La classe operaia è una classe di emigranti Pt.3
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Il governo fascista continua imperterrito ad esportare i proletari in soprannumero, aggiungendo solo della retorica alle ragioni di fondo e inquadrando questo mercato di mano d’opera nelle più vaste esigenze della fase totalitaria del capitalismo.
Sono interessanti e «attuali» alcuni passi di un discorso che Mussolini pronunciò il 2 aprile 1923 alla Scuola Normale Femminile «Carlo Tenca» di Milano: «Bene o male che sia, l’emigrazione è una necessità fisiologica del popolo italiano». Viene ribadita qui la solita giustificazione liberale, condita di accenti popolari e patriottici come «altri popoli invidiano questa Nazione proletaria, prolifica e intelligente, saggia, laboriosa, serrata in una piccola e divina penisola». In un altro passo: «Dichiaro qui che il governo intende di tutelare l’emigrazione italiana, esso non può disinteressarsi perché sono uomini, lavoratori e soprattutto italiani», si evidenzia il carattere affaristico dell’emigrazione e nel contempo la tendenza dello Stato ad accentuare il suo controllo totalitario su tutti i fenomeni sociali ed economici. Su questo concetto si insiste: «Giammai raccomando la propaganda più o meno malthusiana… Né si può, né si deve pensare a guerre per la conquista di territori di colonizzazione», problema questo che maturerà dopo la grande crisi del ’29. Riprende infine uno dei motivi del riformismo socialdemocratico, oggi sulla bocca del PCI e consorti: «Allora il problema – continua il duce di allora – non offre che una soluzione, o meglio due: una di ordine interno consiste nell’utilizzare fino all’ultimo centimetro quadrato del territorio nazionale e di tutte le energie del territorio nazionale. Seconda soluzione: l’emigrazione». Non è forse da fare invidia a Mussolini il progetto di risanamento dell’economia nazionale proposto dal PCI in questa fase di crisi, dove enuncia la necessità di procedere all’utilizzazione delle forze lavoratrici in opere di irrigazione, rimboschimento e bonifica del territorio, ovvero nelle riforme? Se la seconda soluzione, l’emigrazione, non fu possibile al governo fascista, lo si dovette alla situazione economica internazionale fortemente critica, e non alla volontà del governo nero. Infatti lo stesso Mussolini nel ’24, durante un colloquio con l’ambasciatore degli USA, espose il parere del governo sulla rigidità della nuova legge immigratoria americana, facendogli osservare che «l’Italia vedrebbe con soddisfazione aprirsi nelle maglie alquanto rigide dell’Immigration Bill un varco tale da consentire di aumentare il primo contingente emigratorio per il Nord America e vedrà con altrettanta soddisfazione l’impiego di capitale americano in imprese italiane». La grande crisi ributtò il governo fascista nella politica economica di «bonifica» del territorio, antesignana di quella autarchia del periodo delle «Sanzioni» e di quella propugnata dagli odierni falsi partiti operai, che altro non è se non la politica dei «lavori pubblici», usata da tutti gli Stati, compresi gli USA del «New Deal».
Tuttavia il flusso emigratorio continuò sebbene in misura sensibilmente decrescente dal 1922 al 1942. La decrescenza del numero degli emigrati è strettamente dipendente dal ciclo economico mondiale, almeno fino al 1933 e poi dalla guerra di Spagna e da quella mondiale. Vi è stato uno spostamento dell’emigrazione verso la Germania, alleata dell’Italia, e in una certa misura verso le vecchie colonie di Tripolitania, Cirenaica, Somalia ed Eritrea, e, di recente conquista, l’Etiopia. A conclusione di questo periodo, che si conclude con la fine del secondo massacro mondiale, l’esodo proletario all’estero è stato inferiore al periodo precedente l’avvento del governo fascista. Abbiamo visto che non è stato merito del fascismo ma degli avvenimenti economici e politici mondiali a determinare il flusso emigratorio e che la volontà di tutti i governi si è sempre orientata a quella che noi abbiamo chiamata «esportazione di forza-lavoro».
IL POST-FASCISMO
Cessata la guerra, con la ripresa dell’economia mondiale riprende anche l’emigrazione. Si apre un nuovo ciclo dell’emigrazione che potremo chiamare europeo. Infatti è verso l’Europa Occidentale e Centrale che sbocca l’esodo. Un esodo massiccio superiore a quello dei cicli precedenti: dal 1946 al 1972 espatriano ufficialmente 7.031.851 lavoratori, di cui 4.795.951 nei paesi europei e 2.235.900 verso altri continenti.
La politica della borghesia italiana non è mutata nemmeno con i governi antifascisti. Le giustificazioni adottate sono state le stesse dei governi di «destra», o di «sinistra». M. Rumor affermava al congresso della DC nel giugno del 1949 che occorreva «salvaguardare l’equilibrio interno della pressione delle masse» aprendo la valvola di sicurezza dell’emigrazione.
La tesi principale dell’opportunismo, che la rivista Il Ponte accoglie a piene mani, oltre le consuete lacrime di coccodrillo per i proletari emigrati, consiste nell’attribuire la «colpa» e la «perdita di forze preziose» degli emigranti, nella mancanza di volontà politica dei governi democristiani ad attuare le «riforme di struttura».
La tesi è astratta come tutte quelle che si fondano sui «se» e sui «si doveva». Come pietra di paragone viene presa la Germania che, sebbene mille volte più mutilata dell’Italia dalla guerra, non solo non ha fatto emigrare i suoi lavoratori ma ha accolto nel suo territorio circa 12 milioni di profughi tedeschi delle regioni occupate dalle truppe «alleate» vincitrici e gradualmente impegnato milioni di lavoratori stranieri. Si dimentica che l’Italia non ha subito distruzioni simili dell’apparato produttivo e che la Germania possedeva una struttura industriale tra le prime del mondo, ma con un esercito di proletari falcidiato dalla guerra e dalla divisione in due del territorio. L’esempio, quindi, non calza, ma tutta la tesi cade dinanzi alla considerazione elementare che, nel migliore dei casi, è utopistico pensare che i governi dello Stato capitalista operino ispirandosi al senso umanitario. Il capitalismo non considera il proletario un uomo, ma il proletariato una speciale merce che si chiama forza-lavoro e che genera plusvalore; quindi, come qualsiasi merce vendibile là dove ricava il miglior prezzo. I proletari, poi, costituiscono non una classe amica né alleata, ma una classe oggettivamente nemica della borghesia e del capitalismo. Come tale, il governo della borghesia deve valutarne la pericolosità sociale e il mezzo per attenuarla o reprimerla.
I Crispi, i Sonnino, i Mussolini, i De Gasperi dal loro punto di vista capitalistico non avevano altra scelta, come essi hanno più volte chiaramente e cinicamente affermato, che di «esportare» questa speciale merce al miglior compratore e in misura tale da non debilitare gli interessi economici, sociali e politici della borghesia italiana. La mistificazione dei borghesi sta nel fatto che anch’essi tentano di coprire i loro affaracci con formule umanitaristiche allo stesso modo degli opportunisti. Il problema rettamente impostato è non tanto di ritenere una pena e un’ignominia l’emigrazione nel mondo dei proletari, quanto quello che i proletari vadano raminghi da un padrone all’altro, come dei nomadi in preda ai colpi della sorte, senza avvenire e sicurezza.
In una società non divisa in classi, dove il lavoro non verrà scambiato con salario, e quindi non oggetto di compra-vendita, come avviene nella società presente, quale che sia il colore politico del governo, gli uomini si sposteranno volontariamente, secondo un piano economico produttivo, dettato dalle necessità collettive della specie, perché ritroveranno in ogni punto del globo tutte le condizioni necessarie a garantire loro lavoro e vita, dignitosi, certi e sicuri.
Per ottenere questo risultato, positivo e irreversibile, è d’uopo lavorare intanto alla solidarietà tra i proletari dei diversi paesi, spezzando divisioni nazionali e di razza, dietro cui si cela l’interesse del capitalismo a creare e inasprire la concorrenza degli operai tra di loro; instillare nei lavoratori l’odio contro i padroni e i loro Stati; lottare per la convivenza fraterna e solidale di tutti gli operai emigrati e autoctoni nelle organizzazioni economiche proletarie locali, spezzando ogni impedimento eretto a bella posta dalle burocrazie sindacali nazionali e nazionaliste, stimolatrici di egoismi patriottici e nazional-corporativi con campagne xenofobe contro i lavoratori «stranieri»; esigere parità di condizioni contrattuali, salariali e normative, economiche, sociali, sindacali e politiche, come il libero diritto di associazione e di manifestazione.
Hanno lavorato in questa direzione i falsi partiti operai, le bonzerie sindacali, le molteplici associazioni assistenziali? No. Partiti, sindacati e associazioni hanno fornicato con i ministeri dei padroni per «proteggere» al massimo quello che essi definiscono ancor più cinicamente dei borghesi «patrimonio prezioso», l’esercito degli emigranti, sì da farlo fruttare al massimo per la continuità del regime di sfruttamento attuale. Hanno parlamentato con i bonzi sindacali stranieri allo stesso modo che sono soliti intessere compromessi con i padroni di casa. E come potrebbero fare diversamente se sono legati ai rispettivi Stati e tutti interessati al mantenimento del regime del lavoro salariato? Fra cani non si mordono.