«Al fianco del più umile gruppo di sfruttati che chiede un pezzo di pane e lo difende dall’insaziabile ingordigia padronale, ma contro il meccanismo delle istituzioni presenti e contro chiunque si ponga sul loro terreno!» Pt.4
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Quello che intendiamo svolgere non è semplicemente un resoconto della attività del partito in campo sindacale ma una messa a punto che dimostri il legame di continuità fra l’azione attuale, per quanto limitata, e la tradizione di comportamento del partito nelle lotte proletarie.
Il partito infatti non giudica i risultati della sua azione dai successi o dagli insuccessi immediati, anzi questo fu, secondo tutte le nostre tesi, uno dei tratti della deviazione disastrosa della III Internazionale; sulla via del successo immediato, sulla via dell’espediente per rimanere sempre a galla si distrugge la fisionomia del partito e la sua saldezza di indirizzo e di organizzazione. Il problema tattico si pone per il partito comunista in termini ben diversi da quello di scoprire l’espediente per «essere sempre in molti», dalle mille imbonitrici ricette per attirar gente: si tratta di stabilire continuamente il filo che lega i principi e le finalità del partito all’esame delle situazioni storiche e contingenti le quali non devono mai smentire, per quanto siano molteplici e insospettabili, i cardini fondamentali dell’indirizzo, nella precisa nozione che qualora il verificarsi di una situazione dovesse contraddire le posizioni cardinali del partito, tutto l’indirizzo marxista crolla e la stessa teoria è dimostrata falsa. Di conseguenza il lavoro costante e la costante preoccupazione dell’organismo di partito deve essere a far combaciare i dati del passato con quelli dell’azione presente e con la previsione, da noi sempre rivendicata, della azione futura.
È questa una necessità da cui discende non solo la capacità del partito di mantenere la giusta direzione nelle vicende molteplici e complesse della lotta di classe, ma anche la sua capacità di muoversi in maniera organizzativamente compatta e disciplinata il che per noi non è mai stato il frutto né di «libere scelte» di individui né di imposizioni di vertice, ma della impersonale dittatura su vertici e base dei principi del partito. Abbiamo sempre sostenuto che la disciplina organizzativa è il risultato non di meccanismi speciali, ma della continuità dell’azione sulla base di un filo che da tutti deve essere accettato e che non appartiene a nessun militante singolo, né al partito fisicamente inteso, ma alla tradizione storica di cui il partito attuale è un erede e l’espressione contingente. La disciplina organizzativa per noi è disciplina di tutti, vertice e base, a questo patrimonio impersonale alla luce del quale deve essere valutata l’attività del partito in tutti i campi e senza eccezioni. La disciplina è per noi disciplina all’organizzazione e nell’azione, non è mai stata, né per noi né per l’Internazionale, negazione della facoltà e del dovere di ciascun militante di far riferimento alla tradizione che tutti ci lega. Anzi, è solo il riferimento costante a questa tradizione che permette al partito di correggere anche errori inevitabili dell’azione pratica complessa ed è un fatto altamente positivo il verificarsi all’interno del partito di situazioni di reazione all’imbocco di vie sbagliate che si manifestino in un richiamo per tutti al rispetto del comune patrimonio. In questo senso noi ci appellammo sempre, e non eravamo dei democratici, allo sforzo collettivo del partito nel definire le norme della sua tattica. Non ci scandalizziamo mai del sorgere di tendenze frazionistiche né di indisciplina organizzativa, non ci divertimmo a reprimerle, ma le considerammo sempre un prezioso segnale che qualcosa non va nel lavoro di partito.
Rivendichiamo la tesi che l’errore è proficuo e può servire di preziosa esperienza e di maturazione del partito, tesi che l’Internazionale ebbe il coraggio di impostare per quanto riguarda eventi tragici come l’azione di marzo 1921 in Germania e da cui non fu capace di trarre tutte le lezioni necessarie. Il partito cresce come un organismo vivente, impara e si abilita nell’azione ai compiti che gli stanno di fronte; non ha altro mezzo che l’azione collettiva per apprendere il suo stesso patrimonio teorico, non ha altro mezzo per costruire la sua salda gerarchia organizzativa. In questo può presentarsi l’«errore», che è positivo nella misura in cui il partito ha saputo mantenere saldo il suo metodo di lavoro e il principio del raccordamento costante fra le sue posizioni di ieri, di oggi e di domani.
Il nostro far precedere il resoconto sull’azione attuale del partito dalla esposizione dell’azione da esso condotta negli anni 1921-22 e dalla esposizione delle sue norme tattiche generali non è dunque per noi uno sfizio intellettuale, ma una necessità pratica, l’unica verifica alla quale vogliamo sottoporre la nostra azione, ben consapevoli che un insuccesso riportato muovendoci su quella linea è molto più positivo di un successo che si ottenga da essa distaccandosi, perché su quella linea sta la vittoria della rivoluzione. O la nostra azione attuale è coerente alla tradizione del comunismo di sempre e della Sinistra, o non lo è. È questo che ci preme determinare ed è anche questo che deve essere la riflessione di ciascun compagno al di sopra e al di fuori dello scontro di opinioni o di posizioni personali.
CARDINI DELLA PREVISIONE DEL PARTITO NEL SECONDO DOPOGUERRA
Nella situazione avversa del II dopoguerra il partito, piccolo, ad effettivi ridotti si è conquistato una tradizione di lavoro sindacale e di azione all’interno dei sindacati tricolori nella migliore tradizione del comunismo di Lenin. Questo lavoro è stato possibile perché il partito ha identificato chiaramente le caratteristiche fondamentali della ripresa della lotta di classe.
La ripresa di classe avverrà sul terreno della lotta per la difesa del pane quotidiano e segnerà la rinascita di organismi economici a tipo sindacale, cioè adatti alla conduzione di questa lotta. La storia non ha conosciuto, né conoscerà altra forma di aggregazione del proletariato che quella contenuta nella nostra classica piramide: l’organismo economico di difesa quotidiana a milioni di effettivi di operai; l’organizzazione armata del proletariato per la conquista del potere nelle fasi in cui la lotta di classe raggiunge il culmine della guerra civile; il partito come unico organo della coscienza proletaria.
Le nostre tesi caratteristiche del 1952 affermano:
punto 9: «Gli eventi, non la volontà o la decisione degli uomini, determinano così anche il settore di penetrazione nelle grandi masse, limitandolo ad un piccolo angolo dell’attività complessiva. Tuttavia il partito non perde occasione per entrare in ogni frattura, in ogni spiraglio, sapendo bene che non si avrà la ripresa se non dopo che questo settore si sarà grandemente ampliato e divenuto dominante».
punto 10: «L’accelerazione del processo deriva oltre che dalle cause sociali profonde delle crisi storiche, dall’opera di proselitismo e di propaganda con i ridotti mezzi a disposizione. Il partito esclude assolutamente che si possa stimolare il processo con risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri, gerarchie che usurpano il nome di proletari, socialisti e comunisti… Per accelerare la ripresa di classe non sussistono ricette bell’e pronte. Per fare ascoltare ai proletari la voce di classe non esistono manovre ed espedienti, che come tali non farebbero apparire il partito quale è veramente, ma un travisamento della sua funzione, a deterioramento e pregiudizio della effettiva ripresa del movimento rivoluzionario, che si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questa soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica».
punto 11: «Il partito non sottace che in fasi di ripresa non si rinforzerà in modo autonomo, se non sorgerà una forma di associazionismo economico sindacale delle masse. Il sindacato, sebbene non sia mai stato libero da influenze di classi nemiche e abbia funzionato da veicolo a continue e profonde deviazioni e deformazioni, sebbene non sia uno specifico strumento rivoluzionario, tuttavia è oggetto di interessamento del partito, il quale non rinuncia volontariamente a lavorarvi dentro, distinguendosi nettamente da tutti gli altri raggruppamenti politici. Il partito riconosce che oggi può fare solo in modo sporadico opera di lavoro sindacale, e dal momento che il concreto rapporto numerico tra i suoi membri, i simpatizzanti, e gli organizzati in un dato corpo sindacale risulti apprezzabile e tale organismo sia tale da non avere esclusa l’ultima possibilità di attività virtuale e statutaria autonoma classista, il partito esplicherà la penetrazione e tenterà la conquista della direzione di esso».
Le tesi indicano una sola prospettiva: la ripresa della lotta di classe farà risorgere il tessuto associativo economico delle masse, in seno al quale il partito combatterà per rafforzarsi in modo autonomo, in aperto combattimento contro tutte le altre formulazioni politiche anche proletarie, anche «rivoluzionarie». Alla fine di questo processo di ripresa ci sarà la prospettiva che sognavamo nel 1921 e che lavorammo a realizzare: «Alla vigilia della rivoluzione gli organismi sindacali sono uniti e alla testa di essi sta l’unico partito comunista» avendo debellato nel corso della lotta gli indirizzi spuri e inconseguenti ed avendo l’esperienza mostrato ai proletari che solo i metodi comunisti sono capaci di condurli alla emancipazione. E ancora, a più precisa conferma:
punto 6, parte II: «Mentre considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito comunista nelle organizzazioni economiche di classe. Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parti integranti dell’apparato di Stato».
punto 7: «Il partito non adotta mai il metodo di formare organizzazioni economiche parziali comprendenti soli lavoratori che accettano i principi e la direzione del partito comunista. Ma il partito riconosce senza riserve che non solo la situazione che precede la lotta insurrezionale ma anche ogni fase di deciso incremento della influenza del partito fra le masse non può delinearsi senza che tra il partito e la classe si stenda lo strato di organizzazioni a fine economico immediato e con alta partecipazione numerica, in seno alle quali vi sia una rete emanante dal partito (nuclei, gruppi e frazione comunista sindacale). Compito del partito nei periodi sfavorevoli e di passività della classe proletaria è di prevedere le forme e incoraggiare l’apparizione delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, che nell’avvenire potranno assumere anche aspetti del tutto nuovi, dopo i tipi ben noti di lega di mestiere, sindacato di industria, consigli di azienda e così via. Il partito incoraggia sempre le forme di organizzazione che facilitano il contatto e la comune azione tra lavoratori di varie località e di varia specialità professionale, respingendo le forme chiuse».
Il partito dunque non tiene, nelle fasi sfavorevoli della lotta, un atteggiamento passivo o di attesa. Pur sapendo che la ripresa non può essere determinata dalla sua volontà soggettiva esso agisce in ogni momento, anche nel peggiore, con la previsione e soprattutto con l’incoraggiamento e l’attività in tutte le manifestazioni proletarie che tendono ad opporre anche un minimo argine allo strapotere capitalistico. Il partito incoraggia l’apparire delle organizzazioni a fine economico per la lotta immediata, lavora a rafforzarle, ad estenderle, a difenderle in lotta con tutte le altre forze che tenderebbero a soffocarle. Il partito non attende che la ripresa di classe sia giunta ad un livello generale per portare in essa il verbo rivoluzionario, incoraggia, difende e favorisce tutti i germi di ripresa anche minimi, anche limitati. Questa visione che la fa finita una volta per sempre con il cosiddetto partito storico contrapposto al partito formale deriva dalla nostra visione del partito che le tesi rigorosamente riassumono:
punto 4: «Compiti ugualmente necessari del partito prima durante e dopo la lotta armata per il potere sono la difesa e diffusione della teoria del movimento, la difesa e il rafforzamento dell’organizzazione interna col proselitismo, la propaganda della teoria e del programma comunista, e la costante attività nelle file del proletariato ovunque questo è spinto dalle necessità e determinazioni economiche alla lotta per i suoi interessi».
punto 5: «Come quindi è respinta ogni concezione di azione individuale o di azione di una massa non legata da preciso tessuto organizzativo, così lo è quella del partito come raggruppamento di sapienti di illuminanti o di coscienti, per essere sostituita da quella di un tessuto e di un sistema che nel seno della classe proletaria ha organicamente la funzione di esplicarne il compito rivoluzionario in tutti i suoi aspetti e in tutte le complesse fasi».
punto 8: «Nel succedersi delle situazioni storiche, il partito si tiene lontano quindi: dalla visione idealista e utopista che affida il miglioramento sociale ad una unione di eletti di coscienti di apostoli o di eroi – dalla visione liberataria che lo affida alla rivolta di individui o di folla senza organizzazione – dalla visione sindacalista o economista che lo affida all’azione di organismi economici ed apolitici, sia o non accompagnata dalla predicazione dell’uso della violenza – dalla visione volontarista e settaria che, prescindendo dal reale processo deterministico per cui la ribellione di classe sorge da reazioni ed atti che precedono di gran lunga la coscienza teorica e la stessa chiara volontà, vuole un piccolo partito di élite che o si circonda di sindacati estremisti che sono un suo doppione, o cade nell’errore di isolarsi dalla rete associativa economico sindacale del proletariato. Tale ultimo errore di «ka-a-pe-di-sti» germanici e tribunisti olandesi fu sempre combattuto in seno alla III Internazionale della Sinistra italiana».
È in questo slancio combattivo che ha sempre contraddistinto il nostro partito che le tesi del 1965 riconobbero il successo conseguito dalla piccola organizzazione nell’azione sindacale:
«Il partito riconobbe ben presto che, anche in una situazione estremamente sfavorevole ed anche nei luoghi in cui la sterilità di questa è massima, va scongiurato il pericolo di concepire il movimento come una mera attività di stampa propagandistica e di proselitismo politico. La vita del partito si deve integrare ovunque e sempre e senza eccezioni in uno sforzo incessante di inserirsi nella vita delle masse ed anche nelle sue manifestazioni influenzate dalle direttive contrastanti con le nostre. È antica tesi del marxismo di sinistra che si deve accettare di lavorare nei sindacati di destra ove gli operai sono presenti, ed il partito aborre delle posizioni individualistiche di chi mostri di sdegnare di metter piede in questi ambienti giungendo perfino a teorizzare la rottura dei pochi e flebili scioperi a cui i sindacati odierni si spingono. In molte regioni il partito ha ormai dietro di sé un’attività notevole in questo senso, sebbene debba sempre affrontare difficoltà gravi e forze contrarie, superiori, almeno statisticamente. È importante stabilire che, anche dove questo lavoro non ha ancora raggiunto un apprezzabile avvio, va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento con l’esterno, o limitati a cercare adesioni nel solo mondo delle opinioni, che per il marxista è un mondo falso quando non sia trattato come sovrastruttura del mondo dei conflitti economici».
LETTURA SEMPLICE E COERENTE DELLA NOSTRA PROSPETTIVA DEL 1952
In pochi punti riassumiamo ciò che le Tesi dicono chiaramente riguardo al modo in cui la ripresa della lotta di classe si delineerà e si svolgerà. Ce n’è purtroppo bisogno, perché va aumentando la trista schiera di coloro che amano «richiamarsi» alla Sinistra Comunista ed al Partito Comunista Internazionale con l’unico scopo di svendere il patrimonio della Sinistra, mercanteggiandolo con gruppi e strati che mai nulla hanno avuto a che fare né con il marxismo né con la rivoluzione e che mai si troveranno sulla strada di essa. Le Tesi dicono anche al peggior sordo che non voglia sentire:
I) La ripresa della lotta di classe non dipende dalla soggettiva volontà di uomini o di gruppi, ma dalla maturità dei fatti sociali collegati al lavoro del partito, coerente intorno ad un inflessibile indirizzo. Non siamo a scervellarci nel trovare espedienti che «facciano muovere» il proletariato. Il proletariato sarà costretto a muoversi. Il punto cruciale è se nel suo muoversi troverà sulla sua strada un inflessibile indirizzo di partito marxista o se, invece, dovrà scivolare ancora una volta sulla materia scivolosa formata dal miscuglio di programmi, prospettive, ideucce ed espedienti, materia che, in termini propri, non può chiamarsi che merda.
II) La ripresa sarà segnata dal ritorno del proletariato a difendere la sua vita fisica, le sue condizioni di vita e di lavoro e perciò dal risorgere della rete associativa economica di classe; rete sindacale? Certamente, anche se potrà assumere forme del tutto nuove rispetto alle forme sindacali storicamente conosciute. Ma senza il risorgere di questa rete associativa economica del proletariato, senza il risorgere del sindacato di classe, non solo non ci sarà ripresa della lotta di classe, ma neanche terreno sufficiente al rafforzamento del partito sulle sue autonome basi.
III) Il partito si contrappone frontalmente, sempre e dovunque, a tutti gli altri movimenti politici sedicenti rivoluzionari che usurpano il nome di socialisti e comunisti, rifugge da ogni intesa con essi anche sul terreno contingente, li addita come ostacoli sulla via della ripresa proletaria. Incoraggia invece e sostiene l’azione del proletariato sul terreno economico e la ricostituzione degli organismi economici proletari, ben sapendo che per condurre la sua azione di incoraggiamento, sostegno, influenzamento in senso comunista dei movimenti operai economici deve battersi aspramente, perché li troverà sul lato opposto della barricata, a soffocare ed a deviare lo slancio proletario sul terreno economico, contro tutti gli pseudo rivoluzionari di oggi e di domani alleati e figli legittimi dell’opportunismo tradizionale. In parole povere siamo frontalmente opposti non solo al P.C.I., ma a tutti i suoi manutengoli di falsa sinistra; siamo a fianco di qualsiasi gruppo anche limitato di proletari che si ponga sul terreno della difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro, anzi siamo con gli operai dovunque si muovano proprio perché ed in quanto siamo nemici giurati di tutte le false «sinistre rivoluzionarie» che, con la loro opera e le loro sconnesse prospettive, intralciano, per quanto possono, la ripresa della lotta di classe. La nostra opera di incoraggiamento e di sostegno alla ripresa della lotta proletaria sul terreno economico, dalla quale ci aspettiamo il nostro rafforzamento organizzativo e il ristabilirsi dei mille canali che devono legare il partito alla classe, è inscindibile dalla aperta denuncia di tutti questi movimenti, dall’indicazione ai proletari del campo a cui tutti appartengono: il campo opportunista.
Così vedevamo la prospettiva nel 1952. Così la vediamo oggi!