Partito Comunista Internazionale

Spezzare il mito aziendale per abbattere il regime borghese

Categorie: Opportunism, Union Question, Workers self-management

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Prima di una lunga serie, annunciata con clamore dai sindacati e dal PCI, si è svolta a Pomigliano d’Arco il 12 aprile la Conferenza di produzione dell’AlfaSud. Queste conferenze, altre ce ne saranno a breve termine fra metalmeccanici e telefonici, sono l’ultima scoperta dell’opportunismo che ha avuto la bella idea di riunire in proficua discussione dirigenti industriali ed operai che per l’occasione si sono scannati vicendevolmente per dimostrare di possedere la chiave capace di far marciare l’azienda in questione e l’industria nazionale tutta. Non si tratta che dell’aspetto aziendale, e quindi ad un livello ancora più trito, della famigerata politica degli investimenti: i nostri solerti sindacalisti, che negli ultimi contratti hanno conquistato il diritto di essere notificati dagli imprenditori delle loro scelte in materia di investimenti e di scelte produttive, non perdono occasione per il bene della Produzione (P maiuscola si intende!) di criticare l’organizzazione dell’azienda fin nei minimi particolari, dai gabinetti su su fino ai singoli reparti e allo smercio del prodotto finito. Qualsiasi inghippo che può ostacolare la Produzione loro sono lì apposta per rimuoverlo e ogni ingranaggio dell’azienda è suscettibile di essere pulito e lubrificato gratuitamente da questi signori, per caratterizzare i quali non c’è di meglio che – sostituendo «camerata» con «compagno» e «duce» con «Paese» – uno slogan mussoliniano: «Compagni il Paese premia qui la Fede la Disciplina il Lavoro!»

In questa dibattuta conferenza, riferiscono le cronache, sindacati e dirigenti si sono palleggiati la responsabilità del disastroso andamento della fabbrica meridionale scossa nel ’74 e nel ’75 rispettivamente da 1437 e 1480 scioperi di cui solo 85 nel primo anno e 58 nel secondo sono stati proclamati dai sindacati nazionali e provinciali. La cosa è grave, Trentin ha paventato perfino una perdita di credibilità del sindacato se tutte le cause che hanno determinato quelle fermate selvagge non verranno prontamente rimosse dalla direzione aziendale che con la sua incapacità di razionalizzare e modernizzare i metodi di lavorazione susciterebbe e alimenterebbe queste incontrollate esplosioni di collera proletaria.

Infatti, lor signori giornalmente si genuflettono davanti alla dea Produzione e sono pertanto organicamente incapaci di prendere la testa di scioperi limitati e grezzi, corporativi pure, nei quali dei semplicciotti si curano solamente di difendere le loro condizioni di lavoro e di vita; per quei signori queste condizioni potrebbero costantemente peggiorare e loro si accontenterebbero di far presente alla direzione aziendale il fatto registrato, dopodiché sta a lei rimuovere, con una gestione intelligente ed oculata, da borghesi buoni, tutte quelle cause che generando esacerbati conflitti potrebbero ledere, oibò, il prestigio del sindacato.

Nostra semplicissima ricetta da illetterati ed ignoranti: un fracco di legnate a questi traditori e smantellamento di cotali sindacati, quindi sostituzione di queste disfattiste organizzazioni con sindacati di classe che conducano e dirigano in prima fila i 1400 scioperi annuali con il risultato che il prestigio del sindacato, rosso questa volta e non tricolore come gli attuali, sale ad altezze vertiginose.

Il momento culminante della conferenza è stato però un altro e precisamente la lunga elencazione da parte dei sindacati delle deficienze dell’azienda da eliminare per il bene di tutti.

Cortesi, presidente dell’Alfasud, è uscito col dire: «Vedo che posso anche andarmene dal momento che qui ci sono parecchi che aspirano alla carica di presidente», al che l’Unità ha risposto che il Cortesi con la sua sufficienza non aveva capito un bel niente non accorgendosi che i lavoratori, ed è questo il fatto nuovo, caricandosi dei problemi dell’azienda non si presentano più come controparte avversaria ma come protagonisti alla pari. In poche parole, quindi, nessuna scalata alla presidenza, funzione da preservare in eterno, ma qualcosa di più: abbiamo di fronte un tentativo di simbiosi sindacati e dirigenti tradizionali per il buon andamento dell’azienda e con questo il ciclo del tradimento si è chiuso.

Più di 55 anni fa durante l’occupazione delle fabbriche nel rosso 1919 la Sinistra insorse vigorosamente nel ribadire che il movimento doveva puntare allo Stato, alla caserma dei carabinieri, alla prefettura e non rinchiudersi nell’azienda che pure veniva presidiata con fucili e mitragliatrici. Dopo il bruciante insuccesso iniziò nelle file del movimento operaio e sindacale un’accesa e lunga discussione e polemica sul «controllo operaio», sulla funzione cioè che i consigli operai, allora in auge, dovevano assolvere in quell’epoca di sommovimenti sociali che facevano balenare davanti agli occhi delle masse lavoratrici una società costituita non su basi capitalistiche ma socialiste.

La tesi tanto cara all’ordinovismo era che, dimostratasi la borghesia incapace di sviluppare ed organizzare la produzione, bisognava incominciare fin da quel momento a costruire la società nuova appropriandosi delle singole funzioni tecniche che prima spettavano al capitalista: dal rifornimento delle materie prime allo smercio dei prodotti all’occupazione integrale delle imprese sabotate o sottoposte a serrata o del tutto abbandonate dagli imprenditori. Sia chiaro, i fervidi intellettuali torinesi non arrivarono mai a richiedere commissioni paritetiche, né tanto meno a proclamazioni sulla base di un’uguaglianza di diritti fra «lavoro e capitale», che nella loro visione consigliariistica mantenevano sempre la figura di irriducibili avversari.

Era un’ingenua utopia, perché non basta abbracciare il lato tecnico della produzione per costruire una nuova società se il lato finanziario della produzione e il problema politico della conduzione statale non vengano scalfiti, quindi a gran voce la Sinistra ribadì che il «controllo operaio», anche utile strumento di propaganda rivoluzionaria, si risolve nella lotta per il potere tra proletariato e borghesia cioè nella rivoluzione socialista, in quanto non si trattava di surrogare il singolo capitalista ma di escludere la classe capitalistica dalla produzione: «… il controllo operaio sulla produzione si presenta per noi comunisti come una prima fase verso il socialismo, verso la gestione collettiva dell’azienda da parte dello Stato proletario. Esso è il primo postulato per realizzare il quale però è indispensabile che il potere politico sia già passato nelle mani del proletariato. Ed ecco perché i comunisti ogni qual volta vedono che praticamente nell’officina questo problema fin da ora si prospetta come un bisogno per gli operai, specialmente quando sentono dire che l’officina si deve chiudere e si devono fare i licenziamenti perché non vi è più possibilità di collocare i prodotti, quando gli operai sentono questo bisogno istintivo di andare a vedere perché questa macchina della produzione che dà loro la vita non può più funzionare, allora i comunisti devono intervenire col dire che essi potranno guardare la macchina, potranno cominciare a gestirla, prepararsi alla gestione nel supremo interesse collettivo solamente a costo che sia guadagnata la grande battaglia generale unica politica contro il potere della borghesia, che sia stata realizzata l’organizzazione di dominio del proletariato, la quale faccia sì che la forza armata dello Stato non intervenga più a proteggere gli interessi dei capitalisti, ma ci sia un’organizzazione opposta di forze che faccia rispettare gli interessi delle maestranze…» (da «Dall’economia capitalistica al comunismo», 2-7-1921).

Oggi è evidente che non c’è da confutare delle deformi interpretazioni del processo rivoluzionario, quanto invece si tratta di sconfiggere dei potenti organismi a difesa della conservazione sociale; d’altronde per molti versi la lezione dell’ieri è applicabile agli schifosi tempi moderni, tempi nei quali i nostri avversari amano sciacquarsi la bocca con i termini di sociale e di socialità e tutte le volte che confezionano «piani» che non si sollevano di un millimetro da un timidissimo e sgangherato riformismo subito lo bollano con il termine di piano sociale. Più si trastullano con questi pomposi termini più si trincerano a difesa dell’economia capitalistica mercantile ed aziendale, e qui ben inteso non ci si cura della misera impresa Alfasud o Fiat ma dell’azienda Italia, economia che intende la parola «sociale» solo nel senso di estorsione sociale di plusvalore.

Il pericolo degli anni venti era che nella foga di picchiare sul capitalista singolo ci si dimenticasse di elargire delle solenni bastonate anche allo Stato capitalistico, fatale errore che avrebbe precluso al proletariato di minimamente influire sul complesso della struttura produttiva e quindi di fare «nazionalmente» tutti i passi necessari per sviluppare un’economia collettivistica, che il socialismo è fatto internazionale, post rivoluzione internazionale.

Pericolo di oggi è invece che si contrabbandi come minimi passi in avanti il progressivo inquadramento di sindacati pseudo-operai nelle strutture aziendali e che si diriga volutamente il cannone della polemica verso i singoli capitalisti imprenditori managers, ecc. incapaci secondo la favola di non saper organizzare la produzione e l’impresa, per rafforzare ulteriormente la macchina statale: ecco il vero obbiettivo celato dietro i fumi della demagogia popolaresca.

Una vecchia formula dei capitalisti per legare gli operai al buon andamento degli affari di chi li sfrutta consisteva nel far partecipare gli operai agli utili dell’azienda, formula che rivelava i suoi evidenti limiti tutte le volte che il sistema capitalistico veniva percorso dalle sue crisi periodiche, gli utili si riducevano, le aziende chiudevano e gli operai venivano espulsi dalla produzione. Il tempo è passato ed ha insegnato: non basta far partecipare agli utili gli operai, occorre investirli del buon andamento dell’azienda, allontanati i dirigenti incapaci, e chissà che questa volta non si riesca a convincerli per il bene della produzione ad abbassarsi i salari o a licenziarsi.

Altra semplice ricetta frutto di un bilancio secolare della lotta di classe: tutte le volte che il bonzo di turno parla dell’azienda e del suo «bene» prepararsi a buttare il cialtrone dalla finestra.

Marx in «Lavoro salariato e capitale» nell’illustrare la migliore condizione di esistenza dell’operaio, l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo, scrive che «sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato la sua sorte dipende dal capitale» e che «dire che la condizione più favorevole per il lavoro salariato è un aumento più rapido possibile del capitale produttivo, significa soltanto che, quanto più rapidamente la classe operaia accresce e ingrossa la forza che le è nemica, la ricchezza che le è estranea e la domina, tanto più favorevoli sono le condizioni in cui le è permesso di lavorare ad un nuovo accrescimento della ricchezza borghese, a un aumento del potere del capitale, contenta di forgiare essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sé». Di seguito Marx avverte che l’accrescimento del capitale produttivo significa pure estensione della divisione del lavoro e impiego in misura sempre maggiore delle macchine, ergo aumento della concorrenza fra gli operai, contrazione dei loro salari, aumento dei terremoti industriali e commerciali e crisi nelle quali il Capitale, signore ad un tempo barbaro e grandioso, trascina nell’abisso interi reggimenti di operai che periscono.

I nostri eroi, non contenti di teorizzare nei momenti di floridezza della produzione e del commercio una pretesa identità di interessi fra Lavoro salariato e Capitale, vogliono incatenare anche nei momenti di crisi il proletariato alla sorte del Capitale che corre verso la sua rovina.

Il proletariato rivoluzionario dovrà passare sopra di loro.