Partito Comunista Internazionale

Il P.C. spagnolo piega le Comisiones Obreras alla “collaborazione democratica”

Categorie: CPE, Opportunism, Spain, Union Question

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I comunisti hanno sempre affermato e sostenuto che democrazia e fascismo non sono termini antagonistici, ma forme complementari dello Stato borghese. Abbiamo altresì sempre levato la nostra voce contro tutti coloro, opportunisti vecchi e nuovi, che in nome della difesa della «libertà» abdicavano alla lotta antiborghese, e quindi alla rivoluzione ed alla dittatura rossa, per difendere al contrario la stessa borghesia ed il suo Stato democratico, mille volte peggiore di quello di dittatura aperta per la sua funzione di stordimento delle masse proletarie a suon di referendum, di «libertà» e di fantasmagoriche riforme di un domani che verrà.

Così in Spagna, dopo gli anni neri della Falange e dei «generalissimi» la borghesia sta operando l’indolore travaso tra dittatura e democrazia dando uno dei più significativi esempi a tutta la classe operaia di passaggio di consegne tra i due metodi di conduzione della macchina statale. Se l’uno, il nero e lugubre, era oramai logoro e non poteva più arginare l’onda montante dei proletari in lotta per la difesa delle loro condizioni di vita, il secondo si annuncia fresco fresco, con le «mirabolanti» parole d’ordine democratiche di libertà e collaborazione nazionale. Come nel ’45 italiano, il tramite, il ponte gettato tra l’ieri e l’oggi, è naturalmente l’opportunismo politico e sindacale, senza il cui appoggio il ricucito Caudillo o il novello reuccio niente avrebbero potuto contro il proletariato sceso nelle strade e nelle piazze, che per istinto e per bisogno materiale si sarebbe scontrato inevitabilmente e massicciamente contro lo Stato, prova ne sia, se pur limitata, l’ondata di scioperi del mese scorso. In Spagna si continua comunque ad affermare, l’inganno sarebbe altrimenti troppo facilmente scoperto, che lo Stato non ha cambiato il suo indirizzo, mentre la cosiddetta opposizione – vedi DC spagnola – può apertamente indire comizi e fare propaganda, mentre i segretari dei partiti della «sinistra» possono tranquillamente rientrare in patria. E d’altronde non potrebbe che essere così data l’importanza che dovrà sempre maggiormente assumere l’«opposizione», vera risanatrice dell’economia dello Stato e severa direttrice nei confronti del proletariato, continuatrice, diciamo noi, dell’opera del franchismo nello schiacciamento proletario, magari a colpi di parlamentari concioni.

In questo contesto si pone l’opera delle comisiones obreras, che hanno rappresentato il primo embrione dell’organizzazione operaia su basi di classe; questi organismi nati e vissuti nella clandestinità – magari delle chiese -, hanno rappresentato l’effettivo bisogno operaio al consolidamento organizzativo. La situazione sociale in cui sono le commissioni operaie ha determinato, specialmente in questi ultimi tempi, una effettiva frattura, se non denunciata apertamente, reale nei fatti tra la lotta svolta dagli operai nelle fabbriche e l’indirizzo apertamente opportunista e traditore dei suoi vertici, chiaramente ispirati dalle forze politiche dell’opposizione ed in special modo dal PCE assertore dell’interclassismo, del bene della nazione, in ultima analisi del più sfrenato antioperaismo in nome di madama democrazia. Dicevamo dunque di questa frattura fra base e vertici dimostrata nei fatti dal comportamento della classe operaia spagnola scesa nelle piazze per difendere il pane con il giusto metodo della lotta di classe e di converso la politica di quelli che stanno «fuori» dalla fabbrica, la politica legata mani e piedi al carrozzone socialdemocratico del PCE; in questo senso si pongono le prime dichiarazioni dei vertici delle comisiones obreras, che uscendo dalla clandestinità non potevano non assumere che posizioni conservatrici ed opportuniste; essi si sono rivolti all’«opinione pubblica» con un documento nel quale si prendono le distanze da qualsiasi posizione estremistica, cercando di far comprendere alla «nazione» che gli operai si sono mossi sì, ma soltanto perché la pressione statale si era effettivamente troppo accentuata! Tutto il documento è impregnato di «buona volontà», di collaborazione, ed è naturalmente inneggiante alla pace sociale. Leggiamo brevemente: questi signori dichiarano che la classe operaia non è «responsabile della crisi, essendo esclusa dalla gestione economica dello Stato e delle sue aziende» – Il superbonzo Lama applaude, lo imitano i quaranta ladroni -. La voce oramai universale dell’opportunismo sindacale reclama dunque come suo diritto partecipare alla conduzione ed al salvataggio dello Stato borghese, e per noi, abituati a triadi di Storti, Lama e Vanni, non è cosa nuova, sempre sulle posizioni di sempre a catechizzare sulla realtà di classi contrapposte: borghesia e proletariato e sul concetto marxista dello Stato come macchina di oppressione di una classe sull’altra. Dunque un sindacato che svolgesse una vera politica di classe indirizzerebbe il proletariato contro le strutture che sostengono lo Stato e non si proporrebbe il compito in nessun caso di puntellarle, ben sapendo che prolungherebbe il martirio ed il sacrificio della classe operaia.

Il foglio prosegue con la dichiarazione che le Commissioni Operaie «non vogliono strangolare l’economia» e aggiunge di voler anzi con lo sviluppo dell’economia, permettere ai lavoratori di «vivere degnamente e di negoziare con i datori di lavoro ad armi uguali» (Il sole – 31-1-76). Il problema è dunque completamente capovolto rispetto alla reale difesa della classe operaia; abbiamo sempre affermato che i proletari non hanno niente da salvare di questa società in putrefazione, ma che altresì devono lavorare per l’abbattimento di questa per lo Stato proletario, e che la classe operaia si batte con i mezzi che le sono naturalmente congeniali cioè con i pugni e solo con questi contro la tracotanza padronale, rifuggendo dai metodi delle commissioni paritetiche o interclassiste, ben sapendo che i rapporti che intercorrono tra le classi devono essere misurati in termini di forza e non in base ad aleatorie posizioni su di cui si possa pacificamente e serenamente discutere a tavolino.

Al tradimento dell’opportunismo bonzesco, opponiamo le nostre tesi di sempre, perché i proletari possano sotto la spinta oggettiva della crisi internazionale, ritrovare oltre alla forza delle loro braccia e dei loro cuori, anche il giusto indirizzo verso la realizzazione dello Stato socialista, verso il comunismo:

da «Basi per la rinascita del sindacato operaio» – Il sindacato rosso n. 11 Maggio 1969.

Tesi 1 – Nella società presente, dominata da rapporti di produzione capitalistici, in cui il lavoro ha assunto la forma salariale e i prodotti del lavoro quella di capitale – lavoro e capitale come potenze sociali tra loro nemiche ed inconciliabili – in questa società la lotta tra le classi fondamentali in cui è divisa: proletariato, borghesia, proprietari fondiari, è permanente e violenta sino alla completa vittoria del socialismo nel mondo (…)

Tesi 3 – Oggi ancor meglio e più apertamente di ieri, appare in vivida luce che lo Stato centrale costituisce il rappresentante degli interessi storici permanenti del capitalismo quale che ne sia il governo, quale che sia il partito o la coalizione di partiti al potere. Per questo ogni lotta del proletariato contro il capitale, anche solo in difesa delle contingenti condizioni economiche e salariali, cozza ineludibilmente contro lo Stato del capitale e costituisce, sebbene ancora in forma inconscia, un’azione sovvertitrice dell’ordine costituito.

Tesi 4 – In questo contesto storico, sociale e politico, come non sono possibili programmi politici che stiano a cavallo degli interessi delle varie classi contrastanti, così è assolutamente inconcepibile un programma sindacale che voglia difendere gli interessi contingenti del proletariato e contemporaneamente rifiuti di battersi a fondo contro il potere dello Stato rappresentante le classi privilegiate.

Tesi 8 – La proclamazione esplicita di fedeltà alla democrazia, alla Costituzione repubblicana ed allo Stato, costituisce una prova di aperto tradimento degli interessi storici del proletariato e di abbandono di ogni seria lotta a favore dei salariati. La democrazia è la forma tipica dello Stato capitalista, attraverso la quale esso riesce molto più facilmente ad ingannare le masse degli sfruttati dando loro l’illusione che il sistema sociale attuale, fondato sullo sfruttamento della forza lavoro, sia eterno, e tutt’al più possa essere «corretto» (…)

Tesi 9 – Mentre i capi dell’apparato sindacale tacciano di passatisti i comunisti rivoluzionari per la loro ferma volontà di riproporre a tutto il proletariato la soluzione rivoluzionaria dei contrasti sociali, essi riportano il movimento operaio indietro di oltre mezzo secolo, guidando le masse diseredate in una demagogica e sciagurata prospettiva di correzione delle strutture economiche e sociali, cancellando con un colpo di spugna il significato tragico di cinquant’anni di lotte tremende, dalle quali sono scaturite due sanguinose guerre mondiali e la conferma della dittatura del capitale.

L’alternativa che sta dinanzi al movimento operaio, non è «riformismo democratico o fascismo», ma: «dittatura nascosta (democrazia) o aperta (fascismo) ovvero rivoluzione proletaria comunista vittoriosa».