W gli operai ribelli!
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Il 23 aprile, gli operai del petrolchimico di Porto Marghera (il più grande stabilimento chimico italiano, con oltre 7 mila dipendenti) hanno rifiutato in grandi assemblee, l’infame accordo che i bonzi sindacali avevano concluso nei giorni precedenti. Inutilmente i dirigenti sindacali hanno cercato di convincere gli operai che tale accordo andava accettato data la «grave situazione economica del paese» e che grandi vantaggi sarebbero derivati ai lavoratori dal fatto che il sindacato aveva il diritto di «essere informato» sugli investimenti che le aziende programmano. Gli operai si sono dimostrati «poco comprensivi» per le esigenze delle aziende e hanno detto un deciso e minaccioso NO! a chi chiedeva loro di rinunciare alle proprie rivendicazioni in nome della pace sociale, dell’ordine democratico, dell’economia nazionale, tutti espedienti che i bonzi sindacali usano per distogliere gli operai dalla lotta di classe e per mascherare la loro volontà di difendere ad ogni costo il regime capitalistico.
La canagliesca commedia con la quale i bonzi sindacali tricolori, servendosi del loro apparato, impongono ai lavoratori in assemblee preordinate e addomesticate contratti rispondenti alle esigenze padronali, per poi proclamare che i lavoratori «democraticamente» hanno espresso la loro opinione, questa volta non è riuscita. I bonzi fingono di non sapere quali sono le esigenze degli operai; nelle lussuose sale dei ministeri e degli uffici padronali, svendono a vil prezzo le loro rivendicazioni e poi con tronfia spavalderia si presentano ai lavoratori per sapere «se la base è d’accordo», cioè per saggiare fino a che punto gli operai sono disposti a stringere la cinghia. Essi si assumono il compito di legare le mani ai proletari, di disarmarli, di indebolirli, in modo da costringerli ad accettare senza reagire la compressione delle proprie condizioni di vita e di lavoro, salvando così i privilegi delle classi ricche.
Indipendentemente dal risultato immediato, l’episodio di Porto Marghera ha per noi una grande importanza perché costituisce un tentativo operaio di rompere la dittatura che i duci dei sindacati tricolori esercitano sulla classe. Il generoso slancio di combattività dei lavoratori di Porto Marghera, deve costituire un esempio per tutti gli operai.
Un altro episodio di sana reazione si è avuto alla FIAT dove, a seguito dei ben noti atti di sabotaggio, i dirigenti sindacali, in stretta collaborazione con l’azienda, hanno creato un clima di «caccia al provocatore» che ha l’evidente scopo di intimidire gli operai più combattivi. Ecco quanto dice un bonzo di fabbrica della CGIL: «… troppi provocatori circolano liberamente nello stabilimento, sono pagati magari per non lavorare e ne combinano di tutti i colori… L’azienda afferma che la fabbrica è incontrollabile. Ma noi abbiamo replicato più volte e lo ribadiamo oggi che il grande torto dell’azienda è il suo lassismo, l’aver permesso che questa contestazione antisindacale, in definitiva antioperaia, gonfiasse a tal punto. Se l’azienda intervenisse, impedisse a certi tipi di continuare a entrare qua dentro, certo non saremmo noi a difenderli; e l’abbiamo dimostrato del resto con la recente espulsione dal sindacato dei tre delegati» (Corriere della Sera, 24.4.76).
L’espulsione dal sindacato dei tre delegati di cui parla il bonzo, è dovuta al fatto che essi avevano diffuso un volantino firmato da un «comitato operaio» in cui si diceva «NÉ UN MINUTO DI SCIOPERO NÉ UNA LACRIMA PER IL CAPOGUARDIA PALMIERI» (il suddetto guardiano è stato recentemente impallinato alle gambe). Il fatto ha naturalmente infastidito i bonzi che di lacrime per i padroni ed i loro sgherri ne versano tante.
La pressione che gli operai subiscono è talmente forte che gruppi sempre più consistenti tendono a ribellarsi alle direttive dei dirigenti sindacali opportunisti. Ed ecco allora che questi gettano la maschera e mostrano il loro vero volto di traditori venduti al nemico di classe, spie del padrone e della polizia: qualsiasi operaio che tenti di scrollarsi di dosso la loro disciplina viene automaticamente bollato come «provocatore», «brigatista» ecc. Qualsiasi operaio che voglia lottare seriamente in difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro viene accusato di delinquenza e viene additato all’azienda perché lo licenzi. Qual è infatti il senso delle ultime parole del bonzo sopracitato? Licenziate pure tutti quelli che noi non riusciamo a controllare, non muoveremo un dito per difenderli.
Svaniti i tentativi di imbonire la collera operaia, i bonzi sindacali emanazione del PCI e del PSI, passano alla repressione più feroce, si fanno strumento dell’azienda per creare un clima terroristico in ogni posto di lavoro. Ecco chi sono! Ma né il terrore, né le manovre di ogni genere sono riusciti a frenare la rabbia degli operai che il 23-4 alla FIAT Mirafiori hanno bloccato lo stabilimento con uno sciopero spontaneo, approfittando di uno scioperetto limitato proclamato dalla FLM. Fatto significativo, per il giorno stesso era stata indetta dai bonzi una delle solite «cerimonie commemorative» del 25 aprile che è fallita a causa dello sciopero; evidentemente gli operai non sono più disposti a essere presi per il culo con le solite chiacchiere. Forti picchetti hanno bloccato tutte le porte dello stabilimento. Noi comunisti salutiamo con gioia episodi come questi e dedichiamo tutte le nostre forze per estendere e collegare queste prime reazioni operaie che costituiscono i segni premonitori di ciò che succederà domani quando le masse operaie si rialzeranno in piedi. Tremino i padroni e le loro spie!
I comunisti rivoluzionari sono a fianco di ogni lavoratore che difenda il proprio pane e lavorano perché questi non restino isolati episodi di lotta ma si cristallizzino e si generalizzino in una battaglia organizzata contro la politica dei dirigenti opportunisti dei sindacati, contro i padroni ed il loro Stato, nel corso della quale la classe operaia si riapproprierà delle sue armi tradizionali: il partito ed il sindacato di classe.