Partito Comunista Internazionale

L’opportunismo spinge i giovani proletari a mendicare impotenti l’assistenza dello Stato

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È noto che il famigerato Prodotto Nazionale Lordo è stato nel ’75 inferiore del 5% all’anno precedente. Avanziamo un’ipotesi: se le chiacchiere a vuoto di commissioni e sottocommissioni parlamentari, incapaci di varare anche delle moderatissime leggine, fossero merci, cioè prodotti del lavoro umano aventi un valore d’uso e di scambio, il nostro PNL sarebbe in iperbolica ascesa.

Ma tant’è, il parlamentarismo con i suoi prodotti non ha corso nella Borsa delle merci, serve soltanto ad addormentare e corrompere le masse lavoratrici, ecco perché assistiamo contemporaneamente ad una diminuzione della produzione e dei consumi e ad una crescita sproporzionata delle chiacchiere per far sopportare stoicamente ai proletari il peggioramento delle proprie condizioni di vita. Come dire: prima la malattia poi la cura!

Non poteva non essere preso in esame da dei riformatori tanto abili come i politici italiani, il problema della disoccupazione giovanile e anche questa volta il PCI ha fregato tutti sul tempo (la solerzia nel puntellare lo status quo non gli fa difetto!) e fieramente ha fatto mostra in questi ultimi tempi del suo “piano per dare lavoro ai giovani”. Occupiamocene.

La soluzione del partitone prevede una partecipazione di 150-200 mila giovani sotto i 26 anni in cerca di prima occupazione (620 mila nel ’74 secondo le statistiche) a corsi di “riconversione professionale”, metà studio e metà lavoro, 100 mila lire mensili come retribuzione senza oneri sociali, tutto totalmente a carico dello Stato, cioè paga Pantalone. La parte lavoro consisterebbe nell’impiego dei giovani in “opere e servizi sociali, in determinati comparti di terziario pubblico qualificato, quali ad esempio settore dei beni culturali e dei servizi sociali” e con “esclusione tassativa dai settori della produzione industriale agricola commerciale, questo per evitare l’aprirsi di nuove e gravi contraddizioni in questi comparti del mercato del lavoro”.

Chiaramente, “la partecipazione al piano è di durata annuale non reiterabile e non dà diritto automatico ad assunzione”, ma corrisponde solamente ad una misura straordinaria, di emergenza, da “fortezza assediata”.

Fin qui testuale L’Unità del 26-3 che per l’occasione ha sfornato l’espressione di beni culturali forse ammiccando alla possibilità di trasformare per la prossima stagione turistica i giovani disoccupati in custodia per musei e gallerie prendendo così la palla al balzo per risolvere la crisi in quel settore.

I cialtroni del partitone hanno creduto con queste perle di sfornare chissà quali novità, novità che invece nascono morte e putrescenti e perfettamente conosciute dall’arcaico marxismo ortodosso.

Un passo indietro, Francia 1848, il governo provvisorio venuto fuori dalla rivoluzione del febbraio e composto in larga parte dai piccoli borghesi repubblicani deliberò la costituzione dei cosiddetti Ateliers nazionali in cui centomila operai parigini venivano applicati in lavori di sterro, noiosi, monotoni, improduttivi per un pugno di lenticchie. Furono fatti passare come un frutto del Lussemburgo (il ministero del lavoro) in mano a Luis Blanc, rappresentante operaio, e l’equivoco che fossero un’idea dei socialisti fece sì che tutta l’Europa mise il socialismo alla berlina. Ma proprio per quest’equivoco, non per il contenuto, diventarono la protesta vivente del proletariato contro l’ordinamento borghese e gli operai degli Ateliers saranno l’esercito per la sommossa che nel giugno inevitabilmente scoppiò.

Ma in quanto al contenuto Marx condannò energicamente sia gli Ateliers che il Lussemburgo con i suoi sogni di organizzazione del lavoro generati dall’immaturità di tutta la classe operaia francese:

«… Organizzazione del lavoro! Ma il lavoro salariato è l’attuale organizzazione borghese del lavoro. Senz’esso, né capitale, né borghesia, né società borghese. Uno speciale ministero del lavoro! Ma i ministeri delle finanze, del commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi del lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del lavoro non sarebbe stato che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii desideri, una commissione del Lussemburgo… Una classe, nella quale si concentrano gli interessi rivoluzionari della società, non appena si è sollevata, trova immediatamente nella sua stessa situazione il contenuto ed il materiale della propria attività rivoluzionaria: abbatte i nemici, adotta le misure suggerite dalla necessità della lotta; poi le conseguenze dei suoi propri atti la spingono oltre. Essa non subordina il suo compito a ricerche teoriche. La classe operaia francese non si trovava a quest’altezza di vedute; ella era ancora incapace di portare a compimento la propria rivoluzione…».

E con questo Lussemburgo ed Ateliers sono sistemati.

Passano gli anni, lo Stato borghese, già primo veicolo dell’accumulazione capitalistica, e che per vari decenni si era limitato a fiancheggiare come stato di polizia e ad assicurare e garantire l’azione del capitale privato, incomincia per fini politici e sociali ad investire ed “esercitare”.

Non c’è niente di meglio per evitare le rivolte dei disoccupati che dare via libera ai demagogici lavori pubblici e in questo campo la borghesia italiana nata in ritardo, già riformista, ha da insegnare a tutti. Lavori pubblici! e questa volta non solo per il contenuto, ma anche per il titolo, per ciò che ha rappresentato non esprime altro che sottomissione agli interessi del capitale di tutta la società; non sono come gli Ateliers anche una protesta vivente contro l’ordinamento borghese di cui sono invece una valvola di sfogo, giusta la tesi che la malattia, la Rivoluzione cioè, va prevenuta.

Il ciclo dei lavori pubblici, dagli Ateliers parigini, giunge così a compimento, e logicamente nelle varie fasi del processo si è badato bene a scartare tutto ciò che poteva rappresentare qualcosa di rivoluzionario.

Il prodotto finito è così a disposizione di tutti i buffoni che lo possono modellare a proprio piacimento secondo le esigenze del momento. L’importante è che il regime capitalistico si sviluppi e si rafforzi e che il capitale continui la sua riproduzione, eternizzata la formula D-M-D’.

Sbarazziamoci quindi di tutto il blaterare sui cosiddetti beni sociali che per il marxismo non esistono, il capitalismo è modo di produzione sociale delle merci contemporaneamente valori d’uso e di scambio, beni sociali non ne conosciamo, e presentiamo la nostra soluzione sia per uscire dalla crisi che per dare lavoro ai giovani: soluzione semplicissima che si basa sulla distruzione del valore di scambio delle merci e su una produzione pertanto di soli valori d’uso. Esempio: si produce 100; 20 è quota per l’ammortamento degli impianti, per il sostentamento di tutti coloro che non possono lavorare (bambini, anziani ecc.); il restante 80 viene diviso fra il rimanente della popolazione dedicata al lavoro. Punto distintivo della nostra immaginaria società, destino storico del proletariato, è nessun contrasto fra capacità d’acquisto e capacità di consumo in quanto non esistono più valori di scambio. Caliamo il nostro esempio, che ha come postulato la distruzione violenta di tutti gli ordinamenti esistenti, sulla nostra Italietta: impiego dei 150-200 mila giovani nell’agricoltura e nell’industria (proprio i settori scansati dal PCI) con evidente riduzione della giornata di lavoro, visto che il numero di chi lavora aumenta. Difficoltà di smercio dei prodotti come è oggi? Manco per idea, se i magazzini sono attualmente stipati di merci invendute non è perché le pance dei proletari siano piene, che sia cioè in difetto la capacità di consumo, ma perché la capacità di acquisto della maggioranza della popolazione è limitata cioè i salari sono bassi. Si risolverebbe la cosa aumentando i salari ma non toccando tutto il resto? Niente affatto, questa crisi come le altre si presenta dopo un periodo di salari alti.

Il PCI poveretto vuole indirizzare i giovani disoccupati verso i non ben definiti servizi sociali e beni culturali, vediamo perché: il suo ragionamento è lineare, industria ed agricoltura sono in crisi se si immette in questi settori nuovi scaglioni di forza lavoro si fa più male della grandine perché la strada della ripresa capitalistica passa per: 1) maggior competitività delle merci italiane su scala internazionale, bisogna esportare di più e importare di meno; 2) aumento della divisione del lavoro e impiego di macchine più perfezionate; 3) espulsione dalla produzione degli operai sostituiti dalle macchine e diminuzione dei salari di coloro che rimangono.

Il ragionamento non fa una grinza e fila perfettamente ma ha un difetto: non esce dai confini del modo di produzione capitalistico, ecco perché paventa di utilizzare i giovani in quegli strani settori.

Il piano del PCI è un chiaro esempio di assistenzialismo, mutata la forma è una riproposizione bella e buona dei classici lavori di sterro, noiosi, monotoni, improduttivi, il tutto condito con demagogia popolaresca, e come tutti i piani assistenziali si deve basare su un accresciuto sfruttamento dei lavoratori ancora inseriti nel processo produttivo, perché sono loro la fonte di plusvalore che finanzia l’assistenza.

Queste chiacchiere fanno il paio con quelle sulla “riqualificazione professionale” dei giovani per indirizzarli, chissà quando verso “il lavoro produttivo dell’industria e dell’agricoltura” (ancora L’Unità del 26-3); queste baggianate si basano sull’idea totalmente falsa che una parte notevole dei disoccupati attuali sarebbe assorbita dalla produzione se questi fossero degli specializzati, la cui mancanza ci deve indurre a costruirne in vitro.

Qui proprio il partitone si dimentica completamente di tutto lo sviluppo storico delle forze produttive e della forza-lavoro che nel regime capitalistico ha subito una costante diminuzione di valore proprio in quanto i singoli mestieri vengono via via resi più semplici, di più facile apprendimento, mentre la cosiddetta “professionalità” dell’operaio viene sempre più surrogata da macchine perfezionate e che abbisognano di operatori sempre meno abili, questo fin dai tempi della manifattura.

I disoccupati pertanto non hanno sbarrata la strada per il soddisfacimento dei propri bisogni da una mancanza di professionalità o di capacità di svolgere determinati lavori invece di altri, ma dal fatto che il lavoro morto (il capitale) domina il lavoro vivo (forza lavoro) e che il processo produttivo è solo funzione della riproduzione e accumulazione del capitale e dell’estorsione di plusvalore.

La nostra parola d’ordine per i giovani disoccupati è pertanto la stessa che il Partito dà ai fratelli di sventura più anziani e per i quali ancora non è stato varato nessun piano per dar lavoro; la stessa che dà ai proletari che hanno ancora l’onore di accrescere la produzione del Capitale: ABBATTIMENTO DI QUESTA PUTRIDA SOCIETÀ.