Partito Comunista Internazionale

[RG-3] Fascismo e Resistenza nella continuità dello Stato borghese Pt.4

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IL FASCISMO ORGANIZZATORE DELLA BORGHESIA IN CLASSE SOCIALE

In quest’ultima parte ci occupiamo del «programma e del metodo di governo» del fascismo.

Dicemmo al V congresso dell’Internazionale: «Il fascismo non rappresenta la negazione storica dei vecchi metodi di governo della borghesia; rappresenta soltanto il fine logico e dialettico completo della fase precedente dei governi borghesi detti democratici e liberali».

Intendevamo dire che tra i due metodi di governo non esiste un’antitesi ma ambedue corrispondono a due diversi e successivi periodi dello sviluppo storico sia delle forze produttive che dell’industria e del commercio mondiale; «periodi dello sviluppo storico» l’uno legato in modo indissolubile all’altro e che la letteratura marxista ha raffigurato con i classici termini di: libera concorrenza ed espansione pacifica del capitalismo (il riformismo domina, come metodo di governo e in un campo proletario, come metodo d’azione); e di: monopoli ed imperialismo, periodo caratterizzato – vedi Lenin – da forme politiche di oppressione e di tirannia, ma che pur tuttavia eredita dalla fase precedente le istanze riformiste di gradualismo e di collaborazione fra le classi.

«Il capitalismo degli ultimi decenni ha presentato caratteristiche ben note, inquadrate nell’Imperialismo di Lenin.

Queste nuove forme economiche di collegamento, di monopolio e di pianificazione lo hanno condotto a nuove forme sociali e politiche. La borghesia si è organizzata come classe sociale oltre che come classe politica; ha inoltre divisato di organizzare essa stessa il movimento proletario inserendolo nel suo Stato, e nei suoi piani, come contropartita ha messo nei suoi programmi la gamma delle riforme tanto a lungo invocate dai capi gradualisti del proletariato.

Con ciò la borghesia, divenuta fascista, corporativa, nazional-socialista, ha gettato via più o meno palesemente l’ordinamento di libertà individuale e di democrazia elettorale che le era stato indispensabile nel suo avvento storico, e che era ossigeno per essa, non concessione alle classi che dominava e sfruttava, né utile ambiente per l’azione di queste».

Così commentavamo in «Tendenze e socialismo», Prometeo gennaio 1947, volgendo lo sguardo al passato per trarne le lezioni; merita qui soffermarci sulla espressione: «la borghesia si organizza in classe sociale», espressione con la quale si volle caratterizzare il seguente processo storico che così riassumiamo. La libera concorrenza ha generato i monopoli; cartelli, sindacati, trusts, holdings finanziarie sono le tappe di questa evoluzione che vide crollare oltre al mito del capitano d’industria soppiantato dall’affarista avido quanto sprovvisto di cognizioni tecniche della produzione, quello altrettanto classico dell’iniziativa privata, l’azienda isolata che liberamente si batteva nel mercato nazionale ed internazionale fidandosi del buon fiuto del suo timoniere. Tutto ciò è soppiantato, lentamente ma costantemente, da un coordinamento ed una pianificazione della produzione delle merci e della loro distribuzione che spinge sempre più la classe dominante ad attrezzarsi in forme politiche di stretto controllo e direzione unitaria di tutta la società.

È evidente come questo risultato politico «storico» non sia che il riflesso degli avvenimenti succedutisi in campo economico; alla borghesia non manca certo la possibilità di prevedere e ritardare le sue crisi e catastrofi, e lo fa attestandosi su nuove e più sicure posizioni dettate dalle leggi impersonali che regolano il suo modo di produzione; la borghesia si accorge, pena la sua distruzione come classe, di non poter continuare a muoversi in campo economico sociale e politico come piccole unità indipendenti e combattenti le une con le altre, ma deve affasciare queste unità in blocchi compatti sempre più grandi e mostruosi.

Se in campo economico «naturalmente» nacquero e si svilupparono monopoli e capitale finanziario, in campo politico si assistette ad una crescita veloce dell’apparato statale che è penetrato ormai con i suoi tentacoli in tutti i meandri della società civile: tale apparato gigantesco richiede totalitarismo.

Il quadro è quindi completo, da una parte il giganteggiare dei monopoli e del capitale finanziario, dall’altro l’affermarsi dell’interventismo e del dirigismo statale: «Man mano che il tipo di organizzazione capitalista invade il tessuto sociale e i territori mondiali e suscita, con la concentrazione della ricchezza, e la spoliazione delle classi medie, le contraddizioni e i contrasti di classe moderni, levando contro di sé la classe proletaria già sua alleata nella lotta antifeudale, la borghesia trasforma sempre più il legame di classe tra i suoi elementi da una vantata pura solidarietà ideologica, filosofica, giuridica, in una unità di organizzazione per il controllo dello svolgimento dei rapporti sociali e non esita ad ammettere apertamente che questi sorgono non da opinioni ma da interessi materiali (Prometeo, Proprietà e capitale).

Certo questi non sono i «frutti» del fascismo, né ha importanza alcuna che in Italia tale metodo di governo abbia ricevuto notevole slancio e vigore dal regime fascista, altri paesi tipo Francia, Inghilterra ed USA ad esempio sono arrivati allo stesso punto di sviluppo dei rapporti di classe senza passare per questo dalle coreografiche camicie nere. Ecco un’altra ragione per spiegare l’interesse del Partito per queste determinanti vicende passate, toccò infatti al fascismo far da maestro e questo non per una particolare e spiccata intelligenza dei suoi capi ed ideologi, ma perché la lotta di classe deflagrando bruciò i mezzi termini e costrinse anche il nostro nemico di classe a parlare senza veli ed a proclamare a chiare lettere questa tendenza latente del modo di produzione capitalistico ed a dettare ai suoi futuri avversari militari la direttiva unica per la sopravvivenza del regime del Capitale: lo Stato totalitario.

Per riassumere: «Il fascismo adunque può dal punto di vista economico definirsi come un tentativo di autocontrollo e di autodelimitazione del capitalismo tendente a frenare in una disciplina centralizzata le punte più allarmanti dei fenomeni economici che conducono a rendere insanabili le contraddizioni del sistema. Dal punto di vista sociale può definirsi il tentativo da parte della borghesia, nata con la filosofia e la psicologia dell’assoluto autonomismo e individualismo, di darsi una coscienza collettiva di classe, e di contrapporre propri schieramenti ed inquadrature politiche e militari alle forze di classe minacciosamente determinatesi nella classe proletaria.

Politicamente, il fascismo costituisce lo stadio nel quale la classe dominante denuncia come inutili gli schemi della tolleranza liberale, proclama il metodo del governo di un solo partito, e liquida le vecchie gerarchie di servitori del capitale troppo incancreniti nell’uso dei metodi dell’inganno democratico» (da «Il corso storico del dominio politico della borghesia»).

CONDUZIONE UNITARIA DELLO STATO

Sorge ora spontanea una domanda, come possiamo cioè definire le forme politiche degli Stati odierni con i quali il proletariato mondiale inevitabilmente si scontrerà in un futuro che ci auguriamo il più vicino possibile?

Il fascismo sovrastruttura di ciò che si è manifestato e si manifesta in campo economico – monopoli ed imperialismo – è la forma politica alla quale tende il mondo moderno, forma che deve sostituire il liberalismo classico; questa sostituzione è all’oggi già avvenuta sia in campo economico che politico, e questo, sta qui la fregatura, senza buttare al macero il baraccone democratico che anzi sia in Italia che in Germania è stato restaurato. Affermiamo questo in quanto non c’è Stato moderno che non si sia data una struttura esecutiva tanto fortemente centralizzata e gerarchica, struttura che agisce secondo ben determinate regole a prescindere e indipendentemente da ciò che avviene nel pomposo campo legislativo, e dai partiti chiamati a presiedere il governo di turno; tant’è possiamo ben dire che il Parlamento non solo non serve al proletariato come tribuna dalla quale svolgere la sua propaganda rivoluzionaria, ma non serve nemmeno alla causa della sopravvivenza del regime borghese visto che gli effettivi centri di potere decisionale si sono spostati nelle mille Confindustrie, Banche d’Italia, NATO, ONU, e chi più ne ha più ne metta.

Il fatto che nel Parlamento siedano i rappresentanti di venti partiti e che non si possa formalmente parlare di governo di un solo partito è in definitiva una cosa del tutto trascurabile se, come è nella realtà, tutti sono ugualmente incapaci di poter dirigere la macchina statale secondo la loro volontà, e dalle esigenze di conservazione della quale fanno derivare i loro strombazzati programmi. Sono solo lì per distogliere il proletariato dai suoi obiettivi di classe.

Tutto insomma è pronto per l’investitura di un partito unico a capo della vita politica e civile dei vari paesi, atto logico di un processo evolutivo delle forme statali di dominazione borghese; traguardo inevitabile per la classe capitalistica se le contraddizioni insite nell’economia e nel regime borghese richiederanno una specie di comitato di «salute pubblica» che detti se è necessario anche su singole e determinate frangie della borghesia, e in questo caso il proletariato non può che opporre a questa dittatura la sua; oppure il prossimo attacco rivoluzionario del proletariato costringerà lo Stato a rassodare le sue difese utilizzando il disfattismo dell’opportunismo.

In nessuno dei due casi si tratterebbe di un colpo di Stato, gli Stati odierni con il loro ciclopico apparato non si fanno violentare, tant’è immensa la loro forza, si possono invece prostituire ai primi avventurieri e cialtroni di passaggio… In questo aspetto della questione non abbiamo che da riprendere il giudizio stilato 54 anni fa post marcia su Roma: «La marcia su Roma non è stata né una battaglia né una rivoluzione. E se si obietta che c’è stato un cambiamento insolito nel governo, un colpo di stato, non mi attarderò molto su questo punto, perché la questione si riduce in ultima analisi a un gioco di parole. Anche quando si parla semplicemente di colpo di stato si designa un cambiamento di governo che non si è limitato ad un cambiamento puro e semplice di persone, a un semplice rimpiazzamento dello Stato Maggiore al potere, ma che elimina in maniera violenta il tipo di governo fino allora esercitato» (V congr. dell’IC).

Si usa pertanto il termine «commedia e farsa» per raffigurare un’intesa da lunga data preparata, tra due complici (lo Stato democratico e il fascismo), costretti a recitare la figura dei contendenti per meglio fregare il proletariato. Così come è vero che il futuro non ripresenta le passate forme della lotta di classe senza prima adattarle alle condizioni materiali che vigono in quel momento della storia, noi crediamo anche che sostanzialmente non ci sarà riservato niente di nuovo, esiste un solo «golpista» ed è lo Stato.

DITTATURA PROLETARIA CONTRO LO STATO CORPORATIVO

Vediamo adesso le «caratteristiche» e «il programma» del fu PNF; il tornare indietro nel tempo ci serve per meglio penetrare le nebbie del futuro, crediamo infatti che il divampare della lotta di classe farà nuovamente ritornare alla luce partiti e movimenti i quali rassomiglieranno per molti versi al movimento mussoliniano sia, come vedremo, per compiti che per programma.

Ciò è inevitabile, «il vivente fascismo è in tutti i partiti attuali», dicemmo nel 1960, il proletariato all’attacco lo farà uscire allo scoperto.

Torniamo brevemente a quegli anni: «Il tentativo di esporre una ideologia fascista densa di critiche demolitrici di vecchi sistemi, anche, e soprattutto, nella veste di brillanti paradossi, si è risolta in una serie di affermazioni che non erano né nuove una per una, né legate nella novità della sintesi da un legame qualsiasi, ma rimasticavano senza alcuna efficacia motivi della polemica politica già ripetutamente palleggiati da questa a quella scuola, e cucinate in tutte le salse dalla morbosa mania di incessanti mutazioni che tormenta i politicantucci della decadenza borghese contemporanea… tutto ciò ci mette solo di fronte ad un movimento che dispone di una effettiva e forte organizzazione, che oltre che militare può essere anche benissimo politica ed elettorale, ma che manca di una sua ideologia programmatica (da «Il fascismo» 1921, commento al congresso del PNF).

Ancora: «la nostra critica ci induce alla conclusione che, quanto all’ideologia e al tradizionale programma della politica borghese, il fascismo non ha apportato niente di nuovo. La sua superiorità e la sua caratteristica distintiva consistono interamente nella sua organizzazione, nella sua disciplina, e nella sua gerarchia. L’offensiva controrivoluzionaria imponeva la necessità di riunire, nella lotta sociale e nella politica di governo, le forze della classe dominante. Il fascismo è la realizzazione di questa necessità» (IV congr. dell’IC).

Il primo punto distintivo che quindi a noi interessa rilevare e rilevare è la mancanza di un programma politico e di una ideologia precisa e delimitata, mancanza che faceva risaltare ancor di più un’organizzazione militare extra-statale per quei tempi veramente imponente. Il fascismo è «tutta organizzazione» dicemmo, e non poteva essere altrimenti; le masse proletarie all’attacco si sconfiggono con le armi non con i discorsi o con le teorizzazioni più audaci, chi ha del ferro ha della scienza! Dal fascismo il capitalismo richiedeva botte ed ancora botte sui lavoratori, la mancanza di una teoria ed un’ideologia nuove pertanto, gli era indispensabile per assolvere a questo compito di guardia bianca: egli doveva infatti riuscire ad inquadrare tutta la classe borghese e semi borghese, sia la liberale che la democratica, la monarchica e la riformista.

Insomma prima di tutto salvare il regime capitalistico, in quanto al resto si vedrà a tempo e luogo.

Come la lezione sia stata diligentemente imparata da tutti i partiti usciti dalla Resistenza lo dimostra il fatto che questi appena sentono parlare di questioni di «principio» e di «fine ultimo», che significa anche possedere delle chiare e ben delimitate regole d’azione, saltano su col dire che sono cose passate ed ammuffite e che noi poveretti siamo così staccati dalle masse proprio perché ci attardiamo su questioni di lana caprina. Non c’è che dire, i loro possenti carrozzone viaggiano spediti sui binari della controrivoluzione!

A questo blocco delle forze borghesi intorno ad un organismo tutta organizzazione come può opporsi il proletariato? Semplice! rispondemmo allora: può opporsi stringendosi in un blocco altrettanto compatto intorno al Partito Comunista il quale espressione di una classe ancora rivoluzionaria lega in modo indissolubile i termini di azione, organizzazione e teoria. Legame che esiste in quanto il proletariato deve ancora realizzare il suo programma storico, la società senza classi, il socialismo, mentre il suo antagonista – la borghesia – è su di una posizione di conservazione di un modo di produzione e di un relativo assetto sociale quello per intenderci della Liberté, Fraternité ed Égalité in cui tutti i cittadini sono teoricamente uguali di fronte alla legge e allo Stato per diritti e doveri, società che come le precedenti si è rivelata fondata sulla divisione in classi e sul loro antagonismo. Di conseguenza tutte le volte che i contrasti sociali esplodono e lo Stato e le milizie borghesi devono intervenire per reprimerli nel sangue, la borghesia vede lacerarsi tutti i suoi canoni teorici e programmatici, ed è logico che si rifugi nell’organizzazione in sé dimostrando sterilità teorica ed incapacità ad accompagnare la sua azione con lapidari principi, è tutto il suo mondo che fa bancarotta!

Se il fascismo non riuscì a definirsi a suo tempo deve stupire in definitiva poco se si pensa che ancor oggi, come più volte abbiamo fatto risaltare da queste colonne, è un «enigma» per tutti i democratici.

Quindi, a conclusione di questa nostra escursione nel passato, abbiamo due partiti uno il comunista l’altro il fascista che rappresentano in toto gli interessi delle due classi avversarie, proletariato e borghesia, due partiti di classe che si affrontano alla macchina statale con intenzioni contrapposte, il primo per demolirla e rimpiazzarla con lo Stato della Dittatura del proletariato, ed il secondo per irrobustirla e potenziarla e a questo scopo va bene pescare nel liberalismo come nel riformismo: ecco un altro effettivo vantaggio di non possedere delle definitive tavole programmatiche e ideologiche: «Il partito di classe risolve il problema di unificare lo sforzo che sorge da quegli interessi in una direzione unica facendo tacere nell’interesse generale, e in quello del successo finale, i secondari appetiti contrastanti. Il partito dirige allora la macchina statale in tal senso e realizza il massimo di forza della classe che rappresenta nella lotta contro nemici esterni e interni. Tale nella dottrina e nella prima realizzazione russa, la funzione politica del partito comunista.

Ora, il compito dell’organizzazione fascista può considerarsi analogo, rispetto alla classe borghese ed ai vari ceti semiborghesi. Tra gli interessi di questi e di tutte le frazioni della borghesia esistono innumeri conflitti i quali mettono a serio rischio il successo della difesa contro la rivoluzione proletaria. Con una organizzazione unitaria in partito di governo, il fascismo interviene a centuplicare la forza di resistenza controrivoluzionaria. Ed il partito fascista, postosi alla testa dello Stato borghese, sostituisce i vecchi aggruppamenti di politicanti con una sintesi unitaria delle forze sociali che stavano, nel caos della disorganizzazione politica borghese, dietro di quelli…. Il fascismo adunque, secondo una tale interpretazione, è il partito unitario, ad organizzazione centralizzata e fortemente disciplinata, della borghesia e delle classi che gravitano nell’orbita di questa. È lo Stato democratico-borghese, completato da una organizzazione dei cittadini. Come lo Stato di tutti ha benissimo servito alla amministrazione degli interessi di pochi, così vi servirà un partito di massa» (da «Roma e Mosca», 17-1-1923).

Quella forma particolare di Stato di tutti sostenuto da un partito di massa fu chiamato Stato Corporativo, creatura diletta della controrivoluzione che spinse la sua audacia legislativa fino al punto di proibire sia gli scioperi che la serrata, spacciando la manovra come «la conciliazione degli opposti interessi dei datori di lavoro e dei lavoratori e la subordinazione agli interessi superiori della produzione», testuale dalla Carta del Lavoro.

Non è forse questo il grande desiderio di sempre di opportunismo e democrazia antifascista e che oggi viene vieppiù propagandato per il dilagare della crisi economica del capitalismo che fa vacillare queste stantie forme di produzione che soffocano il libero sviluppo delle forze produttive e che mina l’armistizio decennale fra proletariato e Stato capitalista? Capitale e forza lavoro che amichevolmente collaborano, il fascismo lo realizzò con la forza, era questo il suo limite e per questo non ci fece mai paura.

Ma siccome lo Stato corporativo, lo Stato cioè che concilia Capitale e Forza Lavoro riducendoli a termini che hanno come comune denominatore il bene della produzione e del Paese è una solenne balla che cela il proletariato in ginocchio sotto il diktat dello Stato totalitario capitalista, non valgono le chiacchiere per realizzare blocchi ultrademocratici o ultrapopolari capaci di far camminare sui binari della convivenza sociale gli interessi contrastanti delle classi moderne. Oggi come ieri l’unico linguaggio comprensibile è quello delle armi.

Risposta del proletariato rivoluzionario non potrà che essere che la Rivoluzione sociale e la Dittatura del suo Partito di classe contro tutte le altre forze e dissensi.

Ecco ciò che può riservarci il futuro.

Violenza e Terrore rivoluzionario, di qui passa l’unica strada per il comunismo, la società senza classi, non esistono vie più facili meno sanguinose, meno rischiose ed a ragione possiamo riprendere le parole di Marx quando ebbe a dichiarare: «noi diciamo agli operai: voi dovete attraversare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di lotte popolari non soltanto per cambiare la situazione ma anche per cambiare voi stessi e per rendervi capaci del dominio politico…».

Il Partito di oggi, continuatore ed erede dell’opera di coloro che negli anni venti virilmente affrontarono e contrastarono la tempesta che si abbatteva sul proletariato europeo e mondiale, è pronto a ricoprire il ruolo che gli spetta nello scontro sociale futuro che la crisi economica mondiale annuncia vicino.