Napoli proletaria contro il pacifismo bonzesco
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«Irresponsabili manifestazioni di rabbia» così l’Unità del 31-3 definisce l’istintiva azione di classe dei disoccupati napoletani che, di fronte ad un nuovo disatteso adempimento da parte del governo della soluzione del problema disoccupazione, hanno reagito con la violenza alle violenze che da sempre vengono scaricate sulle spalle operaie dai capitalisti e dal loro Stato con la convivenza dei bonzi sindacali. Anche questa volta la risposta è venuta con polizia, bombe lacrimogene, arresti; in questo modo si risponde alla fame proletaria: vaghe promesse e reali manganellate!
La situazione economica, critica in generale in Italia, acquista dei caratteri di acutezza determinata dal processo di accumulazione capitalistica che per rincorrere la caduta tendenziale del saggio di profitto esclude dalla produzione le industrie meno competitive.
«Nel ’71-’72 si sono ritirati dalla scena industriale mille operatori ed altre 500 aziende sono fallite nel ’74» (La Repubblica 2 aprile) il che equivale da un punto di vista proletario a 300.000 disoccupati. Traducendo i numeri in fatti, questo vuol dire che a Napoli un solo proletario su quattro riesce a portare a casa un salario per sfamare sé e la propria famiglia, gli altri 3 vanno a far parte di quella grande schiera di proletari che il capitale costantemente elimina dalla produzione nei momenti di crisi.
Plaudiamo quindi alla reazione dei disoccupati napoletani che istintivamente hanno scavalcato le pastoie legalitarie, i forse e i domani con cui si sfamano i proletari: non è attraverso giunte di sinistra e appelli al governo che si può commuovere il capitalismo. Questo è uno stato di classe: da una parte gli operai, dall’altra lo Stato del capitale. Diversi sono gli interessi storici e contingenti dell’uno e dell’altro.
L’unico modo per difendere le condizioni di vita dei lavoratori è quello della organizzazione dei disoccupati insieme ai lavoratori occupati in un sindacato di classe che non abbia la funzione, come la CGIL, di arginare le spinte di classe, ma di potenziare con la forza della organizzazione di classe le spinte istintive per la difesa della occupazione con la rivendicazione del salario garantito ai disoccupati.