Il marxismo rivoluzionario unica scienza nella putrescente società borghese
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Una delle menzogne più stomachevoli che storicamente sia stata prodotta dall’opportunismo, prima socialdemocratico, poi staliniano, è che il capitale, specie in certe aree geografiche, sarebbe incapace di recepire e utilizzare le risorse della tecnica: di qui la necessità che le forze «progressive e riformiste» spingano nella direzione dell’affinamento e dell’impiego della scienza, della cultura, e perché no, anche dell’arte, per rimediare all’attitudine crassamente materialistica del capitalismo di mirare esclusivamente all’accumulazione e al profitto. I più raffinati (s’intende i più infami) degli ideologi opportunisti danno fondo alle loro risorse accademiche perfino… marxologiche, per prendere atto (naturalmente con rammarico) che in certe aree geografiche che hanno conosciuto un tardivo sviluppo capitalistico con conseguente analoga unificazione nazionale, tipo Italia, c’è una permanenza di sovrastrutture arretrate, incapaci di rinnovare e apprezzare il valore della «cultura scientifica e tecnica». Questa constatazione vuole giustificare l’impegno per una politica di riforme di struttura, appunto, capaci di colmare il «gap» tecnologico con i cosiddetti paesi più progrediti, la legittimazione della via nazionale al socialismo.
Sull’argomento il grande opportunismo PCI sta profondendo tutto il suo ingegno mobilitando i suoi «professori» e uomini di cultura, trasformati per l’occasione in «cavalieri della tavola rotonda» dal momento che sembrano bivaccare da mane a sera in interminabili incontri col fior fiore della borghesia «progressiva» e «produttiva», tecnocrati e imprenditori illuminati.
In una seduta (vedi il Contemporaneo 4-4-75) dedicata alla «scienza e alla tecnica» ci si è lamentati dell’arretratezza delle scienze sociali rispetto alle scienze naturali e alla tecnologia, come ha precisato Umberto Colombo, direttore del settore strategia e ricerche della Montedison: è la confessione, nella traduzione marxista, che il campo delle forze produttive sviluppate dal capitale non riesce ad essere dominato da un piano umano cosciente in grado di conoscere e indirizzare l’immensa serie dei dati forniti dalla tecnica nel verso della utilità sociale generale. È la vecchia ottocentesca verità scoperta dal marxismo, che mette a nudo la contraddizione, insanabile all’interno del quadro politico borghese tra i prodotti del lavoro sociale e i loro produttori, tra le immense possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnica, come si sono potenziate in virtù dello sviluppo del capitalismo moderno, e l’appropriazione (uso ed abuso) privata (non importa se statale!) di esse, con conseguente impedimento violento all’accesso e al godimento da parte dello Stato capitalistico nei confronti della classe operaia e del proletariato. Noi paleo-marxisti questo lo sappiamo da oltre un secolo, ma i vari Colombi devono fare sempre le finte di scoprire in virtù delle loro doti di scienziati, ogni giorno, il loro bravo… uovo di Colombo: altrimenti a chi servirebbero? Per loro la scienza è sempre e necessariamente la novità, non la conoscenza dei nessi tra il patrimonio ideale accumulato e l’emergere della realtà storica, sociale e naturale, in divenire.
La borghesia, che nella sua fase ascendente aveva saputo esprimere una lucida e spietata scienza sociale, basti pensare al Principe di Machiavelli o al Leviatano di Hobbes, deve oggi far ricorso a tutte le sue arti mistificatrici per nascondere il suo stato di impotenza nei confronti della pressione delle forze produttive incapaci di essere contenute entro rapporti di produzione putrescenti e mantenuti in piedi da apparati di forza di inaudita potenzialità distruttrice, leniti e oleati nell’ambito della cosiddetta «società civile» da una enorme marea di istituzioni più o meno ieratiche, più o meno rispettate, più o meno ignobili, la cui funzione parassitaria viene oggi esaltata come utile per la difesa della concordia sociale. Come pretendere allora di polemizzare contro i responsabili dell’arretratezza della «scienza sociale» come viene definita la capacità umana di dominare i suoi prodotti (materiali ed ideali, lo sappiamo!), quando gli interlocutori privilegiati sono proprio gli autori ed i responsabili degli apparati di forza e di consenso che garantiscono al capitale di tenere a bada i demoni che giornalmente scatena?
Quando si rifiuta di riconoscere che solo il socialismo è in grado di rovesciare il dominio dei prodotti sui produttori, quando ci si illude di addomesticare il capitale con limatine e accorgimenti, si lavora per allungare la sua agonia e soprattutto per aumentare le sofferenze del proletariato che alla scala mondiale è sempre più escluso dal godimento dei beni prodotti. Ecco perché non solo diffidiamo, ma bolliamo col marchio del tradimento, quanti chiedono più «scienza», più tecnica o addirittura di essere meglio eruditi in questo campo vitale. Se puzza la «filosofia» del capitale, è perché puzza in modo nauseante la sua scienza, che è poi la sua pratica, la sua tecnica, la sua arte, i suoi quotidiani conati per tenere saldo lo sbarramento eretto contro il proletariato. Scrivevamo nel 1953 (n. 4 del Programma Comunista) «quanto grande sia la distanza tra il marxismo e la filosofia della borghesia morente, di cui è buon esponente Croce, si rivela dal fatto che mentre il primo, che conosce la derivazione del proletariato dall’avvento capitalista, dà giusta valutazione e utilizzazione ai tre fattori nazionali e dialetticamente svolge la nuova teoria internazionale del proletariato; Croce all’opposto elimina senza riguardi l’empirismo inglese semplicemente in quanto non filosofia, ma pura statistica di fatti e di eventi, il pensiero francese in pretesa pura posizione «teologica», e s’inchina solo al valore storicistico del pensiero tedesco. Ciò avviene appunto perché in questa terza forma lo storicismo è rimasto innocuo e non ha preso forme demolitrici ed è vuoto sia di prospettiva che di tradizione rivoluzionaria, ben attagliandosi ad una classe ormai solo conservatrice».
Tanto più penosa nel 1975 la pretesa di riesumare sotto etichette luccicanti tipo neo-empirismo, neo-positivismo ecc. quelle correnti che noi riconosciamo capaci di prendere forme demolitrici, ma solo nel loro secolo.
I «Cavalieri della tavola rotonda», di magra figura in magra figura, hanno l’ardire di spolverare le incrostazioni neo-idealistiche con l’illusione di riscoprire, con la pura arma della critica, sotto al deposito di spazzatura, «il pensiero positivo», razionale e progressivo. Ma, non casualmente, queste operazioni non hanno avuto altro sbocco che la ricaduta nel misticismo sociologizzante che ha imperversato dal ’68 studentesco e piccoloborghese o nella Canossa di pentimenti ed autocritiche da scontarsi in «esercizi… spirituali» nella casa madre di tutti gli opportunismi, il grande partito staliniano. Esempio «classico», si fa per dire: in mancanza d’altro, il cavaliere Asor Rosa, grande intellettuale e critico del movimento degli intellettuali che in illo tempore (68 e seguenti) sosteneva che la scienza, forza produttiva speciale, era integrata alla struttura economica capitalistica al punto che le forze produttive (di cui essa è parte privilegiata) sarebbero state «compenetrate (!)» nei rapporti di produzione. Traduzione: la rivoluzione non è più possibile perché ormai i rapporti di produzione (Stato, istituzioni) e forze produttive (Classe operaia, forze sociali materiali) vanno perfettamente a braccetto.
Noi non neghiamo che la preoccupazione costante del capitale è di neutralizzare la portata dirompente delle forze produttive e della scienza che è una «costruzione spontanea dei risultati della tecnica e del lavoro nei suoi procedimenti più vantaggiosi, che è irreversibile in quanto nessuno riuscirà a rinunciarvi per motivi di principio o puramente ideologici. Come il lavoro associato passa ogni frontiera, così lo è la registrazione e descrizione dei processi naturali, ma una volta rimossi gli ostacoli delle vecchie scuole e cenacoli teologici e non teologici per l’opera della demolizione critica, diventa abbattimento di poteri statali. Già nel moderno mondo, irretito di menzogne ideologiche ormai più di quello medioevale, la tecnica e la scienza della natura non hanno più patria. Non per nulla Croce le pone fuori della filosofia e vuole che questa si tenga l’umana storia. Quando anche questa sfuggirà alle tenebre del transumanato spirito, anche la scienza di essa storia non avrà più patria e alla fine non avrà più classe». (Programma Comunista n. 4, 1953), ma neghiamo nettamente, altrimenti dovremmo rinunciare alla rivoluzione comunista, che il capitale e i suoi funzionari, in servizio permanente o di complemento, siano in grado di piegare per l’eternità ai suoi fini le forze infernali che incessantemente evoca. Come la Germania di Marx elevata all’ennesima potenza, l’orbe terracqueo dominato dagli opposti imperialismi, marca USA o URSS non importa, è ammalato di troppo sviluppo in alcune aree, e di poco in altre; ma questa perdurante contraddizione non può essere risolta attraverso piani di armonizzazione o di omogeneizzazione. La natura del capitalismo è proprio quella di vivere di questa opposizione. Figuriamoci allora il dispetto degli ideologi della «via nazionale al socialismo», impermaliti che la scienza possa essersi fermata ai confini del patrio suolo, quando bloccata dai solerti doganieri borghesi, quando imbizzita e restia a metter piede nel «bel paese»; il cav. Fantini, lancia in resta, la spunta contro gli antipatriottici capitalisti d’Italia: «Il meccanismo di sviluppo voluto (sottolineato da noi) dal capitalismo italiano non sapeva che farsene della scienza, preferendo puntare sullo sfruttamento intensivo della forza-lavoro, anziché sul rinnovamento tecnologico e sulla competitività qualitativa della nostra produzione. Dobbiamo ora chiederci in questo processo di riconsiderazione del ruolo della scienza, quali obiettivi può dare in positivo, nella situazione della crisi attuale che è essenzialmente frutto di questo meccanismo di sviluppo».
Per questi cavalieri di tanto ardimento e passione, il capitalismo vuole e disvuole a suo piacimento i suoi meccanismi di sviluppo. Lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro per questi don Chisciotte non è il frutto della divisione internazionale delle frazioni del capitale, più accentrato dove la composizione organica ha raggiunto tassi più alti; inoltre s’illudono che lo sviluppo tecnologico, in regime capitalistico comporterebbe alleviamento della fatica fisica e mentale della classe operaia, e non come è ferrea legge, espulsione dal posto di lavoro di parte del proletariato sostituito dalle macchine e cacciato ad ingrossare l’esercito di riserva!
Ma a questo punto questi cavalieri hanno poco da criticare lo storicismo di don Benedetto (che almeno non avrebbe mai detto che la tecnologia può risolvere lo sfruttamento, e che pur dopo aver tentato vanamente di smentire armeggiando maldestramente (ma ammettendolo!) con numeri e frazioni (vedi Materialismo storico ed economico marxista), «pur svolazzante nell’eterno spirito della sua libertà, repellente ai nostri schemi e binari storici»… nelle sue manifestazioni sia pure empiriche, come uomo politico, si era schierato dalla parte delle due crociate che nel corso della sua vita hanno guidato alla distruzione del tedesco per reato di innata bestialità»; essi sono i naturali eredi di mille falliti tentativi di mettere in non cale le ferree leggi del capitale, che il cranio di Marx si è limitato a formulare registrando i suoi fenomeni con la precisione delle scienze naturali. Gira e rigira, come avevamo esattamente previsto 50 anni fa, l’ideologia antifascista è riuscita a partorire il topolino neo-positivista, neo-empirista, ancor più piccolo e teoricamente fasullo del sorcio di città della scuola di Croce.
Nonostante la teoria neo-idealistica, il fiuto empirico di don Benedetto gli aveva suggerito di schierarsi contro il fascismo, dopo averlo lusingato e salutato come portatore sano dello Stato forte (s’intende contro il proletariato), e di dar vita alla specie degli «antifascisti che imperversano, ma che ancora non hanno saputo partorire» una teoria dello Stato che non sia quella borghese, una teoria della lotta di classe che non giustifichi la sacra collaborazione e concordia sociale in eterno.
È da allora diventato perfino «fatale» che il blasonato Giovanni Berlinguer, nel clima nepotistico da basso impero del regime demo-opportunista lamenti: «il fascismo ha impedito lo sviluppo scientifico: è una scelta arretrata del capitalismo italiano in funzione autoritaria, favorendo così gli altri paesi» (come a dire che il fascismo è stato troppo poco nazionalista, troppo poco patriottico; ed ha ragione! perché la formula ultra-nazionale non può che essere la via nazional… socialista) «ovunque il fascismo col suo tardo colonialismo non ha esaltato a sufficienza lo sviluppo della scienza e del capitale». Un modo come un altro, come si vede, per ribadire l’aberrante teoria che il capitale ha immense riserve in corpo che soltanto una conseguente democrazia sarebbe in grado di far fruttare. Ed è questa la strada che batte l’opportunismo; inchini e genuflessioni della peggior tradizione positivistica alla tecnica e alla scienza, non importa se agli ordini dello Stato Borghese. Da queste geremiadi al tocco finale e sintetizzatore del filosofo Cerroni il passo è obbligato: costui auspica una «essenziale unità della conoscenza» costernato di fronte ai limiti del metodo scientifico e all’impossibilità di costruire «una scienza unitaria della natura e della società sul dualismo insopprimibile del mondo e perciò anche dei metodi di conoscere». Il dualismo diventa, così espresso, metafisico, una condanna di stampo cristiano-protestantico-borghese-kantiano. Non casualmente infatti costui prosegue: «in tale linea s’incontrano il dualismo kantiano che al mondo della casualità oppone quello della teleologia, il monismo hegeliano che la sussume e dialettizza la scienza nella filosofia, la husserliana registrazione delle crisi della scienza, il neo-kantiano rilancio della contrapposizione tra scienze naturali o nomotetiche e scienze spirituali o ideografiche, la rifondazione esistenzialistica della metafisica heideggeriana e perfino la sociologia comprendente di Max Weber».
Non c’è che dire, dotto, no? Ma lo sbocco?
Niente complicazioni: Le riforme! che dovrebbero rimuovere le prevenzioni nei confronti delle scienze e della tecnica, e spianare la strada alla «transizione al socialismo»! Un po’ troppo comodo e un po’ troppo facile: una messe così complessa di contraddizioni si squaglierebbe come neve al sole di fronte alla profilassi delle riforme. Una malattia così grave come la metastasi imperialistica potrebbe essere risolta dalla medicina preventiva. Troppo tardi! Per il comunismo rivoluzionario s’impone il taglio chirurgico della rivoluzione proletaria, capace di far scoppiare il bubbone delle contraddizioni e di intervenire solo dopo, perché solo dopo è possibile, con graduali e razionali riforme. Respingiamo così sul terreno teorico, la pretesa dei signori cavalieri della tavola rotonda di neutralizzare la tanto deprecata «filosofia» con un semplice critico colpo di spugna per far posto alla tanto corteggiata «scienza». La critica teoretica e la scienza sono soltanto il riflesso, seppur potente, della profonda trasformazione che la lotta tra capitale e lavoro ha prodotto nella storia moderna, e non semplicemente «quel metodo sperimentale che ha consentito in tutta una serie di discipline di mettere a riposo la filosofia»: noi stiamo col lucido Engels che quando dice che «il tracollo della Naturphilosophie genera le moderne scienze» non dimentica che «questo tracollo non è un risultato del puro pensiero, ma una necessità della produzione capitalistica, non un’operazione di logica formale, ma un tragico e faticoso processo dialettico».