Per prevenire l’istintiva rabbia proletaria i sindacati chiudono le lotte delle categorie
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La chiusura dei contratti degli edili e dei chimici è stata salutata da un coro di unanime soddisfazione. Bonzi sindacali, capitalisti, rappresentanti dello Stato hanno ripetutamente manifestato la loro volontà di chiudere subito tutti i contratti, in modo che non si arrivi ad un «acuirsi delle tensioni» il che potrebbe turbare il clima della prossima orgia elettorale. Gli «atti di sabotaggio» che si sono poi verificati alla Fiat e in altri grandi stabilimenti, sono serviti magnificamente ai bonzi per rilanciare in grande stile la tesi della esistenza della «strategia della tensione», dove «strateghi della tensione» sarebbero ovviamente tutti coloro che «in un momento così delicato per il paese» vogliono esasperare gli animi e creare un «clima di odio».
I bonzi ed i rappresentanti dello Stato hanno colto l’occasione per lanciare un appello al «popolo», ai «cittadini democratici», perché collaborino con le «forze dell’ordine» per «vigilare» ed individuare i responsabili di atti che colpiscono la «ricchezza nazionale».
Non ci interessa stabilire se i sabotaggi facciano parte di un piano padronale o siano una nuova pagliacciata delle «brigate rosse», o nascano dalla sacrosanta rabbia individuale di qualche operaio contro il padrone e la sua roba, oppure siano opera degli stessi bonzi sindacali.
Tutto questo ha una importanza secondaria. Ciò che conta è che la «mobilitazione popolare» che si sta creando sull’onda di questi episodi, debitamente gonfiati, mira a bloccare gli operai instaurando nelle fabbriche un clima di terrore e di caccia alle streghe, ed a legare loro le mani affogando le loro rivendicazioni in un abbraccio popolare.
Tutte queste manovre mirano ad un unico scopo: impedire che gli operai si muovano, fare in modo che accettino passivamente la falcidia dei salari, i licenziamenti, la intensificazione dei ritmi di lavoro.
È in questo clima che i bonzi hanno firmato il contratto degli edili e poi quello dei chimici, che costituiscono un tradimento aperto degli interessi più elementari degli operai.
Il contratto degli edili prevede: – scadenza al 31-12-78 il che significa il blocco delle retribuzioni per tre anni; – 20.000 lire mensili di aumento dal 1-4-1976; altre 5.000 dal 1-4-1977; – il contratto era scaduto il 31-12-1975, e quindi le 20.000 lire avrebbero dovuto essere corrisposte a partire da gennaio; perciò l’accordo prevede la concessione di una somma «una tantum» di 50.000 lire di cui 25.000 a maggio e 25.000 in agosto.
Come si vede, bonzi e padroni riescono a scaglionare nel tempo persino gli arretrati.
L’accordo dei chimici prevede il solito aumento di 20.000 lire a partire dal 1-4-1976, più altre 5.000 dal 1-1-1977. Tale aumento viene però considerato «elemento distinto dalla retribuzione», e cioè legato alla presenza in fabbrica. Ciò significa che se un lavoratore si ammala si troverà alla fine del mese la busta paga alleggerita in misura proporzionale ai giorni di assenza dal lavoro: ammalarsi è un lusso per gli operai!
Questa clausola – bontà loro – non vale nel caso di infortunio sul lavoro. A partire dall’aprile 1977, queste 25.000 lire faranno parte integrante della retribuzione.
Anche per i chimici è poi previsto lo «scaglionamento degli arretrati»: una tantum di 70.000 lire di cui 35.000 a maggio e 35.000 a luglio.
Gli stessi bonzi sindacali hanno riconosciuto che questi aumenti sono irrisori e nemmeno sufficienti a compensare l’aumento dei prezzi e la svalutazione della lira, e ciò è per essi motivo di vanto, perché tengono a dimostrare ai padroni la loro buona volontà e capacità di sacrificare le esigenze degli operai per la cosiddetta «economia nazionale». Anzi, se non fosse stato per l’«irrigidimento» dei padroni, loro i contratti li avrebbero già firmati da un pezzo perché al disopra di tutto pongono «l’interesse del paese». Da esperti conoscitori degli operai, hanno più volte messo in guardia i padroni che il loro atteggiamento «irresponsabile» avrebbe portato ad una radicalizzazione delle lotte.
Ora che le trattative sono concluse, essi presentano i contratti come un qualcosa che è stato strappato a viva forza contro l’intransigenza padronale. Si tratta della solita commedia recitata per convincere gli operai che è stato fatto il possibile per difendere le loro rivendicazioni.
L’ingordigia dei capitalisti è ben nota, essi piangono rovina anche per la più piccola concessione fatta agli operai, anche lo stretto necessario per sopravvivere sembra loro uno spreco, e sono sempre pronti ad accusare gli operai di essere dei fannulloni o dei dissipatori di ricchezza.
Ma in questo caso, grazie all’opera dei bonzi, non hanno concesso proprio niente perché i miseri aumenti previsti sono stati già in precedenza assorbiti dall’aumento dei prezzi e dalla svalutazione della lira, che ha reso più concorrenziali le merci delle industrie italiane.
Questi accordi perciò non fanno che sancire la diminuzione reale dei salari e l’attacco alle condizioni di vita di tutto il proletariato.
Agli operai i bonzi dichiarano che, data la gravità della situazione, si è ottenuto tutto ciò che si poteva e, come compenso per l’aggravarsi delle condizioni di vita e di lavoro, fanno intravedere l’esca di un prossimo rivolgimento politico che metterebbe le redini dello Stato nelle mani dei falsi partiti operai e di un «maggior potere» in fabbrica conquistato attraverso il controllo degli investimenti. Conquista illusoria perché il capitale è una forza sociale che se ne frega della volontà di chicchessia e si sposta laddove è più alto il tasso di profitto. Gli stessi capitalisti, e nemmeno il loro Stato, non sono in grado di decidere o programmare nulla, ma sono essi stessi comandati dalle leggi ferree dell’economia.
I capitalisti vogliono ad ogni costo salvare i loro privilegi di classe, e la difesa dei loro privilegi richiede lo schiacciamento e l’immiserimento delle masse operaie, il che viene oggi generalmente espresso con la formuletta «diminuzione del costo del lavoro» su cui tutti, con diverse sfumature, si dichiarano d’accordo.
Ma la borghesia non può assumere in prima persona la difesa dei propri interessi, ed è perciò che li maschera dietro un preteso «interesse generale» e si nasconde dietro il paravento dei partiti opportunisti. Sono i bonzi sindacali, emanazione diretta dei partiti pseudo-operai, che si assumono il compito di legare le mani agli operai in modo da costringerli ad accettare senza reagire l’aggravamento delle loro condizioni di esistenza. Con tutti i mezzi essi cercano di distogliere i proletari dalla lotta intransigente in difesa del pane e del posto di lavoro, che è ciò che la borghesia teme più di ogni altra cosa.
A tale scopo viene montata la campagna allarmistica contro le fantomatiche «trame eversive» che mettono in pericolo le «libertà democratiche», o contro le «interferenze straniere». È per distogliere le energie proletarie dal terreno dell’azione di classe che viene sapientemente giocata la carta delle «conquiste democratiche»: aborto, femminismo, elezioni anticipate, ecc.
Mentre vengono spietatamente schiacciati i lavoratori delle categorie più deboli (come il pubblico impiego) e quelli delle piccole e piccolissime aziende, attorno alle grandi fabbriche del nord viene creato un vero e proprio cordone sanitario attraverso la mobilitazione delle mezze classi. Gli operai assieme agli studenti, ai preti, alla cittadinanza; le loro rivendicazioni affogate in un mare di putrido populismo. Lo studente, il prete, l’artista, il sindaco, il bottegaio, che sommergono gli operai in un coro belante di piagnistei sullo sfruttamento, sulla disoccupazione, sulla miseria, sono la più sicura garanzia per il regime.
Ma da un momento all’altro un gigantesco scrollone della classe operaia potrebbe far crollare questa macabra impalcatura e allora vedremo le stesse «dame di carità» che oggi versano calde lacrime sulla condizione dell’operaio infessito e soggiogato, scagliarsi violentemente contro i «pezzenti» che osano rialzare la testa.
È questo che la borghesia e i suoi servi opportunisti temono, ed è perciò che i bonzi sindacali si scagliano con vera ferocia contro ogni minimo tentativo autonomo di gruppi di lavoratori di porsi su un terreno di difesa intransigente delle loro condizioni materiali, contro ogni movimento, anche limitato, che rischi di rompere la pace sociale.
Le organizzazioni operaie, i sindacati, sono oggi dominate da una politica che subordina le esigenze vitali dei proletari alle necessità di sopravvivenza del regime capitalistico. Tale politica viene imposta per mezzo di una struttura e di una disciplina che tendono ad impedire qualsiasi reazione classista degli operai. Gli operai saranno spinti a tornare sul terreno della lotta di classe in difesa delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ma nel far questo dovranno necessariamente cozzare contro la politica dominante nei sindacati, far saltare la loro struttura, rompere la disciplina imposta dai bonzi sindacali. È nel corso di questa azione che risorgerà il vero sindacato di classe ed è nel corso di questa azione che il partito comunista rafforzerà ed estenderà la sua influenza fra i proletari. È questa la nostra prospettiva per la quale noi lavoriamo. È perciò che il partito indica agli operai la necessità di organizzarsi per lottare su due fronti contro i padroni ed il loro Stato e contro l’opportunismo, il più valido sostegno del regime capitalistico.