IV Congresso dell’Internazionale Comunista – Rapporto della Sinistra
Categorie: Antifascism, Fascism, Fourth Congress, Opportunism, PCd'I
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A chiusura del lavoro fin qui svolto diamo qui di seguito questa citazione sulle «cause» dello svilupparsi e dell’affermarsi del Fascismo in cui si demoliscono le tesi che lo volevano prodotto della reazione agraria o da un movimento autonomo delle classi medie.
«Come dobbiamo spiegarci, in base a questi dati, il movimento fascista? È un movimento puramente agrario? Questa è l’ultima cosa che noi volevamo dire quando affermammo che il movimento era nato prevalentemente nelle campagne; non si può considerare il fascismo come il movimento indipendente di una singola parte della borghesia, come l’organizzazione degli interessi agrari in contrasto con quelli dei capitalisti industriali. Del resto, il fascismo ha creato la sua organizzazione ad un tempo politica e militare nelle grandi città, anche in quelle provincie in cui limitò la sua azione alle campagne. Abbiamo visto che alla Camera, quando il fascismo, in seguito alle elezioni del 1921 ottenne una frazione parlamentare, si formò, indipendentemente da esso, un partito agrario. Nel corso degli avvenimenti successivi, abbiamo visto che gli imprenditori industriali appoggiavano il movimento fascista. Decisiva per la nuova situazione è stata negli ultimissimi tempi una dichiarazione della Confederazione Generale dell’Industria, che si pronunciava a favore dell’incarico a Mussolini per la formazione del nuovo gabinetto.
Ma un fenomeno ancor più interessante, sotto questo profilo, è quello del movimento sindacale fascista. Come si è già detto, i fascisti approfittarono del fatto che i socialisti non avevano mai avuto una loro politica agraria, e che certi elementi delle campagne, non direttamente appartenenti al proletariato, avevano interessi divergenti da quelli rappresentati dai socialisti. Il fascismo dovette utilizzare tutti i mezzi della violenza più selvaggia e brutale, ma seppe anche unire questi mezzi all’impiego della più cinica demagogia, e creare, con i contadini e perfino con salariati agricoli, delle organizzazioni di classe. In un certo senso, prese addirittura posizione contro i proprietari fondiari.
Si sono avuti esempi di lotte sindacali dirette da fascisti, che mostravano una grande somiglianza con i metodi precedentemente seguiti dalle organizzazioni rosse. Noi non possiamo affatto considerare questo movimento, che crea con la costrizione e col terrore un’organizzazione sindacale, come una forma della lotta contro i datori di lavoro, ma d’altra parte non dobbiamo concludere che il fascismo rappresenti in senso proprio un movimento degli imprenditori agricoli.
La realtà è che il movimento fascista è un grande movimento unitario della classe dominante, capace di mettere al proprio servizio, utilizzare e sfruttare, tutti i mezzi, tutti gli interessi parziali e locali di gruppi di datori di lavoro agricoli e industriali.
Il proletariato non aveva saputo affasciarsi in un’organizzazione unitaria per la lotta al fine di conquistare il potere e sacrificare a questo scopo i suoi interessi immediati e particolari; nel momento favorevole non aveva saputo risolvere questo problema.
La borghesia italiana sfruttò questa circostanza per tentare di risolvere da parte sua questo enorme problema. La classe dominante si creò un’organizzazione per la difesa del potere che si trovava nelle sue mani e in questo seguì un piano unitario di offensiva capitalistica, antiproletaria.
Il fascismo creò un’organizzazione sindacale. In quale senso? Forse per guidare la lotta di classe? Giammai! Il fascismo creò un movimento sindacale sotto la parola d’ordine: tutti gli interessi economici hanno il diritto di costituire un sindacato; possono sorgere unioni di operai, contadini, commercianti, capitalisti, grandi proprietari terrieri, ecc.; tutti possono organizzarsi sulla base dello stesso principio: l’azione sindacale di tutte le organizzazioni deve però subordinarsi all’interesse nazionale, alla produzione nazionale, alla gloria nazionale, ecc.
Questa è una collaborazione tra le classi e non lotta di classe. Tutti gli interessi devono essere fusi in una sedicente unità nazionale. Noi sappiamo che cosa significa questa unità nazionale: l’incondizionata conservazione controrivoluzionaria dello Stato borghese e delle sue istituzioni.
La genesi del fascismo deve, secondo noi, essere attribuita a tre fattori principali: lo Stato, la grande borghesia e le classi medie. Il primo di questi fattori è lo Stato. In Italia l’apparato statale ha avuto un ruolo importante nella fondazione del fascismo. Le notizie sulle crisi successive del governo borghese hanno fatto sorgere l’idea che la borghesia avesse un apparato statale così instabile che, per abbatterlo, bastasse un semplice colpo di mano. Le cose non stanno affatto così. La borghesia ha potuto costruire l’organizzazione fascista proprio nella misura in cui il suo apparato statale si rafforzava.
Durante l’immediato periodo postbellico, l’apparato statale attraversa una crisi, la cui causa manifesta fu la smobilitazione: tutti gli elementi che fin allora avevano preso parte alla guerra vengono bruscamente gettati sul mercato del lavoro, e in questo momento critico la macchina statale, che, fino allora, si era occupata di procurare ogni sorta di mezzi ausiliari contro il nemico esterno, deve trasformarsi in un apparato di difesa del potere contro la rivoluzione interna. Si trattava per la borghesia di un problema gigantesco. Essa non poteva risolverlo né dal punto di vista tecnico, né da quello militare mediante una lotta aperta contro il proletariato; doveva risolverlo dal punto di vista politico.
In questo periodo nascono i primi governi postbellici di sinistra; in questo periodo sale al potere la corrente politica di Nitti e Giolitti.
Proprio questa politica ha permesso al fascismo di assicurarsi la vittoria. Bisognava innanzi tutto fare delle concessioni al proletariato; nel momento in cui l’apparato statale aveva bisogno di consolidarsi, comparve in scena il fascismo: è pura demagogia quella del fascismo quando critica questi governi e li accusa di viltà verso i rivoluzionari. In realtà i fascisti sono debitori della possibilità della loro vittoria alle concessioni della politica democratica dei primi ministeri del dopoguerra. Nitti e Giolitti hanno fatto delle concessioni alla classe operaia. Alcune rivendicazioni del Partito Socialista – la smobilitazione, il regime politico, l’amnistia per i disertori – sono state soddisfatte. Queste diverse concessioni miravano a guadagnare tempo per la ricostituzione dell’apparato statale su basi più solide. Fu Nitti a creare la Guardia Regia, un’organizzazione di natura non proprio poliziesca, ma tuttavia di un carattere militare affatto nuovo. Uno dei grossi errori dei socialisti riformisti fu quello di non considerare fondamentale questo problema, che pure avrebbero potuto affrontare da un punto di vista anche solo costituzionale mediante una protesta contro il fatto che lo Stato creasse un secondo esercito. I socialisti non capirono l’importanza della questione, e videro in Nitti un uomo con il quale si sarebbe potuto collaborare in un governo di sinistra. Altra dimostrazione dell’incapacità di questo partito di comprendere il processo della vita politica italiana.
Giolitti completò l’opera di Nitti. Durante il suo Ministero il ministro della guerra Bonomi appoggiò i primi tentativi del fascismo mettendosi a servizio del movimento nascente e degli ufficiali smobilitati, che anche dopo il ritorno alla vita civile, continuavano a ricevere la maggior parte della loro paga. L’apparato statale fu messo in altissimo grado a disposizione dei fascisti, e fornì loro tutto il materiale necessario per la creazione di un esercito.
Al momento dell’occupazione delle fabbriche, il ministero Giolitti capisce molto bene che il proletariato armato si è impadronito delle fabbriche e che il proletariato agricolo nella sua spinta rivoluzionaria si accinge ad impadronirsi della terra, e che sarebbe un errore madornale accettare la lotta prima che l’organizzazione delle forze controrivoluzionarie fosse stata messa a punto.
Il governo, che stava preparando le forze reazionarie destinate un giorno a schiacciare il movimento operaio, poté sfruttare la manovra dei capi traditori della Confederazione Generale del Lavoro, che allora erano membri del Partito socialista. Concedendo la legge sul controllo operaio, che non è mai stata applicata, anzi neppure votata, il governo riesce, in quella situazione critica, a salvare lo Stato borghese.
Il proletariato si era impadronito delle officine e della terra, ma il Partito socialista dimostrò ancora una volta di essere incapace a risolvere il problema dell’unità di azione della classe lavoratrice industriale ed agricola. Questo errore permetterà un giorno alla borghesia di realizzare l’unità controrivoluzionaria, e questa unità la metterà in condizione di battere da una parte gli operai delle fabbriche, dall’altra gli operai delle campagne.
Come si vede lo Stato ha avuto un ruolo di enorme importanza nella genesi del movimento fascista.
Dopo i ministeri Nitti, Giolitti e Bonomi, venne il governo Facta. Questo servì a mascherare la completa libertà di azione del fascismo nella sua avanzata territoriale. Al tempo dello sciopero dell’agosto 1922, scoppiarono tra operai e fascisti, che erano apertamente appoggiati dal governo, serie lotte. Possiamo citare l’esempio di Bari, dove un’intera settimana di scontri non bastò a vincere gli operai che si erano asserragliati nelle loro case della città vecchia e si difendevano con le armi in pugno malgrado il completo spiegamento delle forze fasciste. I fascisti dovettero ritirarsi, lasciando sul terreno molti dei loro. Che cosa fece il governo Facta? Di notte, fece circondare da migliaia di soldati, da centinaia di carabinieri e guardie regie la città vecchia, ordinando l’assedio. Dal porto una torpediniera bombardò le case; mitragliatrici, carri armati e fucili entrarono in azione. Gli operai sorpresi nel sonno vennero sconfitti, la Camera del Lavoro occupata. Esattamente così lo Stato agì dappertutto. Dovunque si notava che il fascismo doveva ritirarsi di fronte agli operai, il potere statale intervenne sparando sugli operai che si difendevano, arrestando e condannando gli operai il cui unico delitto era quello di difendersi, mentre i fascisti, che si erano indubbiamente macchiati di delitti comuni, erano sistematicamente assolti.
Il primo fattore è dunque lo Stato. Il secondo fattore del fascismo è, come ho già detto, la grande borghesia. I capitalisti delle industrie, delle banche, del commercio e i grandi proprietari terrieri, hanno un interesse naturale a che sia fondata un’organizzazione di combattimento che appoggi la loro offensiva contro i lavoratori.
Ma il terzo fattore gioca un ruolo non meno importante nella formazione del potere fascista.
Per creare accanto allo Stato un’organizzazione reazionaria illegale, occorreva arruolare elementi diversi da quelli che l’alta classe dominante poteva fornire dai suoi ranghi. Li si ottenne rivolgendosi a quegli strati delle classi medie che già abbiamo citato, allettandoli con la difesa dei loro interessi. È questo che il fascismo cercò di fare e che, bisogna riconoscerlo, gli è riuscito. Esso ha attinto partigiani negli strati più vicini al proletariato, come fra gli insoddisfatti della guerra, fra tutti i piccolo-borghesi, semi-borghesi, bottegai e mercanti e, soprattutto, tra gli elementi intellettuali della gioventù borghese che, aderendo al fascismo, ritrovano l’energia per riscattarsi moralmente e vestirsi della toga della lotta contro il movimento proletario, e finiscono nel patriottismo e nell’imperialismo italiano più esaltato. Questi elementi apportarono al fascismo un numero notevole di aderenti e gli permisero di organizzarsi militarmente.
Sono questi i tre fattori che consentirono ai nostri avversari di contrapporci un movimento che non ha eguale in rozzezza e brutalità, ma che, bisogna riconoscerlo, dispone di un’organizzazione solida e di capi di grande abilità politica. Il Partito socialista non è mai riuscito a comprendere il significato e l’importanza di questi movimenti nascenti. L’«Avanti!» non ha mai capito nulla di ciò che la borghesia, sfruttando gli errori madornali dei dirigenti operai, andava preparando. Non ha mai voluto nemmeno citare Mussolini, per paura, mettendolo troppo in luce, di fargli pubblicità!
Come si vede, il fascismo non rappresenta una nuova dottrina politica, ma possiede una grande organizzazione politica e militare, e una stampa importante, diretta con molta abilità giornalistica e con molto eclettismo. Non ha idee, non ha programmi, ma, ora che è salito al timone dello Stato, si trova di fronte a problemi concreti ed è costretto a dedicarsi all’organizzazione dell’economia italiana. E nel passaggio dal suo lavoro negativo a quello positivo, malgrado tutte le sue capacità organizzative, mostrerà le sue debolezze.»