non è più il momento, fino a ieri le teorie dovevano servire a smentire la previsione catastrofica del marxismo agli occhi dei proletari; oggi si bada solo ai sintomi, sono quelli che scottano, come evanescenti sono i presunti rimedi: «difesa della lira… imboccare una strada nuova».

La crisi incalza, non è la coerenza dottrinaria che importa oggi al regime, ma la continuità del potere e la sua parte nel mercato mondiale. A questo, in emergenza, è condizione la sottomissione disciplinata del proletariato, il suo piegarsi alle misure «deflattive» necessarie. E l’opportunismo è lì pronto a mettere da parte tutte le sue chiacchiere sulla «politica dell’aumento dei redditi», prontissimo a rigirare la frittata e battersi per la «politica di sacrifici», da imporre agli operai. Lo dicono chiaramente: «una ripresa dell’economia esige dei sacrifici. I sacrifici sono richiesti dallo stato delle cose. Ma una politica di sacrifici esige certo un governo nuovo».

Rincara il bonzo Lama: «Per compenetrare pienamente le masse popolari della gravità della situazione e delle necessità di affrontarle con sacrifici ulteriori occorre una tensione politica e morale che oggi non c’è». Ma, domandiamo, cos’è questa «tensione politica e morale» se non la mobilitazione per la «salvezza nazionale» degli strati piccolo borghesi e di larghi settori della stessa aristocrazia operaia contro l’immancabile futuro ribellarsi del proletariato allo schiacciamento che gli si prepara. A chiedere provvedimenti autarchici, a diffondere fra gli operai ideologie scioviniste stavolta non sono i fascisti in camicia nera, non ce n’è bisogno, c’è il PCI.

Le proposte di provvedimenti economici fanno ridere: esempi clamorosi contro gli autori delle fughe di capitali, sanzioni fiscali esemplari verso grossi evasori (anche il fascismo sparava demagogia contro i «pescicani»). Molto realistico invece il programma economico nei confronti della classe operaia: introduzione del tesseramento nei consumi, riduzione dei salari reali perché, «per esaltare il valore decisivo delle nostre esportazioni, è necessario parificare il costo del lavoro per unità di prodotto a quello degli altri paesi» e, dato che la produttività del lavoro in Italia è più bassa, per «esaltare le nostre esportazioni» bisogna che i proletari stringano la cinghia. Il ragionamento non fa una grinza. Puntuali seguono le minacce governative di sospensione della scala mobile e blocco dei salari.

Si invitano i proletari a far sacrifici oggi per permettere la ripresa, domani, con lo sperato nuovo aumento nei livelli salariali; si dice: inutile lottare ora, non c’è niente da dividere, affrettiamo invece l’avvento di tempi migliori per tutti. Anche ammettendo che al proletariato convenga questo «investimento» nel futuro del salario e della sua forza lavoro, mentre è invece dalla fine della guerra che è sfruttato col miraggio del benessere, ciò presuppone, ed è una contraddizione del capitalismo, che gli operai abbiano un minimo di riserve per sopravvivere fino alla ripresa. E quando queste saranno esaurite (vedi revoca della scala mobile)? La massa dei disoccupati non potrà aspettare un futuro e problematico rilancio produttivo per mangiare, si dovrà muovere subito. In quel momento i proletari in lotta troveranno davanti il fronte compatto del capitale, Lama lo chiama «forte direzione della politica e dell’economia»; Modigliani «governo che possa rispondere alla pressione degli scontenti». Al proletariato muoversi, accettare la sfida contro un mondo intero nemico, anche soltanto per la difesa del pane e del lavoro.